Discarica di Montello: mezzo secolo di fatti e misfatti tra veleni e camorra

Discarica di Montello: mezzo secolo di fatti e misfatti tra veleni e camorra

I TENTACOLI DEI CASALESI

Carmine Schiavone

A fare affari interrando carichi di veleni a Montello, come in molte zone della Campania, sarebbero stati i Casalesi. Se ne discute da tempo e lo ha denunciato più volte, prima di morire, il pentito Carmine Schiavone, all’epoca cassiere del clan di Casal di Principe.

La camorra casertana nell’agro pontino avrebbe però fatto anche di più. Non si sarebbe limitata ad accumulare un po’ di denaro con un cimitero improvvisato di inquinanti, ma avrebbe adottato una precisa strategia di lungo periodo, acquistando terreni attorno alla discarica che al momento giusto sono stati venduti alla Indeco. Un business portato avanti insediando nel borgo, a partire dal 1988-89, un loro uomo, con la scusa di gestire una masseria, Michele Coppola, detto ‘o Zannuto.

Un’operazione ricostruita dalla Commissione presieduta dall’onorevole Braga. Coppola, nel dicembre del 1995, è stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta “Spartacus”, il procedimento che ha acceso un faro sul clan dei Casalesi e fatto conoscere agli italiani fatti e misfatti dell’organizzazione criminale. “Sentenze successive, relative ad altri procedimenti – specificano i commissari relativamente a Coppola – passate in giudicato, hanno dimostrato la sua appartenenza al clan”. Di più: “Nel corso dell’inchiesta condotta da questa Commissione sul sito di Borgo Montello sono emersi dettagli significativi rispetto ai contatti stretti tra Coppola e lavoratori della discarica (uno dei testimoni ha raccontato di essere andato a Casal di Principe, dove avrebbe incontrato anche Carmine Schiavone, prima dell’inizio della sua collaborazione, quando, dunque, era pienamente operativo all’interno del clan, in posizione apicale), alcune testimonianze de relato hanno poi indicato punti di contatto tra Coppola ed esponenti politici e delle forze di polizia locali, che destano preoccupazione”.

“Dalle informazioni contenute negli archivi della polizia giudiziaria – si legge nella relazione – Coppola ha detenuto fin dagli anni ’80 una importante quantità di armi, anche automatiche. Circostanza che conferma quanto riferito da testimoni locali, che hanno parlato di numerose armi detenute e mostrate dal Coppola”. Già nel 1996 e nel 1997, ascoltato dagli investigatori impegnati nell’inchiesta “Spartacus” e poi dalla Commissione contro le ecomafie, Carmine Schiavone parlò anche del business legato a Montello: “Dopo la guerra del 1988 contro i Bardellino, arrivammo noi [ovvero la famiglia Schiavone]. Io e mio cugino avevamo comprato un’azienda, che mi sono fatto sequestrare perché era “sporca”, proprio nella zona di Latina”.

Ancora: “Proprio a Latina il mio gruppo ha realizzato un investimento di notevole entità in un’azienda agricola a Borgo Montello, ora non so se sottoposta a sequestro, costata alle casse del clan circa tre miliardi, comprensivi dei lavori fatti nei vigneti e nelle altre colture. L’azienda agricola acquistata qui a Borgo Montello, di cui ho già parlato, era intestata a mio cugino Antonio Schiavone fu Giovanni, persona incensurata ed alla quale mi rivolsi io per chiedere di intestarsi il bene che comunque consideravo mio e di mio cugino Sandokan. So che dopo il mio pentimento il gruppo ha minacciato Antonio Schiavone che fu costretto a cedere la proprietà alla società dei Coppola, denominata Enogea. Tali Coppola, cognati di Walter Schiavone, fratello di Sandokan, erano in realtà i fattori. In effetti il fattore era Michele Coppola, da me e da Sandokan sistemato qui a Latina in quanto si era sposato e non aveva una casa. Lo piazzammo lì e gli passavamo anche tre milioni al mese dalla cassa del clan poiché l’azienda non rendeva ancora. Antonio Coppola, fratello di Michele, era rimasto a Casale, dove aveva un’impresa e, fino a quando non ho deciso di collaborare, non si occupava dell’azienda di Latina”. Una proprietà posta a fianco di quella dove dal 1972 venivano ammassati i primi rifiuti. Sempre Schiavone: “Mi diceva Salzillo, ai tempi in cui faceva ancora parte del nostro gruppo, che lui operava con la discarica di Borgo Montello. Da tale struttura lui prendeva una percentuale sui rifiuti smaltiti lecitamente ed in tale struttura lui faceva occultare bidoni di rifiuti tossico o nocivi per ognuno dei quali mi diceva di prendere 500 mila lire”.

 

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