Discarica di Montello: mezzo secolo di fatti e misfatti tra veleni e camorra

I VELENI

Chiara Braga

La Commissione presieduta dall’onorevole Braga specifica anche le zone dove sarebbero sepolti i veleni. Una sarebbe la cosiddetta 2 B, come emerso nel processo di primo grado nei confronti di Adriano Musso, amministratore della società Ecotecna, che gestiva l’invaso.


E a peggiorare le cose viene messo nero su bianco su un atto parlamentare quanto più volte inchieste giornalistiche avevano evidenziato: l’inquietante carico inquinante è finito nel sottosuolo con l’avallo delle istituzioni.

“Si tratta – si legge nella relazione – di un caso particolarmente significativo e grave, anche dal punto di vista ambientale. La zona dello sversamento, infatti, era già stata definita all’epoca come non idonea dal punto di vista geologico per la realizzazione di una discarica per rifiuti pericolosi (secondo la normativa dell’epoca, il decreto del Presidente della Repubblica n. 915 del 1982). La Regione Lazio, attraverso una semplice ordinanza, permise lo stoccaggio dei rifiuti industriali, indicando il sito come “temporaneo”. Non vi è agli atti – viene evidenziato – nessun elemento che possa indicare il successivo trasporto di quei rifiuti in altro luogo”.

Veleni dunque ancora presenti nel sottosuolo. “Anzi – si legge sempre nella relazione – le motivazioni della citata sentenza indicano il contrario”. Ma poi la successiva sentenza di appello ha revocato l’ordine di bonifica e ripristino dei luoghi che i giudici di primo grado avevano imposto.

“Nessun elemento – scrivono i commissari – che possa far immaginare un successivo intervento di bonifica è stato presentato alla commissione o ritrovato nella copiosa documentazione acquisita. Si deve, dunque, dedurre che quei rifiuti pericolosi di origine industriale siano ancora interrati nel primo strato dell’invaso “2B” (area gestita attualmente dalla società Indeco), poi ricoperta negli anni da altre discariche per rifiuti solidi urbani. Questo elemento – sottolineano – dovrebbe essere accuratamente analizzato per capire quale impatto sulle matrici ambientali vi possa essere, considerando anche il tempo trascorso e la già grave situazione della sottostante falda acquifera”. Una bomba per l’ambiente e per la salute, che non si sa quali danni ha fatto e quanti potrà farne in futuro.

La Commissione sostiene quindi che vi sono “tanti elementi concordanti tra di loro, che portano a ritenere altamente probabile, se non sicura, la presenza di rifiuti industriali anche nella zona della discarica a cavallo tra gli invasi S3-S1”, un’area attualmente gestita da Ecoambiente.

Una vicenda su cui nel 2013 ha indagato la squadra mobile di Latina e per cui diversi testimoni sono stati sentiti direttamente dalla Commissione parlamentare contro le ecomafie: “Uno dei testimoni ascoltati a sommarie informazioni dalla Commissione ha lavorato per lungo periodo all’interno della discarica (tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90) e, dunque, è stato protagonista diretto dei fatti narrati. Questo stesso testimone lavora ancora oggi nel settore dei rifiuti speciali ed è in possesso delle certificazioni necessarie per operare nel campo. Ha, dunque, il necessario know-how per poter fornire informazioni precise. Secondo la sua testimonianza durante il periodo di gestione della discarica da parte della società Pro.Chi arrivavano in media 300-400 fusti al mese. Si può, dunque, facilmente stimare in diverse migliaia i fusti di rifiuti industriali probabilmente interrati in quell’area”.

I commissari specificano poi che “l’area indicata dai testimoni si trova all’interno della zona utilizzata fin dal 2000 dalla Ecoambiente per lo smaltimento di rifiuti solidi urbani. Nel 1998 la società aveva presentato un progetto di messa in sicurezza che escludeva la presenza di rifiuti pericolosi, realizzando un sistema di barramento idraulico con un polder. Tale soluzione, però, è stata ritenuta non idonea da due perizie disposte dalla procura e dal gup del tribunale di Latina, che hanno deciso di rinviare a giudizio gli amministratori della società, oggi imputati per avvelenamento delle acque”. Un processo quest’ultimo ancora in corso.

 

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