Discarica di Montello: mezzo secolo di fatti e misfatti tra veleni e camorra

ISTITUZIONI ASSENTI


I commissari, indagando sulla discarica pontina, hanno appurato che sulla presenza di rifiuti industriali, aspetto di grande importanza anche ai fini della bonifica, non vi sono stati nel tempo “approfondimenti istituzionali”. Insomma nessuno se ne è curato più di tanto.

Ancor più chiaramente: “La Regione Lazio, interpellata sul punto, non ha fornito elementi conoscitivi, evidenziando una lacuna istruttoria”. La dirigente regionale Flaminia Tosini, interpellata sul punto, ha risposto: “Sulla questione dell’interramento di rifiuti industriali a Borgo Montello non ne so nulla”. La stessa Regione che sta valutando se autorizzare ampliamenti della discarica chiesti da Indeco ed Ecoambiente. Ma “dalle indagini e acquisizioni della Commissione” è emerso che in quell’area “sono stati stoccati – extra ordinem e, in alcuni casi, illegalmente – rifiuti speciali pericolosi, tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90”. “Questo elemento conoscitivo – specificano i commissari – che ha visto un importante sforzo investigativo da parte della commissione, conferma quanto da sempre sostenuto dalla popolazione locale, allarmata da voci, confidenze e notizie giornalistiche”. La conferma alle denunce di quanti venivano indicati come mitomani, cacciatori di scoop fasulli, malati di protagonismo.

I tanti non so della Regione e dell’Arpa Lazio, per la Commissione, sono gravi considerando che, se può essere giustificabile sul versante dei presunti sversamenti illeciti, quelli compiuti dalla malavita organizzata, “meno comprensibile è la mancata analisi della documentazione autorizzativa della stessa Regione Lazio. Tra il 1990 e il 1993 fu infatti la stessa Regione ad autorizzare – con un provvedimento decisamente atipico, come vedremo – lo stoccaggio di rifiuti speciali anche pericolosi all’interno di un invaso del sito di Borgo Montello. Quell’atto, tra l’altro, diede origine ad un lungo contenzioso amministrativo e a un processo penale connotato da una condanna in primo grado dell’allora responsabile della gestione Adriano Musso”.

 

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