Armistizio e occupazione tedesca dell’8 settembre 1943: la storia del sottotenente Ugo Della Monica

Ha un nome il soldato italiano che dopo l'amistizio cercò di sbarrare la strada ai soldati tedeschi che in quel giorno invasero Formia, Gaeta e le città limitrofe

Armistizio e occupazione tedesca dell’8 settembre 1943: la storia del sottotenente Ugo Della Monica

Tutto è cominciato dopo aver ascoltato una storia, una delle tante storie, raccontate da un nonno in un pomeriggio di pioggia in una cantina buia ed umida. Io andavo a trovare questo anziano conoscente, di tanto in tanto, per sentirmi raccontare avventure e fatti accaduti durante l’occupazione nazista a Gaeta“.

Inizia con queste parole il racconto gentilmente inviatoci da un nostro lettore, Salvatore Gonzalez, nel giorno dell’anniversario dell’occupazione tedesca nel sud pontino a seguito dell’armistizio con cui l’Italia decise di uscire definitivamente dal II conflitto mondiale.

Ricordiamo infatti che a Cassibile, in Sicilia, il 3 settembre 1943, fu stipulato un armistizio dell’Italia con gli alleati anglo-americani. La notizia fu diffusa poi l’8 settembre, data che coincide, per la città di Formia e per gli altri comuni del golfo di Gaeta, con una stretta in una morsa fatale tra i bombardamenti alleati e la feroce occupazione tedesca.

Di seguito, continua il racconto di Salvatore che, ricordiamo, nel 2017 ha fondato ed aperto, presso il piano terra del Museo Diocesano di Gaeta, nel quartiere medievale, il ‘Museo del Fronte e della Memoria‘.

“Un giorno mi recai da lui, entrai nel vicoletto, scesi le scale che portavano alla sua cantina ma il cancelletto era chiuso, mi sedetti ad aspettarlo e dopo una decina di minuti lo vidi sbucare dal vicolo. Appena mi vide esclamò: “Palombaro! Oggi niente mare, è arrabbiato”. Con una risata di entrambi entrammo nella cantina. Mi chiese come stavo e parlammo per qualche minuto del più e del meno. Ad un certo punto mi chiese l’ora, erano le 15:30 ed esclamò: “Meno male – mi disse mettendomi una mano sulla spalla destra – oggi ti racconto una cosa importante visto che non smette di piovere ed io non ho voglia di salire a casa e mettermi dinanzi ad una tv. Tu ne hai voglia di ascoltare?”.

Io non vedevo l’ora perché così potevo conoscere altre cose del passato della mia città. L’anziano mi disse: “In quei giorni di settembre del 1943 ero un ragazzo…” e qui si interruppe, mentre due grossi lacrimoni gli scendevano tra le rughe del viso. Mi guardò, e poi osservò una foto sbiadita del duce che, assieme ad un mucchio di santini, gli ricordava forse la sua infanzia passata dalle suore.

Lo vidi prendere una sedia impagliata, la portò dinanzi ad un armadio, salì sopra, si aggrappò all’armadio e rovistò. Ad un tratto mormorò: “Eccola è lei!”. Lo guardavo: aveva gli occhi spalancati e bagnati dall’emozione, aveva in mano una scatola di cartone rotonda, sbiadita ed impolverata. Scese prima un piede, poi l’altro, senza mai appoggiare quella vecchia scatola e senza distoglierne gli occhi. Si sedette. Mi guardò e mi disse: “Prendi la sedia che ti racconto una cosa”. Aveva la scatola sulle gambe tremolanti nel momento in cui iniziò il suo racconto:

Quando a Gaeta si seppe dell’armistizio, i tedeschi che la occupavano, per paura di una nostra rappresaglia, disarmarono e arrestarono molti soldati italiani; cominciarono a sabotare il sabotabile per paura di uno sbarco. Nel momento in cui l’Italia aveva recepito l’armistizio, un battaglione di soldati tedeschi si presentò al comando della Difesa di Gaeta per disarmare i soldati e rendere meno faticoso per loro l’impossessarsi del naviglio attraccato ai moli. E proprio lì, sull’ingresso dell’accesso al molo, un soldato italiano si mise dietro la mitragliatrice posta davanti l’ingresso e, appena i nazisti si diressero verso il molo trovarono sbarrata la strada. Il soldato italiano, una volta intimato l’alt, sparò ai tedeschi che cercavano di accedere al molo per impadronirsi del naviglio. Le navi attraccate in porto erano un sommergibile, alcune corvette, dei mas e altre unità della Regia Marina”.

A questo punto il suo racconto si interruppe di nuovo per qualche istante; poi con un tono marcato, quasi a sottolineare qualcosa di brutto o cattivo, disse: “Lo hanno straziato! Quei delinquenti, senza pensare che era un povero italiano intento nel proprio dovere, come tanti, in balia del suo destino, senza più ordini ma solo con la patria nel cuore”. Di nuovo due lacrime e poi con fierezza mi disse: “Il suo gesto salvò le navi! La sua vita non fu sprecata; se anche i tedeschi gli scaricarono addosso i caricatori dei mitra, quell’italiano fece il suo dovere! Anche se il suo Re lo aveva abbandonato fuggendo come un ladro di galline”.

Con il dorso della mano si asciugò le lacrime, mi guardò e mi disse che quel ragazzo, rimasto esanime sui sacchi della postazione, aveva ancora un sogno, mentre i tedeschi urlando e chiamavano aiuto e dal molo minacciavano gli equipaggi dei mezzi navali, mitragliandoli, cercando di fermarli. Ma ormai era troppo tardi, erano riusciti a scappare. Questo anziano conoscente mi elencò i nomi di altri suoi compagni con i quali, il giorno dopo recuperò il corpo del soldato morto sul posto di combattimento, attendendo che i soldati tedeschi se ne fossero andati.

Non avendo dove mettere il corpo esanime per trasportarlo via, calarono una bandiera da un palo nelle adiacenze del molo, la posero in terra e vi avvolsero il corpo martoriato del soldato. Dopo avermi raccontato questo gesto eroico, con le mani che gli tremavano, aprì la scatola e al suo interno, con mio enorme stupore, vi era una bandiera.

Rimasi zitto per qualche secondo e anche lui, emozionato, mi guardava. Rimanemmo entrambi in silenzio, come se volevamo onorare quel caduto, martire della Patria. Ad un certo punto quel silenzio si interruppe e mi disse: “Sai cos’è?” Gli risposi: “Sì, è una bandiera”. Replicò: “Questa non è una bandiera, ma quella bandiera!”.

La estrasse dalla scatola, tutta piegata, si appoggiò con una mano alla spalliera della sedia e si alzò, cercai di aiutarlo, ma mi fece segno di non preoccuparmi. Afferrò la bandiera dai lembi e la lasciò scivolare verso i suoi piedi. Io, colpito sia dal racconto che dal cimelio, restai in silenzio ed in piedi dinanzi a lui. L’anziano riprese il suo racconto: mi disse che dopo aver messo il corpo del soldato nella bandiera lo caricarono su di un carretto e lo trasportarono al cimitero, che era presidiato dai tedeschi.

Così scavalcarono il cancello del cimitero e portarono al di là il corpo del soldato adagiandolo sul selciato delle scale. Tolsero la bandiera per evitare rappresaglie, comunicarono a chi in quei giorni si occupava di recuperare i morti che avevano portato al cimitero la salma di un soldato. Mi disse anche della bandiera, sporca di sangue, che nascose per paura di una rappresaglia tedesca a seguito della scomparsa del corpo del militare. Nel frattempo, quell’anziano narratore dovette subire lo sfollamento imposto alla città.

A distanza di tempo, terminato il secondo conflitto mondiale, rientrò in casa e si ricordò di quella bandiera. Andò per recuperarla e la trovò dove l’aveva lasciata, presso il castello, con le tracce di quel giorno. La portò a casa e la lavò, pensando che prima o poi quel giorno andasse ricordato. Mi disse che nessuno si era mai interessato ai suoi racconti e a ciò che era accaduto a Gaeta, mi disse inoltre che era meravigliato dalla mia grande voglia di sapere perchè di solito i ragazzi della mia età pensavano ai motorini, a giocare a pallone, ma non ai racconti di un anziano: “I miei nipoti, quando comincio a raccontare, mi dicono che racconto sempre le stesse cose e non capiscono che, se non si tramanda, la storia cessa di esistere”.

Allora ripiegò la bandiera e me la diede dicendo che solo io meritavo quel pezzo di storia: “E’ tua – mi disse – prendila, è tua. Tu sei la persona giusta che può custodirla, i miei nipoti la butteranno quando io non ci sarò più”.

Dopo circa sei mesi seppi che era andato personalmente a trovare quel soldato ma senza la sua bandiera che ora ha trovato la sua storia.

Il tempo passava, senza trovare ulteriori riscontri agli episodi raccontati dal nonno, fino a quando ho conosciuto il signor Paolino, il quale, dopo aver sentito le mie storie, mi chiese se avevo mai letto il libro ‘RAUS!’. Qualche giorno dopo mi portò il libro e con la fame di conoscere gli eventi di quei giorni lo cominciai subito a leggere. Arrivato a pagina 57, con mio stupore, lessi la storia che ascoltai in quella cantina, ma questa volta vi era il nome del Sottotenente Ugo Della Monica.

Tra queste righe ho ritrovato, oltre l’eroe, anche il nonno che mi aveva raccontato la storia. Di certo, è grazie a questi racconti che le pagine di storia non vengono strappate e buttate via. Dopo aver confrontato le due versioni e ormai in possesso di un nome non restava altro che verificare il tutto e se esisteva una famiglia di quel militare.

Le ricerche sono iniziate presso l’anagrafe del Comune di Gaeta, quando con Lino Sorabella siamo andati in Comune e abbiamo trovato il nome tra gli atti di morte. A questo punto, conoscendo il giorno della morte, mi sono recato al cimitero, dove il custode gentilmente mi ha messo a disposizione i documenti relativi a quei giorni. Ancora una volta è saltato fuori il nome Ugo Della Monica sepolto nel fosso n. 1. Dagli stessi registri, si riscontrava che era stato riesumato nel 1948 e trasferito presso il cimitero di Salerno.

L’ultima speranza era trovare un membro della famiglia: ho attinto dall’elenco tutti i Della Monica presenti a Salerno e ho cominciato a chiamare, ma purtroppo nulla di fatto, fino a quando non mi sono imbattuto in un omonimo, Ugo Della Monica, il quale mi ha raccontato che tempo fa fu contattato dall’Archivio Storico del Comune di Salerno in merito ai fatti accaduti nel periodo bellico. Il giorno seguente contattai la dottoressa Lucia Napoli dell’Archivio: la dottoressa si ricordava di Della Monica, mi raccontò che anni addietro fu realizzata una mostra in onore dei caduti Martiri della Patria tra cui c’era l’episodio di Gaeta.

La gentilissima dottoressa Napoli mi promise che l’indomani avrebbe reperito più materiale possibile in merito alla mostra, nel frattempo io le mandai copia dell’atto di morte presso il Comune di Gaeta.

Finalmente, dai dati dell’atto di morte, la dottoressa trovò l’estratto matricolare del militare e dall’anagrafe rintracciò un familiare: la signora Teresa, nipote di Ugo Della Monica. Dopo qualche giorno ho ricevuto il numero di telefono della signora e così finalmente ho potuto riscontrare il racconto dell’anziano nonno con i ricordi della famiglia e con i dati documentali: tutto combaciava.

Dall’estratto matricolare ho potuto identificare il grado ed il reggimento di appartenenza: 56° Reggimento Fanteria Marche, Sottotenente; fu inviato a Gaeta per il suo primo incarico. Il Reggimento Marche prese parte alla Difesa Costiera di Gaeta. Grazie alla signora Teresa Della Monica ho ricevuto alcune foto: in una si vedono bene le mostrine che accertano l’appartenenza al 56° Reggimento Marche”.

Comments are closed.

h24Social