Capannoni senza autorizzazione a Gaeta: sono di Intergroup

Capannoni senza autorizzazione a Gaeta: sono di Intergroup

AGGIORNAMENTO ore 22 – Nella odierna mattinata, i Carabinieri della Tenenza di Gaeta, in stretta collaborazione con la Polizia Municipale del comune costiero, nel corso di specifico servizio, teso ad infrenare i reati  in materia edilizia, hanno deferito in stato di libertà Nicola Di Sarno residente a Formia.

Il predetto, quale rappresentante legale di una società, permetteva di realizzare cinque capannoni industriali, per una superficie complessiva di circa 2.200 metri quadrati, in area sottoposta a vincolo paesaggistico, senza alcun titolo concessorio.

Da successive verifiche é emerso che i capannoni, adibiti allo stoccaggio di merce in transito al porto, attualmente pellet e non si sa cosa prima, appartengono alla società Intergroup. Inoltre, è emerso che erano stati edificati circa dieci anni fa senza che mai ne fosse stata denunciata la presenza, da cui nemmeno mai é stato versato alcun onere al Comune.

Le indagini dei carabinieri e della polizia municipale, sollecitate in particolare dall’importante attivismo del Comitato popolare contro le polveri del porto di Gaeta, che da tempo denunciava situazione anomale sullo scarico del merci, proseguono nel più stretto riserbo. E il Comune di Gaeta, intanto, ha avviato le procedure amministrative tese al ripristino dello stato dei luoghi a cui, verosimilmente, faranno seguito le controdeduzioni della società che si occupa del 90% dei traffici al porto.

Il tutto mentre solo recentemente si é scoperto come fosse abusivo il deposito di Sessa Aurunca e il Ministero dello Sviluppo Economico si trova a decidere se permettere alla società di proseguire nello stoccaggio del petcoke a Sessa Aurunca oppure no. Proprio oggi, giovedì, il primo incontro.

Intergroup, intanto, secondo indiscrezioni, valuta anche la possibilità di spostare i propri insediamenti nel territorio di Calvi Risorta in provincia di Caserta ma anche nella zona di Ausonia, in provincia di Frosinone. Qui, infatti, la crisi del marmo dovuta all’esaurimento delle cave di Coreno Ausonio ha svuotato molti capannoni industriali dove ne veniva effettuata la lavorazione.

 

Il comunicato del Circolo “Alfredo Petteruti” Sessa Aurunca di Legambiente sull’incontro svoltosi oggi a proposito del deposito campano

Oggi, 16 aprile, presso il Gabinetto del Sindaco di Sessa Aurunca, si è riunito il Gotha dei poteri che governano l’uso di combustibili come il pet-coke e l’uso del cemento. Si tratta della seconda riunione, voluta dal Ministero per lo Svilupp Economico, per decidere le sorti del deposito di pet-coke che si trova nel Comune di Sessa Aurunca al km 158, 400 e le sorti di un’intera zona agricola nella quale si trova, in maniera urbanisticamente abusiva e mai condonata né prevista dal REC, il pet-coke a cielo aperto, circondato da coltivazioni varie, dove pascolano le bufale, dove, a poca distanza scorre il fiume Garigliano ed è una zona attraversata da una rete di acquiferi molto delicata.

Erano presenti rappresentanti della Provincia, dell’Assessorato Ambiente della Regione Campania, di Assocarboni, dell’Aitec (associazione italiana del cemento), dell’ARPAC, del MISE, di Interport convenuta con gli avvocati. Legambiente non è stata invitata all’incontro come se fosse solo una questione di affari e non anche una questione squisitamente ambientale.

Mi sono recata sul Comune quando la riunione si era conclusa e ho avuto uno scambio di idee, non proprio amichevole, col rappresentate di Assocarboni, Rinaldo Argenti, che si è catapultato apposta da Milano per difendere l’indifendibile, ossia la permanenza del deposito in zona agricola perché il pet-coke, e i cementifici che da questa feccia del petrolio vengono alimentati, portano benessere. Inoltre ha affermato la location del deposito è strategica, trovandosi a non molta distanza dal porto di Gaeta.

Che il pet- coke abbia portato benessere è sotto gli occhi di tutti, soprattutto del sig. Carlo Sparagna il cui pescheto e la relativa abitazione sono ricoperti dalle polveri che vengono generosamente distribuite a ogni scarico.

Certamente le responsabilità amministrative di almeno due decenni sono numerose, a cominciare dalla concessione “sanitaria” rilasciata nel 1991 per un deposito di carbone (non fu fatta la richiesta per il pet-coke che all’epoca era un rifiuto), al mancato accertamento della regolarità urbanistica, alla assenza di VIA e di AIA (autorizzazione integrata ambientale), all’assenza del Comune, pur convocato, alla Conferenza dei Servizi durante la quale, nel 2008, la Regione concesse le emissioni in atmosfera, mentre la ASL si limitò a esprimere un parere favorevole via fax.

Il Comune è provvisto di zona ASI dove l’impianto potrebbe essere delocalizzato con tutti gli accorgimenti compreso un adeguato confinamento.

Comunque per la fine del mese di aprile è prevista la convocazione di una Conferenza dei Servizi durante la quale il Ministero potrebbe decidere di utilizzare i pieni poteri per aggirare quelli attribuiti al Comune.

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