Complottismo o strategia? La riflessione e le notizie (false) nel post del candidato sindaco

Complottismo o strategia? La riflessione e le notizie (false) nel post del candidato sindaco

Scivolone complottista per il candidato a sindaco Luigi Parisella? Parla alla pancia dei cittadini, cosa che in questo periodo di “campagna elettorale sospesa” sembra non faccia più nessuno, ma i dubbi rimangono.

Luigi Parisella

C’è un problema di fondo nelle affermazioni a cui l’ex primo cittadino di Fondi Luigi Parisella, che ora ambisce di nuovo alla fascia tricolore, si lascia andare sul proprio profilo social. Un problema che emerge parola dopo parola e che, man mano che si avvicina la tanto agognata data del 3 maggio, tutti vediamo come un problema che può diventare ancora più grande: non sappiamo come sarà il nostro “domani”. Nessuna istituzione, infatti, riesce a dimostrare di avere il polso della situazione, di sapere dove e come affrontare questa vera e propria bomba sanitaria, sociale ed economica che si sta abbattendo in questo inizio 2020. Nessuno lo sa perché effettivamente nessuno possiede – purtroppo – la bacchetta magica. Curiosità del caso, serve “corresponsabilità”, l’esatto contrario di ciò che ci viene propinato nell’epoca politico-mediatica dell’uomo forte al comando.

Ma ciò non giustifica alcuni falsi miti (anche traducibili come vere e proprie “fesserie”) che girano sul web e che derivano da “teorie” che spesso tali rimangono. Siccome in tutto ciò – nel tritacarne – ci finiscono anche media come i nostri, che spesso fanno il proprio dovere tra infinite difficoltà, proviamo insieme a capire dove finisce la propaganda – che va fugata da presunte notizie palesemente false – e dove inizia la politica.

Sento parlare di App che tracciano chiunque si sposti” spiega Luigi Parisella nel suo lungo post (che trovate a pagina 2). Il punto sarebbe capire a cosa si allude con “sentire parlare”. Perché, ad esempio, se in Cina – ricordiamolo, in un regime politico-istituzionale molto diverso dal nostro – si è deciso di monitorare tutti e renderli tracciabili attraverso app con dei ‘semafori’ che precisano chi può e chi non può fare determinate cose, o entrare in determinati luoghi, basta solo qualche clic per scoprire che in Italia ciò non è applicabile. Anzi, per essere precisi, nei giorni scorsi il Garante per la Privacy Antonello Soro, ha spiegato che, seppur in alcuni momenti storici il diritto possa permettere di sconfinare nelle tutele previste dalle libertà individuali, questo non può essere un processo “irreversibile”, ma per tutelare ciò è il caso che nell’eventualità della tracciabilità questo avvenga su base di adesione “volontaria”. Della serie: siete disposti a farvi tracciare per l’incolumità vostra e di chi vi sta accanto? Tant’è che da ieri c’è anche il nome dell’app, “Immuni”, e la notizia che tale strumento non sarà obbligatorio. Indipendentemente dalla risposta che ognuno di noi pensa di dare alla precedente domanda, bisognerebbe riflettere su come spesso già autorizziamo altre app (per esempio social e di geolocalizzazione) a fare dei nostri dati quello che ritengono più opportuno, ma questa è un’altra storia.

 

Il post Facebook di Luigi Parisella

Non l’unica questione che solleva Parisella, poiché parla anche di “divieto di assembramento e obbligo al distanziamento sociale a tempo indeterminato”. Questione che non solo preoccupa ogni essere umano, ma che mette in evidenza l’aspetto che più ci inquieta in questa situazione emergenziale: il fattore tempo. Non sappiamo quanto dureranno le “misure” messe in atto o quelle che potrebbero subentrare successivamente ma ci fidiamo della scienza. Sappiamo infatti che – e qui non si parla di democrazia, ovvero del concetto “della maggior parte”, ma della possibilità di poter dimostrare che delle “teorie” siano dimostrabili, insomma non supposizioni, fatti – al momento, in assenza di un farmaco specifico o di un vaccino, il non poterci incontrare (o a distanza e con precauzioni) potrebbe essere l’unico strumento che abbiamo per tutelarci, riducendo così al minimo la possibilità di contrarre il virus.

Nel passaggio successivo, il principio è lo stesso della riflessione precedente: si parla delle ipotetiche “vaccinazioni obbligatorie a tappeto”. Ipotesi che, tra l’altro, al momento hanno la semplice impronta del post sui social: se ne parla, tutto qui. Se ne parla perché gli esperti stanno discutendo su cosa succederà nei prossimi mesi (o forse addirittura anni), ma se non lo sanno loro che ne hanno le competenze, come facciamo noi a poter ipotizzare se l’emergenza sanitaria arriverà fino all’estate o si protrarrà fino al 2022? Semplice, non possiamo. Tutti si sono fermati – seppur con singole peculiarità – dalla Cina agli Usa, passando per l’Europa e l’India, convenendo che l’unico strumento in questa fase è porre delle distanze. È quindi ovvio che si pensi anche a come poter evitare milioni di contagiati e centinaia di migliaia di morti domani. Ecco spiegato perché si lavora costantemente ad un vaccino. Ora, senza aprire la parentesi vaccinale – dando per scontato il rigore e la fermezza nell’utilizzare strumenti che devono essere “sicuri” come ritiene anche l’Oms – chi non vorrebbe un vaccino su larga scala che “copra” tutta la popolazione mondiale? Se il vaccino che si produrrà sarà sicuro ed efficace, davvero il problema diventa la presunta (e al momento solo ipotetica) obbligatorietà? A meno che non si parli di altri vaccini, come ad esempio quello anti influenzale, che in questi giorni alcuni reputano un possibile “alleato” per isolare i futuri casi di Covid-19 nella stagione autunno-inverno. Il concetto semplice da spiegare vorrebbe che, limitando i casi influenzali, ai primi sintomi sospetti si proceda con il tampone. Per questo, ad esempio, il Lazio ha deciso di obbligare al vaccino (o dare indicazione) ad alcune fasce della popolazione. Ma anche in questo caso non si tratta di “vaccinazioni a tappeto” e seppur con limitazioni, c’è sempre la possibilità – e la libertà – di rifiutarsi.

Poi c’è la questione tanto dibattuta e spesso citata della “abolizione del contante (il passaggio dei soldi da una persona all’altra infetterebbe!)”. Anche qui bisognerebbe andare con ordine e fugare falsi miti, citando innanzi tutto la presa di posizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che qualche settimana fa spiegava come il denaro passando di mano in mano è uno strumento che potrebbe favorire il contagio e pertanto l’utilizzo degli strumenti elettronici sarebbe consigliato. Ovviamente l’Oms – contrariamente alle accuse mosse da alcuni – non è un organizzazione satanica o del demonio e i consigli spesso derivano da analisi e teorie comprovate o da ipotesi riscontrabili. Nessuno al momento ha ordinato l’abolizione del contante, né pare che qualcuno l’abbia proposto, basta cercare dichiarazioni e prese di posizione sul web. E neanche nessuno ha detto che il contante “infetterebbe”, il Covid-19 è un virus, si poggia sulle superfici ma passa attraverso esseri viventi (in questo caso principalmente umani), non tramite cose inanimate, quindi, le banconote come qualsiasi altro strumento – pensate ad esempio ai mezzi pubblici frequentati da molti – possono essere elementi che favoriscono il contagio. Ma né il contante né i mezzi pubblici per usare lo stesso esempio – possono essere “aboliti” nella nostra contemporaneità.

Infine, ma non da ultima, la questione della “censura dei social” e la “Task Force contro le Fake News”. L’argomento qui appare abbastanza complesso, in quanto si potrebbero affrontare – e forse è il caso di farlo – alcune accezioni che esulano dall’attuale emergenza, facendo crollare – si spera una volta per tutte – i falsi miti su una presunta “censura” sui social o su qualsiasi altro media. Tutti sappiamo che quando si parla di “censura” spesso si fa riferimento ad uno strumento “istituzionale” per mettere a tacere qualcosa o qualcuno. Bene, dato per assodato questo, crediamo sia davvero difficile additare un istituto che dovrebbe tutelare non solo la professione giornalistica, ma anche la pluralità di informazione, come uno strumento di censura (pensare che lo dice anche il Copasir che bisogna stare “attenti“). Anche perché, di contro, va sempre ricordato che, nella tutela dei principi cardine della nostra Costituzione, chiunque è soggetto alla legge, sia nella vita reale che sul web, sia nell’esercizio delle sue funzioni o che da singolo cittadino.

Ma malgrado ciò c’è di più. Se da una parte nella riflessione di Parisella c’è una “propaganda” anche con uno stile tutto personale e delle notizie non veritiere, dall’altra c’è un malessere che il candidato sindaco di “Riscossa Fondana”, come si diceva in apertura, riesce a ad incanalare benissimo: parla alla pancia delle persone. Lo fa soprattutto nella parte conclusiva della riflessione, sugli interrogativi e sulle misure economiche e di sostegno, sul come dobbiamo immaginare le nostre vite nell’immediato futuro e come questa emergenza ci cambierà e come cambierà il mondo. Tutte risposte che Parisella non ha. Ma chi nelle istituzioni c’è stato e le ha rappresentate, sa bene che è da lì che devono arrivare e sa che è persino giusto e legittimo porre queste domande.

Sulla modalità di come queste vengono proposte il dubbio rimane, anche perché come farebbe male allo stesso Parisella, a chiunque altro dà fastidio la generalizzazione. Dà fastidio anche a chi come noi nonostante il virus si fa in quattro per un’informazione trasparente e lineare. Ma allo stesso tempo, siamo i primi a chiedervi di non prendere “per ‘Vangelo’ tutto quello che ci raccontano sui media tradizionali (giornali e TV)” , citando ancora Parisella. E continuando a parafrasare un altro passaggio del lungo post dell’ex primo cittadino, ci sentiamo di non concedere “a chi governa in nome del Popolo – e a chiunque altro ambisce a farlo, aggiungiamo noi – di compiere nefandezze”. Alla politica e alle istituzioni il compito di proporre soluzioni, a noi quello di vigilare. 

A PAGINA 2 IL POST FACEBOOK PER INTERO DI PARISELLA

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