Omicidio Pinna, sentenza annullata: ancora troppi interrogativi

Omicidio Pinna, sentenza annullata: ancora troppi interrogativi

L’unica certezza sulla morte dell’85enne Elisabetta Pinna è diventata quella che non ci sono certezze.

L’ipotesi di omicidio volontario avallata il 10 ottobre 2016 dalla Corte d’Assise di Latina, con condanne per un totale di 56 anni di reclusione, è stata smontata il 25 ottobre 2018 dalla Corte d’Assise d’Appello di Roma, derubricando il reato in omicidio colposo, ormai coperto da prescrizione e con il conseguente proscioglimento di tutti gli imputati, il titolare di una casa per anziani di Aprilia e tre sue collaboratrici.

Gli stessi giudici di secondo grado avevano inoltre assolto gli imputati anche dall’accusa di maltrattamenti nei confronti dell’anziana e di un secondo ospite della comunità alloggio “Villa Sant’Andrea”, confermando però i risarcimenti ai familiari della 85enne apriliana.

Ma ora anche quella sentenza è stata bocciata. Troppi dubbi sull’accaduto. La Cassazione, accogliendo il ricorso di uno degli imputati, ha così annullato il pronunciamento e disposto un nuovo giudizio d’appello.

L’anziana spirò il 18 luglio 2010. Quando venne trasferita dalla comunità alloggio apriliana “Villa Sant’Andrea” all’ospedale di Anzio, dove venne ricoverata, secondo gli inquirenti sarebbe stato ormai troppo tardi. La donna venne infine trasferita nel nosocomio di Gallarate, in provincia di Varese, ma per lei non ci fu nulla da fare.

Per il pubblico ministero Cristina Pigozzo, sarebbero stati responsabili di omicidio volontario e maltrattamenti tanto chi gestiva la struttura di Aprilia che chi vi lavorava, il primo per aver cercato di nascondere la situazione ed evitare un ricovero, che avrebbe fatto emergere quanto accaduto, ovvero che la donna era stata abbandonata al punto da finire denutrita e disidratata, e gli altri per essere rimasti muti con l’obiettivo di difendere così il proprio posto di lavoro.

Una tesi caldeggiata dalle parti civili, rappresentate dagli avvocati Renato Archidiacono e Silvia Siciliano, ma contrastata con forza dagli avvocati difensori.

La Corte d’Assise del Tribunale di Latina aveva condannato a 14 anni di reclusione Alfio Quaceci, 71 anni, gestore della comunità alloggio Villa Sant’Andrea, la sua più stretta collaboratrice, Maria Grazia Moio, l’infermiera Gheorgeta Palade, di nazionalità romena, residente a Nettuno, e l’operatrice Noemi Biccari, di Nettuno.

I quattro erano stati inoltre interdetti in perpetuo dai pubblici uffici e condannati a risarcire, in separata sede, le parti civili, oltre che a provvisionali per un totale di 30mila euro.

Gli imputati hanno impugnato la sentenza e la Corte d’Assise d’Appello di Roma ha disposto una perizia.

Innocenzo Bertoldi, chirurgo dell’ospedale “Pertini” di Roma, e Fabio De Giorgio, medico legale della romana Università Cattolica, sono stati incaricati di stabilire le cause esatte della morte dell’anziana e appurare se sul decesso abbiano influito delle piaghe presenti sul corpo della donna e il tipo di cure che le era stato prestato.

Esponendo in aula le conclusioni del loro lavoro, i periti hanno sostenuto che dall’esame della documentazione medica “non emergono elementi di censurabilità nella condotta professionale tenuta dal personale medico e infermieristico degli ospedali riuniti di Anzio-Nettuno, dell’Azienda ospedaliera S. Antonio Abate di Gallarate e della Residenza Bellora di Gallarate”.

I due periti hanno inoltre precisato che “è possibile e probabile che le piaghe da decubito abbiano contribuito all’evento morte, ma non è possibile che le stesse abbiano determinato l’evento morte”.

Una perizia che ha portato la Corte d’Assise d’Appello a derubricare il reato e a far così scattare la prescrizione.

A impugnare la sentenza, seppure potendolo fare solo ai fini civili, dunque per cercare di non pagare il risarcimento, è stata Palade, che ha battuto sui molti punti oscuri rimasti nella vicenda dopo la ricostruzione dell’accaduto fatta dai periti. Dubbi dunque sulle cause della tragedia e ombre pure sul ruolo svolto dai singoli imputati.

Argomentazioni che hanno convinto gli ermellini. La Cassazione ha infatti evidenziato la “molteplicità di punti oscuri nella ricostruzione della serie causale in esito alla quale avveniva il decesso di Pinna Elisabetta”.

Con una perizia che ha lasciato troppe domande senza risposta, per la Suprema Corte i giudici d’appello avrebbero dovuto compiere “maggiori approfondimenti”.

La sentenza è stata quindi annullata e dovrà essere celebrato un nuovo giudizio davanti al giudice civile d’appello, “per un nuovo e più approfondito esame in ordine alla verifica della sussistenza del nesso causale tra le condotte della ricorrente e l’evento morte”.

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