PESCA PROFESSIONALE E RETI DERIVANTI: L’ITALIA RISCHIA NUOVE SANZIONI

Il Ministro delle Politiche Agricole, Mario Catania, ha affrontato a Bruxelles con la Commissaria Europea alla Pesca, Maria Damanaki, la questione dell’uso delle reti derivanti. Nonostante un divieto Ue del 2002 e una condanna della Corte Europea di Giustizia dell’ottobre 2009, il Ministro ha voluto approfondire un tema così delicato. Nel settembre scorso, la Commissione ha avvertito l’Italia che, se non fossero stati presi provvedimenti entro due mesi per applicare efficacemente il divieto, sarebbe partita una nuova procedura d’infrazione per non esecuzione della sentenza della Corte, accompagnata dalla richiesta di sanzioni pecuniarie giornaliere. Le reti derivanti (in Italia le ‘spadare’) sono state vietate dall’Ue nel 1992 se oltrepassano i 2,5 km di lunghezza. Le spadare (che avevano maglie grandi fino a 46 cm) sono state allora sostituite con le ‘ferrettare’, reti più corte e con maglie più strette (fino a 18 cm). Nel 2002 l’Ue ha proibito l’uso anche delle reti derivanti con lunghezza inferiore a 2,5 km per la cattura di tonni e pesci spada, consentendo la pesca solo all’amo. In Italia tuttavia era consentito ai pescherecci l’uso multiplo di attrezzi da pesca (ferrettare e palangari).

Il precedente Governo aveva cercato di risolvere la questione con due decreti:
–    il primo che vietava ai pescherecci l’alternatività fra gli attrezzi da pesca, e l’altro, emanato il 21 settembre, che portava a 10 cm il limite massimo di apertura delle maglie delle ferrettare e vietava comunque l’uso delle reti oltre le 3 miglia dalla costa, dove in genere si trovano tonni e pesci spada. Entrambi i decreti, tuttavia, sono stati oggetto di impugnazioni al Tar, mentre pende la minaccia di Bruxelles di un nuovo ricorso in Corte Ue.

Un divieto solo nazionale sarebbe difficile da adottare, e soprattutto rischierebbe di essere inefficace, perché non si applicherebbe ai pescherecci spagnoli, francesi o di altri paesi. Il vero problema del divieto della pesca del pesce spada sta nel fatto che con il tempo si erano create false illusioni tra la categoria che, avendo puntato su investimenti diretti a innovazioni tecnologiche e alla formazione del ceto peschereccio, si sono ritrovati con una liquidazione in euro legata alla licenza di pesca, ma con la mancanza di una progettazione congiunta, che permettesse o la demolizione di tutte le unità, o la riconversione di queste verso una tipologia di pesca che avesse potuto mantenere in vita imprese e imbarcati. Parliamo tanto dello spopolamento delle isole minori ma non facciamo nulla perché questo non avvenga. Non è certo l’assistenzialismo a garantire continuità. A tal proposito su mia proposta alcuni Parlamentari presentarono una interrogazione rivolta a valutare la possibilità di riconoscere un credito d’imposta per una particolare tipologia di investimenti effettuati dai residenti delle piccole isole come ad esempio Ponza e Ventotene, con la collaborazione delle stesse Forze di Polizia, al fine di sviluppare: turismo eco-sostenibile e trasparenza negli investimenti, e la possibilità di detrarre dalle tasse una percentuale ben definita di quanto speso e tracciabile attraverso documentazione finanziaria.

scritto da: Erminio Di Nora

WWW.ERMINIODINORA.COM

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