Nardi e Ballard, testimoni nella scalata della vita

Nardi e Ballard, testimoni nella scalata della vita

Non ho mai conosciuto Daniele Nardi, né il suo compagno d’avventura Tom Ballard. Ma in queste settimane, per lavoro, ho dovuto scrivere di lui. Evito, di solito, per etica professionale e per scongiurare qualsiasi coinvolgimento con i fatti di cronaca, di cercare i volti, scrutare le parole, i sogni e persino di creare quel livello di empatia che come una fiammella alimenta l’animo umano. Ma in questi giorni, come hanno fatto in tanti, sono andato a spulciare i video, sentire la voce e guardare il volto di Daniele. Ho provato ad entrare nei suoi occhi scolpiti in qualche fermo immagine, ho tentato di studiare i luoghi dove ha inseguito il suo grande sogno. Sono stato con il fiato sospeso come in tanti, come tutti coloro che da ieri abbassano lo sguardo ammettendo non ci sia più nulla in cui sperare.

Sarà che ho sempre amato la montagna d’inverno, anche se non ne ho mai scalata una neppure d’estate. Sarà che questa terra di nascita tiene tutti legati come in un team, tutti aggrappati a quella corda come fosse una scalata anche la vita. Non so se sarà per questo, o perché ho avuto il coraggio e la sfortuna di leggere cose stupide e altre altrettanto belle su Daniele in questi giorni, ma ho sognato un lieto fine degno di un film che deve essere ancora girato o di un libro che merita di essere scritto.

Non so se è per questi motivi, o forse più semplicemente perché non ce n’è uno. Poco importa se Daniele sia riuscito o no a scrivere la storia dell’alpinismo, perché è nel tragitto che ha dato un senso all’impresa. La sua incontenibile voglia di sognare, che comprendo con la stessa sorpresa con la quale si coglie l’assurda semplicità con cui scorre il sangue nelle vene, ha dato a tutti la forza di immaginare qualcosa di diverso. Non so come sia la cima del Nanga Parbat, ma l’ho vista proprio negli occhi di Daniele prima ancora che affrontasse quella parete “impossibile”.

La montagna è una metafora della vita, scalarla è un obbligo morale, rappresenta il coraggio nello sfidare ciò che nell’esistenza appare scontato. Già solo per questo dovremmo dire “grazie” a Daniele e Tom.

Perché è troppo facile da dietro una scrivania o al di là di uno schermo touch, criticare la qualunque. Più difficile è affrontare le paure insite in ogni essere umano. Il freddo, la neve, la fatica è qualcosa che tutti affrontiamo in ogni battito di ciglia. Nelle temperature rigide delle nostre relazioni, spesso fuggiamo cercando un insipido sapore. Nelle perturbazioni del nostro animo siamo disposti a ripararci accanto focolari fittizi. Nella stanchezza quotidiana spesso inseguiamo un riposo che non avrebbe senso se non conoscessimo la fatica.

Per questo non si può giudicare l’uomo, che chi l’ha conosciuto narra come testimone di altruismo e correttezza. Ma tanto meno si può obiettare su un sogno, che seppur apparentemente folle per molti, aveva l’assoluto senso della vita per lui.

Per questo Daniele Nardi e Tom Ballard, non possono che essere considerati come due testimoni di speranza. Guai a ricordarli come come coloro che non ce l’hanno fatta. Sì, è vero, forse non hanno raggiunto la vetta, ma hanno testimoniato con le loro azioni – e persino con la vita – che chi vive un sogno, sa crederci a tal punto da renderlo vivo. Vivo come dev’essere la testimonianza che lasciano a chi credeva che non ce l’avrebbero fatta.

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