“Rovine”, benvenuti nella terra al di là degli steccati

“Rovine”, benvenuti nella terra al di là degli steccati

La raccolta poetica che andrò a proporvi (un elaborato alla volta, quando lo riterrò opportuno), consta di ben XXXIII carmi (capirete da soli il perché di tale numero) ed è stata scritta molto tempo fa, a cavallo tra un giorno qualunque del febbraio 2009 e l’anonimo di un altrettanto giorno del marzo dello stesso anno. Per la prima volta in versione integrale potrete rendervi conto del perché (o forse ve ne sbatterete al cazzo, chissà) gli pseudo-editori a cui la proposi me l’hanno rifiutata in toto.

Rovine” (questo il titolo della silloge), parla del dolore che ci portiamo dentro come esseri umani, fin dalla nascita. E parla di come quel dolore può strariparci dall’anima e infettare dapprima le carni e poi i pensieri stessi. E ancora vuole testimoniare di quanto siano inutili e volgari le pantomime che alcuni assurdi insegnamenti (la chiesa, lo stato, la famiglia, eccetera, sono diserbanti nei campi coltivati a libertà che la nostra natura di individui ci mette a disposizione fin da subito) vorrebbero passassero come verità assolute, inscindibili – per l’appunto – dalla composizione più che imperfetta del nostro stesso esistere. Pur vero che certe false integrità oggigiorno sono state smussate da chi di dovere [forse per manovrarci ancora meglio, tutto è possibile, tranne l’uomo incinto (per il momento)], ma resta il tangibile del vissuto da diverso di colui (o coloro) che scelgono strade secondarie, meno battute, sicuramente più affascinanti, ma impervie non poco e che devono subire non solo critiche e giudizi, ma veri e propri processi da parte di quella maggioranza che ha da sempre scelto l’omologabilità delle staccionate, dei recinti, degli appezzamenti di terreno ben difendibili e via seguendo…

Max Condreas

Max Condreas

Rovine” – forse con ironia eccessiva – riferisce di esperienze maturate, di poco amabili disquisizioni, di minacce, di sogni naufragati a causa di, d’incazzature vere e proprie, di grettezza in odore medioevale, di spauracchi sempre in voga… E si diverte (dannazione, quanto si diverte) a trasformare certi passi fondamentali in altrettanti valichi per lande dall’incommensurabile bellezza (che probabilmente i limitati di cui sopra leggeranno bruttezza)… Se a te – lettore – per qualsivoglia motivo, scoppiasse forte in petto il disperato bisogno di evasione, o se ancora passasse per la testa di far naufragare dopo eoni certe convenzioni (e convinzioni), do il benvenuto nella terra che si estende di là degli steccati, con l’augurio che la Poesia possa spingere in acque meno brulicanti la zattera malandata delle tue/mie/nostre idiosincrasie…

 

I

Aspetta ancora un po’.

Lascia pure che la lama

penetri più a fondo.

Leggere nei tuoi occhi

del mio dolore,

è come sporcarsi dell’omicidio

di sé stessi,

come stuprare la Morte

lasciandole la convinzione

di poter provare amore.

La strada non è cambiata per nulla.

Ancora indossa

il nero scialle del silenzio.

E abbandona i suoi figli

all’informe piena

delle maree della Notte,

convinta che la deriva

sia generosa di sogni.

 

lunedì 16 febbraio 2009

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