La mostra “Documenti” su ciò che è stato a Formia nel 1943/44

La mostra “Documenti” su ciò che è stato a Formia nel 1943/44

Tante storie hanno un nome ed un cognome di riferimento in modo tale che, ricordando l’una, è facile associarla ad un volto, un evento o, per l’appunto, un nome. Ci sono, invece, altre storie che si assomigliano tutte perché ripercorrono vite sfortunate, rubate agli affetti, alle famiglie, agli amici e si concludono in modo tragico. Tutte lo stesso destino, a qualsiasi epoca appartengano, tutte finite male.

Raccontarne una, quindi, vuol dire raccontarle tutte e, se parliamo di bambini, di ragazzi e di adolescenti, di vittime innocenti della follia umana che è la guerra che altri hanno deciso e di cui essi non possono essere considerati responsabili, le storie si assomigliano ancora di più. Se poi l’episodio in cui hanno perso la vita è lo stesso, possiamo dire che le loro esistenze, pur con volti e nomi differenti, si possono sovrapporre facilmente.

Per questo motivo, parlerò di Aniello ma mi riferirò anche a Salvatore, a Tommaso, a Gennaro (il cui nome sarà rinnovato in un nipote, mio carissimo compagno di scuola alle elementari), che persero la vita il 18 aprile 1944 nei pressi del ponte di Rialto.

Sì, lo so. C’è già un monumento che ricorda le 21 vittime e lo so bene perché, raccogliendo testimonianze sulla seconda guerra mondiale, fui io, insieme ad altri, a farmene promotore. Tuttavia, la storia di questi ragazzi deve servirci di monito a rifuggire e ad esecrare, sempre e comunque, la guerra quale strumento per risolvere controversie internazionali, come la nostra Costituzione ci ricorda e come troppi nostri governi, votati e non, ignorano, ricorrendo, con troppa leggerezza, al concetto di “missioni di pace”.

Di Aniello mi ha parlato il suo compagno di banco, Ubaldo Petrone, con il quale condivideva non solo compiti ed interrogazioni ma anche le scorribande pomeridiane tra i vicoli ed i giardini di una Formia ancora poco urbanizzata. Il ragazzo era figlio di Antonio, un brigadiere di pubblica sicurezza, ma dell’austerità del ruolo genitoriale aveva veramente poco: “era  il migliore di tutti noi a giocare a strigola, il gioco di allora, ed il migliore di noi ad arrampicarsi sugli alberi e sui muri”. La cosa può sorprendere e far sorridere ma, in fondo, i bambini sono tutti uguali.

Al tutore dell’ordine tocca l’ingrato compito di fermarsi ogni sera, per controllare e raccogliere informazioni,  presso la falegnameria del padre di Ubaldo, socialista storico, che non fa mistero delle sue inclinazioni politiche. Le rispettive vite dei padri e dei figli, per uno strano gioco del destino, s’intrecciano ma non si combattono; anzi, potremmo sicuramente dire che, a modo loro, si stimano. A casa di Aniello si parla di Ubaldo in toni entusiastici perché, pur essendo figlio di un artigiano, non è stato destinato all’avviamento professionale ma al liceo classico, dov’è il primo della classe.

Purtroppo, quell’infanzia, così gioiosa e spensierata, viene interrotta dalla guerra, quando Mussolini, dal balcone di piazza Venezia, annuncia che “l’ora delle decisioni irrevocabili” è scoccata. Per una cittadina come Formia, abituata dal regime fascista a veder transitare le tradotte militari che portavano i soldati in Etiopia e poi in Spagna, il nuovo status di nazione in armi non porta particolari sconvolgimenti, lontana com’è dal fronte, nei primi due anni di guerra, se si fa eccezione per le restrizioni di vario genere e le notizie, sempre più ricorrenti, dei suoi figli morti in mare, in cielo, nei deserti e nelle steppe.

Con l’armistizio dell’8 settembre 1943, Formia, che qualche giorno prima ha assaggiato un bombardamento anomalo con nessuna vittima, oltre ai pesci davanti al Macchione, in virtù della sua posizione nelle immediate retrovie della linea Gustav e della linea Hitler, conosce l’orrore della guerra sul suo territorio; da quel momento, non ci sarà più rispetto per la vita, la dignità delle persone, la sacralità dei luoghi, l’onore delle donne, il pudore, i sentimenti. Nei nove mesi di guerra, tutto il meglio e tutto il peggio che l’uomo possa offrire si verifica e non si è più certi di nulla; una frase, quanto mai espressiva, riassume il tutto e recita così:  “pietà l’è morta”.

Con gli Alleati a due passi, al di là del Garigliano, i Tedeschi ordinano lo sgombero immediato della città sino a 5 km dalla costa. Alcuni Formiani accettano di essere trasferiti a Roma, presso la Breda, ed oltre; altri si rifugiano nelle mandre e nei boschi a Piroli, alla sughereta, sulle propaggini del Redentore, a S. Maria la noce. E’ lì che nei frequenti rastrellamenti gli occupanti tedeschi, con la collaborazione dei fascisti di Salò, vanno a cercare gli uomini, che, a parte quelli deportati in Germania perché considerati renitenti alla leva, forniranno la forza lavoro necessaria per sgomberare macerie, costruire installazioni e ripristinare il passaggio lungo la via Appia, battuta continuamente da terra, da mare e dall’aria. Lavoro obbligatorio o deportazione, non c’è scelta.

La prima reazione è la fuga, ma non sempre riesce. A volte, come a Trivio, alla Costarella, il rastrellamento finisce in tragedia, con una sventagliata di mitra che, in quel caso, provoca otto morti.

Trasferiti dove necessita la loro opera, i rastrellati, a fine giornata, vengono lasciati tornare alle famiglie con l’obbligo di ripresentarsi il giorno successivo. Scarseggiando completamente i viveri e saccheggiati boschi e campagne alla ricerca di qualsiasi cosa da mangiare, i rastrellati non si presentano più soltanto per paura ma per la speranza di poter portare qualcosa di commestibile alle famiglie ridotte allo stremo. Poco importa se i padroni tedeschi non sono sempre affidabili o se il lavoro dei lavoratori formiani si svolge anche sotto i bombardamenti e i cannoneggiamenti alleati.

La fame è tanta e si scende comunque, meglio ancora se non in età di richiamo alle armi, proprio come i ragazzi di cui stiamo parlando. E, fra i morti ed i giovani di allora sopravvissuti alla guerra da me intervistati, posso dire che non erano certamente pochi. Fra loro, per l’appunto, Aniello, Gennaro, Salvatore e Tommaso.

“A noi toccavano solo lavori di manovalanza. Nei primi tempi raccoglievamo le bombe inesplose. Poi ci hanno portati a coprire le buche nelle strade per far passare i camion tedeschi…” racconta uno dei sopravvissuti.

Tuttavia, l’obiettivo strategico, per entrambi gli schieramenti, è la transitabilità o meno dell’Appia che assicura l’afflusso dei rifornimenti tedeschi ed il collegamento tra il fronte e le retrovie, ed il punto critico, l’unico passaggio obbligato per i veicoli, è il ponte di Rialto. Per questo motivo, giornalmente, la zona è battuta dalle artiglierie alleate e, una volta distrutta l’arcata, si raccolgono macerie, traversine ferroviarie, binari, e persino mobilio, per accumularli tra una scarpata e l’altra e ripristinare il passaggio dei veicoli.

Agli inizi, il lavoro si svolge sotto la minaccia delle armi; successivamente, i rastrellati si rendono conto che la fuga è impossibile e che, per sopravvivere, le famiglie hanno bisogno di quel poco che gli danno da mangiare. Di conseguenza, non c’è difficoltà ad organizzare tre squadre di lavoratori, divise in tre turni, che si alternano e partono ogni giorno dalla zona dei venticinque ponti alla volta di Rialto.

“Si scendeva la mattina e si andava a lavorare”. Si rimuovono i binari dalla sede ferroviaria e si trasportano coi carrelli sino al ponte e poi, tra un binario e l’altro si butta “terra e breccia” per consentire il passaggio di uomini e mezzi.

Ma per dei ragazzi, nonostante la tragedia quotidiana della morte vista con gli occhi, anche quella fatica può diventare fonte di divertimento, come se, per assurdo, si volesse esorcizzare la fine. Raccontano i testimoni che, a volte, i ragazzi fingono di non riuscire a sollevare i binari lasciando tutto il peso a carico di alcuni soldati russi arruolati nell’esercito germanico, giudicati non più affidabili con l’approssimarsi della fine del conflitto. Nonostante la sorveglianza, i ragazzi – ed Aniello tra di loro, giocano a tirarsi la sabbia mentre gli altri lavorano sodo oppure spingono i carrelli lungo i binari sino a farli rovesciare “come avrebbero potuto fare dei ragazzi come noi”.

La guerra, purtroppo, non si è dimenticata di Aniello e della sua squadra ed il ponte continua ad essere l’obiettivo più importante. Ogni giorno un aereo leggero americano sorvola la zona e comunica le coordinate di tiro all’artiglieria che, sparando a distanza, colpisce inesorabilmente i ponte. “Sentivamo il rumore dei colpi in partenza dal Garigliano: come sentivamo, scappavamo. Centravano sempre il ponte. Crollava il ponte e noi da capo a ricostruire”, come dei novelli Sisifo. Altri, ipotesi più probabile, dicono che l’allarme viene lanciato non appena compare il monomotore che, normalmente, proviene dal mare e consente un rapido disimpegno (o, meno elegantemente, una fuga a rotto di collo di Italiani e Tedeschi) nei rifugi di fortuna come, ad esempio, una nicchia nel muro su via degli Olivetani.

“Passavano cinque minuti e sentivamo i colpi in partenza dal Garigliano… Via! Tutti di corsa…”.

Il 14 aprile 1944 si verifica un’avvisaglia della tragedia che avverrà pochi giorni più tardi. Altri tre ragazzi, Gennaro, Aldo ed Emanuele, durante il bombardamento, si rifugiano dietro l’epitaffio, su via Olivetani. Un colpo esplode nei pressi e provoca una nuvola di fumo e schegge dalla quale  escono il primo ed il terzo con gravi ferite agli arti e alla schiena. Un motociclista coraggioso trasporta i due ragazzi, più un marinaio ferito, sul suo sidecar schivando le buche e le bombe che continuano a cadere.

Negli occhi e nel cuore degli altri ragazzi, l’idea della morte diventa più di un presentimento ma non ne fanno parola in famiglia, sia per non dare preoccupazione, sia perché non servirebbe a nulla.

Il 18 aprile la squadra al lavoro, ventisei persone in tutto, è quella di Aniello e degli altri ragazzi, più due fratelli e tre persone, componenti di una stessa famiglia. Stanno tutti lavorando alacremente quando, inaspettatamente, il solito ricognitore compare dalla parte della montagna, facendo il percorso inverso rispetto al normale. L’allarme viene dato in ritardo ed è il fuggi-fuggi generale. Il gruppo più numeroso scappa su via Giuseppe Paone, si infila in un magazzino nei pressi e lì attende la fine del bombardamento.

Un colpo centra l’ingresso e per ventuno formiani è la fine. C’è chi è morto sotto il peso delle travi all’ingresso ed i corpi verranno raccolti dai soccorritori in 3 o 4 caldarelle e c’è chi, più all’interno, è morto per lo spostamento d’aria o per soffocamento o per una sola scheggia che ha colpito parti vitali del corpo.

Non sappiamo se Aniello avrà invocato la mamma o si sarà stretto agli altri amici per affrontare la paura. L’unica certezza è che è morto senza il calore di una carezza.

La notizia della tragedia, non la prima, né l’ultima, si diffonde rapidamente tra le famiglie ma poche sono le persone che si arrischiano a scendere sino all’Appia. I morti vengono seppelliti provvisoriamente nel giardino antistante, lato mare, dove ora ci sono villette a schiera.

Non c’è tempo per le lacrime perché, anche se manca un mese esatto dall’ingresso degli Angloamericani in città, molti altri lutti colpiranno i nostri concittadini.

Il 18 maggio 1944, le truppe americane superano le ultime resistenze tedesche e rincorrono il nemico lungo l’Appia in direzione di Itri e Fondi. La guerra per Formia non è ancora finita. Ci sono gli sfollati, i prigionieri di guerra, le case da ricostruire (l’85% del patrimonio immobiliare è stato distrutto)

Dei ventuno morti del ponte di Rialto, rastrellati dai Tedeschi ed uccisi dagli Alleati, ben dodici sono compresi tra i 14 ed i 23 anni. Ricordiamo i più giovani:

Salvatore De Meo nato il 16.10.1925;

Antonio Martellucci, nato il 19.04.1925;

Aniello Monti, nato l’8.10.1928;

Salvatore Netani, nato il 9.02.1929;

Gennaro Scipione, nato il 3.09.1929;

Tommaso Tommasino, nato il 13.08.1928.

Questa è la guerra, quella subita dalla povera gente sulla propria pelle, non quella dei governi e dei comandi militari che decidono delle vite altrui come fossero pedine di una scacchiera. Non sono solo i dittatori che decidono di scendere in guerra; tempi recenti e, purtroppo, anche attuali ci insegnano che anche le democrazie lo fanno per “esportare la pace”. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Una persona anziana, che ha vissuto davvero la guerra, in un video pubblicato su internet si è commosso e si è così giustificato: “Si diventa stupidi da vecchi”. Sfido chiunque a non farsi gli occhi lucidi di fronte agli occhi da bambino di Gennaro Scipione ritratto nella fotografia che il fratello ha estratto davanti a me tanti anni fa, come fosse una reliquia, dal portafoglio. Sono gli stessi occhi scuri dei bambini siriani che scappano dalla guerra e dei milioni di bambini che hanno subito, subiscono o subiranno la follia degli adulti.

Un modo per capire ciò che è stato a Formia nel 1943/44 e rafforzare la nostra volontà di pace è venire a visitare la mostra “Documenti”, che si terrà dal 19 al 21 maggio presso la torre di Mola, ricca di documenti e video d’epoca, con orario 10 – 13 e 16 – 19 e visite guidate per le scuole.

(gentilmente concesso da Annibale Mansillo)

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