Clan Moccia, gli affari anche nel capoluogo pontino

Non ci sono solo gli affari con i ricchi appalti per l’alta velocità ferroviaria nella maxi inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Napoli sul clan Moccia.

Secondo gli inquirenti l’organizzazione mafiosa, tra le più pericolose della camorra, avrebbe infatti investito anche nella raccolta di scarti di macellazione e oli alimentari esausti di tipo animale o vegetale.


Le indagini portate avanti dal 2015 al 2019 dai carabinieri del Ros e dal Gico della Guardia di finanza, culminate con 52 arresti e un sequestro di beni del valore di 150 milioni di euro, sono arrivate così fino a Latina.

Per la Dda, il clan avrebbe avuto partecipazioni occulte in aziende formalmente amministrate dai cugini Pietro Chirico e Francesco Di Sarno, anche loro indagati.

Un sistema in cui sarebbero stati coinvolti direttamente Angelo, Gennaro e Antonio Moccia e che avrebbe riguardato anche la Industrie Proteine Laziali srl, la Effe Immobiliare srl e la Sviluppo Rendering, tutte con sede nel capoluogo pontino, in via Monti.

In base ad alcune intercettazioni, gli investigatori sottolineano anche che Di Sarno avrebbe investito nella Ipl ben 185mila euro ricevuti dai Moccia.

E tali aziende avrebbero avuto come clienti anche un ristorante di Marino, un hotel di Albano Laziale e un lido di Gaeta.

In Puglia invece le società considerate riconducibili ai Moccia si sarebbero scontrate con il gruppo Martena di Latina, sottraendogli clienti.

Nella maxi inchiesta, che conta 84 indagati, l’Antimafia specifica così che l’organizzazione mafiosa, dedita agli omicidi, all’usura, alle estorsioni, al riciclaggio e al reimpiego illecito di beni, avrebbe esercitato il controllo di diverse attività economiche tanto in Campania quanto nel Lazio.