Alba Pontina, confermata l’accusa di mafia: tutti condannati

Tutti condannati gli otto imputati nel processo principale scaturito dall’inchiesta “Alba Pontina”.

Il Tribunale di Latina, come già deciso anche dalla Corte d’Appello di Roma per gli imputati che hanno scelto di farsi giudicare con rito abbreviato e come stabilito in via definitiva per i pentiti Renato Pugliese e Agostino Riccardo, ha ritenuto che i Di Silvio di Campo Boario avessero dato vita a un’associazione per delinquere di stampo mafioso e a un’organizzazione criminale impegnata nel traffico di cocaina, marijuana e hashish, compiendo numerose estorsioni con modalità mafiose ai danni di imprenditori, commercianti, commercialisti e avvocati, infiltrandosi nelle competizioni politiche e ricorrendo a intestazioni fittizie di beni.

Dopo quattro ore circa di camera di consiglio, condannati dunque il presunto capo del clan, Armando “Lallà” Di Silvio a 24 anni e due mesi di reclusione, la moglie Sabina De Rosa a 15 anni e tre mesi, Francesca De Rosa a 3 anni e tre mesi, Genoveffa Di Silvio a 5 anni e quattro mesi, Angela Di Silvio a 6 anni e quattro mesi, Giulia Di Silvio a 2 anni e sette mesi, Tiziano Cesari a 3 anni e sette mesi, e Federico Arcieri a 4 anni.

Condanne dunque per 64 anni e mezzo di carcere.

Il Tribunale ha inoltre stabilito una provvisionale di 30mila euro per la Regione Lazio, di 40mila euro per il Comune di Latina e di 10mila euro per l’associazione “Caponnetto”, che si sono costituiti parte civile.

Il processo è il frutto delle indagini svolte dalla quadra mobile di Latina.

“L’associazione di cui hanno fatto parte i Di Silvio – hanno evidenziato i giudici d’appello nelle motivazioni della sentenza per i nove imputati giudicati in abbreviato – deve definirsi mafiosa in quanto sono sussistenti tutti i requisiti ritenuti dalla giurisprudenza di legittimità essenziali“.

Significative in tal senso vengono considerate le parole di una delle vittime di estorsioni: “Non è che stai a parlà co gente normale, non è che è il delinquente, questi so un’etnia, so duecento, levi due, ce ne stanno altri due dietro”.

Per i giudici, tra l’altro, guardando ai fatti del 2010, alla cosiddetta guerra criminale, “desta sconcerto che quei fatti non siano stati ritenuti aggravati da un metodo mafioso e che l’associazione non sia stata qualificata come associazione mafiosa in presenza di reati di estorsione e usura, intimidazioni violente, tentati omicidi, reati in materia di armi, scorrerie armate sul territorio di Latina tra bande contrapposte”.

“Gli imputati – ha aggiunto la Corte d’Appello riferendosi ai Di Silvio – hanno sempre agito manifestamente, senza adottare alcuna cautela nei confronti di persone che li conoscevano, ostentando la loro appartenenza ad un gruppo criminale e tale ostentazione di sicurezza di impunità è significativo indice di mafiosità perché presuppone la certezza dell’omertà delle vittime e del loro assoggettamento”.