Ponza e l’isola che spinge al peregrinare: il viaggio mediterraneo di De Luca

Riceviamo e con piacere pubblichiamo l’ultima storia scritta dal poeta mediterraneo Antonio De Luca, di Ponza, tra quelle raccolte ne “I quaderni di Mogador”.

Sono storie scritte due anni fa come diario di viaggio

Un diario particolare quello di De Luca. Chi è alla ricerca di qualche idea con cui arricchire il proprio tour in qualche città costiera del Mediterraneo vi troverà ben poco. Le parole del poeta non sono dirette al turista alla ricerca di emozioni forti o esperienze insolite.

Diverso invece il caso di chi è alla ricerca di una bussola con cui orientarsi per scoprire l’essenza vera di quei luoghi che rendono unico il mare nostrum. Chi cerca l’anima mediterranea non riuscirà a staccarsi dai quaderni di Mogador fino a quando non avrà letto e meditato anche sull’ultima riga.

De Luca è un vero viaggiatore, un’anima inquieta che non riesce a trattenersi troppo a lungo nello stesso posto. La letteratura per lui è la vita e la sua vita si sta facendo letteratura. Antonio ha bisogno di viaggiare, di solcare quel mare che circonda la sua Ponza a cui poi fa sempre ritorno, in cui ha costruito dei legami ancestrali con la terra e con le acque.

Architettura, società, cucina, natura: si potrebbe andare avanti a lungo. Sono infiniti gli aspetti che caratterizzano quel patrimonio affascinante che è la cultura mediterranea. De Luca li analizza tutti, li sperimenta, descrive come riescano a toccare le corde del suo cuore e mostra, proprio grazie a quelle caratteristiche uniche delle città mediterranee, quante sono le similitudini tra una sponda e l’altro di quel mare dalla storia millenaria.

Da Mogador a Lisbona, da Ponza a Marsiglia, seguendo le orme e le ansie del poeta il viaggio mediterraneo consente di lasciarsi rapire dal mistero dei luoghi e spalancare l’animo a quella meraviglia.

1) I quaderni di Mogador

Oggi non faccio altro che ascoltare Charlie Parker. Cammino e penso col bebop.

Lampi di pensiero e pause. Riflessioni e altri lampi. E altri silenzi ancora.

Qui tra la gente ai bordi del mare Atlantico. Cammino con il mio armamentario di oggi. Steinbeck, il binocolo, la Nikon, l’orologio da tasca di mio nonno, due quaderni e l’Aurora rossa corallo. Le parole e il silenzio. E molta innocenza.

Sono un uomo d’avventura. Del caos. Della parola antica. Della memoria greca.

Non per scelta.

Lo volle il fato.

Nacqui poeta.

In famiglia dicevano che vivevo in un mondo tutto mio. Utilizzavo parole strane.

Avevo strane idee. Vagabondavo. Spesso venivo punito. Ma riuscivo a fuggire da una finestra.

Avevo comportamenti fuori da qualche regola di troppo. Qualcuno si preoccupava.

Poi dissero che parlavo e parlavo.

Anche con strani pensieri. Troppo libero, e indisciplinato.

L’accusa che mi facevano in famiglia.

Ma erano loro stessi che mi facevano vivere in una libertà eccessiva. Vivevo abbastanza in strada.

Questo deve andare in collegio era la minaccia giornaliera.

Fino a che non ci andai veramente. Fu una liberazione invece.

Interiorizzare una libertà attraverso la conoscenza. Parte dell’istinto divenne ragione e critica.

Le parole strane si fecero poesia, e il parlare divenne il dire eloquenza e filosofia.

Conobbi le prime felicità di un uomo dai sentimenti liberi. Con una ragione speculativa sempre presente. Ma l’istinto primeggiava.

Vivere di idee e azioni.

Alla ricerca di una vita diversa. Unica.

La letteratura fu per me un ambiente libero in cui vivere. Quasi una ossessione.

Ma un’ossessione necessaria. Sana.

Come dice Italo Calvino: il bisogno di letteratura in questo momento storico dovrà puntare sulla massima concentrazione di poesia e pensiero.

La storia invece mi è stata sempre stretta. Troppo reale e poco metafisica.

La storia pretende la presenza. Io invece ho fatto dell’assenza, un’attività esistenziale. Speculativa. Il destino e la libertà. I significati. Sono assente, vivo di poesia.

Qualcuno insiste: da filosofo.

L’assenza mi rese un seguace di Epicuro.

Epicuro serve a vivere. Vivere vuol dire essere felici quanto più possibile.

Anche lo stoicismo senechiano serve. Seneca deve presenziare.

La storia per dirla all’Aristotele è il particolare. Il poeta sta invece nel Mito. Il Mito è universale.

Nell’anarchismo, prima individualista e poi socialista, ci vivo.

Amo tutti i poeti e i filosofi. Quelli veri naturalmente. Oggi seguo Michel Onfray.

Al mattino leggo una poesia. Spesso a caso. Ai primi versi sono già pieno. Ultimamente mi interessa Gesualdo Bufalino. Dalla Magna Grecia di Sicilia. Le sue poesie, il pensiero.

Così esco a vivere la giornata e il suo manifestarsi.

Un libro di poesia porto sempre con me.

La poesia è amore.

Non sono nato per condividere l’odio, ma l’amore. Fa dire Sofocle ad Antigone.

Cammino molto, soprattutto in viaggio.

Devo camminare. Il pensiero lo esige. Camminando penso. E nuove cose appaiono nell’anima. Nella memoria. Nuovi pensieri si manifestano. Mi piace camminare.

Fernando Pessoa, mi cambiò la vita. Il portoghese lo conobbi a Vienna.

Lo portai con me sull’isola dove vivo. Nei luoghi dove passo.

Non sono mai riuscito a pensare a quest’isola col suo nome. Sento che abito tutte le isole. Che tutte mi appartengono. Le isole come soste di passaggio negli uragani della vita.

L’ isola è condizione di vita, di pensieri e libertà. È ricerca del sublime.

Questo sublime ha partorito il mio Amare. Necessità di appartenenza. Di vivere.

Ogni scoglio che il mare leviga. Ogni ruvido scoglio dove intorno nuoto e mi aggrappo. A sostare e cogliere patelle.

È condizione di pace e rifugio. Una pace celeste.

Ma anche irrequietezza terrena a volte. Prodotta da un eccessivo isolamento. Di questo isolamento i motivi possono essere tanti. Ma lo controllo abbastanza.

Con il mare intorno mi sento infinito nell’infinito.

Le isole appartengono al Mito.

Il Mito è immortale alla memoria degli uomini. L’uomo senza memoria non è nessuno.

L’isola è motivo di esistere. Di stare al mondo. Ma non tutti sono degni di vivere su un’isola. L’isola necessita di virtù. Le isole liberano ma possono anche imprigionare e inquietare. Portare al disorientamento, all’allontanamento. Alla perdita.

L’amore per le isole nacque da piccolo in una stanza tra vecchie carte nautiche.

Erano le carte dei bastimenti dei miei nonni. Erano diventate parte dei miei primi giochi.

Poi uscivo in strada e incontravo un’isola. Passavo dall’idea alla realtà. Dall’illusione alla vita reale. Ma l’illusione genera sempre altre illusioni. Allora tutto diventa un’isola.

Isola è idea è illusione.

Sopra le navi con mio padre comandante, le isole le guardavo prima sulle carte. Poi dalla plancia col binocolo. La sera fissavo la luna. Ascoltavo l’avviso ai naviganti da Roma Radio.

Da bambino mi insegnarono subito a remare e a usare il sego.

Ero il rematore del nonno. Lui era Santiago, io l’aiutante Mandolin.

Uomini inconsapevoli di Ernest Hemingway.

Mio nonno era un Capitano marittimo in pensione. Al mare aveva la sua religione. Tutta la sua solitudine stava in quella lancia. La solitudine di un uomo che aveva visto il mare. Io il nipote. Dovevo sconfiggere questo suo nemico. Il crepuscolo della vita.

Io sposai questa religione. Pescavamo con le reti e le nasse.

Poi iniziai ad andare da solo. Mio nonno invecchiava. Mi aveva battezzato al mare. A stare da solo. Portavo i calzoni arrotolati.

Avevo circa 10 anni. Tutti si fidavano di me. Da bambino in quegli anni era facile vivere in un’isola. L’isola era una comunità.

La mia pesca preferita oltre le reti diventò il bolentino.

Uscivo per andare a pescare quando era ancora buio.

Vivevo giorni d’estate tra veglie e sogno.

Una notte fui circondato da un branco di cani latranti.

Mi costrinsero con le spalle al muro. Mi abbaiavano contro.

Da lontano vidi un uomo. I cani seguivano quell’uomo.

Poi si diressero verso di me. Di corsa. Sembravano lupi affamati. Saranno stati una decina e più. Ebbi molta paura.

Una signora venne al balcone. Iniziò a gridare. Gettò addosso ai cani dei secchi d’acqua.

Mi salvò da non so cosa. Quell’uomo si nascose in un portone. Io tornai a casa di corsa. Raccontai la storia. La signora parlò con mia madre. Dissero che quei cani seguivano un licantropo. Per giorni non uscii più di notte. La memoria di quella paura nei giorni di luna piena me la porto dietro.

Il profumo della barca e della maresia. Lo portavo addosso sempre.

Per merenda in barca portavo una galletta da bagnare nel mare con un pezzo di formaggio.

Imparai a mangiare le gallette da mio nonno.

Anche Santiago e Mandolin mangiavano gallette.

Predrag Matvejevic disse che le più buone le mangiò a Beirut.

Adesso io mangio quelle di Castellammare. Vicino Napoli.

Agli scogli Le Formiche. Distanti dalla costa di Ponza circa mezzo miglio.

Mi piaceva molto andare. E rimanere sopra quei fondali. Li mi sentivo in un oceano.

Ancora oggi è un mio angolo di mare.

Come Santiago a Mandolin. Mio nonno mi aveva insegnato ad amare e rispettare il mare. A stare in mare.

Mi dava tutte le informazioni sulla vita marina. Sul linguaggio delle navi. Sulle correnti e i posti pescosi. La navigazione. Le parole del mare. Le sue storie per il Mediterraneo.

A non dare importanza al dolore. A resistere. E resistere. A svegliarsi presto al mattino. E riposare nella “controra”. Perché la giornata durasse più a lungo.

E l’alba era bella da vivere. Un’apparizione.

Al sorgere del sole dalla barca mi insegnò a lavare il viso con l’acqua di mare.

Come una iniziazione.

Quando passavamo sotto al cimitero si toglieva il cappello per salutare i suoi morti.

A me faceva fare il segno della croce.

Mio nonno fu il mio primo maestro di una cultura arcaica greca-antica. Veniva a sua insaputa dall’autorità di Omero.

Gli scogli delle Formiche li resi le mie Galapagos. Il Faro della Guardia, raggiunto a remi, diventò Capo Horn. Punta Fieno erano i resti di Atlantide. Tutto all’inizio fu solo a remi.

Le mie mani diventarono callose da subito. I calli li portavo con orgoglio.

A Punta Fieno tra gli scogli e le ginestre, sotto un cielo di stelle che guarda a meridione, ci nascosi l’amore.

Poi ci costruii un rifugio. Dove le tempeste sferzano il vento fino a piegare gli alberi. E il mare capovolge le scogliere.

Questo ed altro conferì a questo luogo un senso di eternità. Di incognito.

Qui un forte desiderio di perdersi sopraggiunge nei giorni d’inverno. È conforto e dialogo con la memoria.

Mia madre era una donna molto libera. Anche mio nonno. Si fidavano di me. Meno mio padre.

Mi conosceva poco. Si era fatto l’idea di un figlio che in realtà non ero.

Mentre crescevo ne prendevo di botte!! Ma mio nonno mi difendeva sempre.

Contribuì al mio essere un uomo libero.

Spesso pescavo sulla spiaggia sotto casa. Mi guardavano dalla finestra.

Avevo 12 anni quando la mia famiglia si trasferì a Napoli.

A 5 anni in estate viaggiavo con mio padre. A 5 anni feci il mio primo vero naufragio.

Sugli scogli della Jugoslavia. Il Revenca con la nebbia urtò gli scogli.

Il disastro fu lento ma inesorabile. Ma non fui consapevole per molti anni di questa tragedia.

Il Mediterraneo divenne quegli anni un luogo di vita vissuta. Perché per mare si vive.

Per mare si pensa. Si pensa oltre gli orizzonti fisici. Il Mediterraneo mi anticipava la filosofia.

Mi presentava il suo essere. Lentamente entrava dentro di me la sua fisicità.

La sua storia si materializzava dentro di me. Due corpi che fluttuano nell’universo.

Io e il Mediterraneo.

La memoria non dimentica il tempo trascorso a guardare dalle rive le sue profondità.

Raggiungere la solitudine che mi apparteneva. Sul mare si parla di cose essenziali. Il mare pretende il silenzio. Il necessario.

Io e il Mediterraneo saremo un unico destino. La terra ci inghiottirà e nulla potranno gli Dei.

Quando mia madre era incinta. Andavo da solo con papà. Di solito uno o due mesi. Luglio e agosto. Le rotte erano i porti del Mediterraneo. Gli equipaggi per me, una famiglia allargata. Oggi così si dice.

Sull’isola si parte e si ritorna. Essa lo pretende.

Oggi ho bisogno di andare a vivere per lunghi periodi nelle città di mare. Ritornare negli approdi del bambino che fui.

L’ isola mi spinge verso le città di mare. Verso i deserti. Spinge al viaggio, alla partenza. Agli spazi. A perdersi.

Ma pretende il ritorno. Il nostos omerico. Ritornare sopra un’isola è ritornare alla semplicità, al silenzio. Ai rumori del silenzio. All’essenza. Al parto ancestrale.

Le isole sono le madri di ogni mio amore.

Hanno detto che Omero è il grande capo. Allora lo ubbidisco.

E l’unico a cui posso prestare obbedienza. Lui lo esige ma non lo dice. Lui indica.

Ci sono città e luoghi che amo. Come si può amare una donna.

Mi innamoro delle città e devo viverci e tornare.

Nacqui a Napoli e ci vissi per più di 20 anni. La prima e ultima patria fu il grembo di mia madre. Portato per isole, portato per le strade di Napoli. Ora a Napoli sempre torno.

Napoli e Ponza furono il latte misto a salsedine.

Napoli è una finestra sul mare. A Napoli si sentono le voci della terra.

Amo Napoli perché il primo respiro avvenne in quel golfo. Davanti al Vulcano e all’isola degli Dei. Capri che tanto mi diede e mi dà di sogno e bellezza.

Quando conobbi Pessoa andai a vivere gli inverni a Lisbona.

Io e la città diventammo la stessa cosa. Una materia ci accomunava.

Lisbona è il mondo. È il pensiero. È l’idea.

Finalmente Pessoa mi diede tutte le altre mie identità. Era quello che cercavo. Quello di cui avevo bisogno per vivere.

Mi sento un eteronimo di Pessoa. E quindi sono vivo.

In Pessoa c’è Edipo. Edipo è uno e tanti. Ognuno con un suo destino.

Un giorno andai a Marsiglia. Marsiglia apparteneva alle favole.

Conobbi la letteratura di Jean Claude Izzo. La sua letteratura mi trattenne a Marsiglia.

L’amai da subito. Ci ritorno ancora oggi. Ci ritorno per sempre. L’estetica di Marsiglia mi piace. Sembra di stare nei versi e nella vita di Guido Gozzano.

Ma soprattutto la città racchiude molto della letteratura del maestro Predrag Matvejevic.

Ha l’eleganza che mi appartiene. Marsiglia è una platea di belle donne.

Izzo è un genio, non doveva morire così presto. Senza Izzo l’umanità è in pericolo.

Quando morì Izzo, ogni libreria in tutta la Francia espose in vetrina i suoi libri.

A Marsiglia come a Lisbona o Istanbul, Essaouira o Tangeri, mi piace vivere nella letteratura di autori come Izzo, Pessoa, Pamuk o Bowles. Uomini che hanno dato alle loro città una dimensione letteraria. Una vita a sé.

Per vivere in una città, la sua letteratura è fondamentale.

Mi piacque Francisco Coloane. Il grande saggio del Cile. Lessi tutto di lui. I suoi libri sono monumenti nella vita.

Mi fece sognare e capire la Patagonia. Un giorno vorrei andare sulla sua tomba e inginocchiarmi. Mi ha dato tanto.

Italo Calvino fu eremita a Parigi, anche Bjorn Larsson.

Conobbi Larson a Milano. Trascorremmo la notte a parlare. Al mattino ci trovammo ubriachi di whisky.

Camminavamo per Milano a raccontarci la vita.

Io fui eremita a Lisbona poi a Dublino. Poi in un altrove. Questo altrove lo chiamai Utopia.

A Buenos Aires, conobbi Ernesto Sabato una domenica in Praça Dorrego. Era vecchio, e non vedeva molto. Ma per me fu importante anche solo vederlo e toccarlo.

Sentire le sue mani. La pelle e le ossa. Quelle mani che avevano stretto e toccato il Ché.

A Buenos Aires visse Luis Borges. Io vissi con le sue poesie e la sua Storia dell’eternità. E la musica di Gardel.

Il tango non è una musica è teatro.

Un giorno decisi di rileggere la vita di Jack Kerouac. Ero a Barcellona. Allora presi l’autobus e andai a Tangeri.

Kerouac e gli altri di quel mondo rivoluzionario si rifugiarono a Tangeri. Tangeri fu porto franco. Li sentivo ancora lì.

Anche i francesi arrivarono a Tangeri. Pittori, letterati, couturier e artisti vari.

A Tangeri sto molto bene. Mi piace la sua luce, il vento. E l’aria di libertà che ancora si respira.

A Tangeri scrivo molto. La gente del Marocco mi piace. Le donne hanno la magia negli occhi. Hanno una grande dignità. Ma tutto il Maghreb è così. Da Tangeri vado spesso a sud. Raggiungo Mogador, oggi Essaouira. Attraverso la strada che costeggia l’oceano.

I paesaggi sono selvaggi. Poco abitati. Incontro piccole grandi comunità. Pascoli e orti isolati.

Poche case hanno una scuola, una moschea e un forno per il pane.

Visitare i cimiteri di questi villaggi mi è utile. Spesso le tombe sono fuori casa.

Le coste dell’Atlantico dal Portogallo al Marocco hanno immense spiagge e larghe baie. Alti promontori. Una lunga cornice di eucaliptus e ulivi. Sembrano le coste della California. Il grande Big Sur. A Big Sur Ferlinghetti costruì il suo rifugio. Ci mando Kerouac a disintossicarsi.

La passione è importante per me. Ogni cosa che faccio ha passione.

Il porto di Essaouira è un inferno. Un inferno che fa bene stare. Nell’inferno si pensa molto.

Sarà che l’anima brucia di un fuoco che non dà dolore ma conforto e luce.

A Essaouira mangio molto pesce. A Tangeri molto capretto. Ovunque banane e datteri freschi.

A Tangeri sembra di incontrare ancora Kerouac, Ginsberg, Bowles, Corso, Ferlinghetti.

Di Ferlinghetti porto sempre con me qualche sua poesia.

A Tangeri posso bere vino. A volte ne bevo molto la sera.

A Buenos Aires spesso tornavo a casa ubriaco. Anche a Lisbona e ad Atene.

Bere vino è importante.

Nell’antica Grecia, nel Simposio, il vino era oggetto di culto.

Ora a volte lo bevo con l’acqua.

Dal vino nacque la poesia e la filosofia.

Socrate chiedeva scusa ai suoi alunni quando beveva poco.

La sua eloquenza, il suo pensiero avevano bisogno di bere vino affinché si manifestasse.

Qualche volta esco fuori Mogador tra contadini e pastori. Così vivo in un mondo virgiliano.

Mi sembra di essere nelle Georgiche o nelle Bucoliche. Mi piace sostare nelle oasi e osservare silenzioso il lavoro di uomini e donne. All’ombra di una palma contemplare lo sguardo dell’asino. Le corse dei fanciulli. Le lavandaie ai bordi del ruscello.

Il mondo primitivo arcaico di contadini, in cui l’uomo nacque.

Penso che in una vita precedente io sia stato contadino e pastore.

Alla signora dell’hammam di Essaouira sono simpatico. Mi aspetta nei tardi pomeriggi.

Mi cura il corpo con lunghi e accurati massaggi. Tra profumi, candele e soffusa musica.

Poi mi offre il tè alla menta con biscotti.

Quando esco mi sento leggero. Sospeso tra le nuvole. La signora ogni anno mi aspetta.

Le sere a Essaouira sono meravigliose. I tramonti stordiscono.

Le strade brulicano di gente composta. Vedo persone da ogni parte del mondo.

Il vento dall’oceano invade la città. Avvolge e accarezza. Le strade odorano di salinità e profumo di cucina.

Anche un bisbiglio di gente. Molte mie poesie hanno visto la luce a Essaouira.

Qui ho un barbiere. Ed è la vecchia barberia di Essaouira.

Nelle città che amo, lascio i miei amori segreti. Di amori segreti si vive.

Nell’isola in mezzo al Mediterraneo, dove abito, c’è un posto. È a sud, davanti solo mare. L’Africa è lontana, non si vede con gli occhi. Ma sta lì. La puoi sentire e pensare. Di fronte alla casa. Alla vigna.

Questo luogo l’ho chiamato Utopia. Isola in un’isola. Il buon luogo. La negazione dell’idea del luogo.

È isolato da tutto. Dal tempo e dalla geografia. Ci ho portato il mondo, i libri e gli amori. La vigna e il vino.

È un rifugio sopra una scogliera. Un utero per venire al mondo ogni giorno.

Quando alzo la testa e guardo avanti, gli occhi non vedono che un orizzonte di mare.

Un infinito spazio con qualche sagoma di nave persa nella lontananza. Si sta a immaginare il destino.

Qui tutto lascia intendere la presenza di divinità. Qui mi rifugio quando torno dai viaggi.

Lontano dagli uomini della civiltà. Dai troppi libri.

Una pace dalla stanchezza della conoscenza. Del cammino e del pensiero.

La mente desidera il silenzio. Vuole il tempo di isolarsi da tutto e da tutti.

Qui ci starebbe bene Bruce Chatwin, ma soprattutto Henry David Thoreau. Tutti i grandi viaggiatori, i maestri del pensiero.

La loro vita mi fa compagnia.

Il rifugio lo pensavo già da bambino.

Uno spazio aperto dove la mente libera può ricevere ogni impressione della natura.

Una natura che preclude persino il pensiero.

Anche qui a Utopia la vita è dura. Oltre alla vigna, non c’è niente.

In inverno sembra di essere nelle estreme terre del mondo. Le terre del niente direbbe Luis Borges.

Battute dai violenti venti da sud.

In primavera è invece il paradiso in terra. Così disse Elena, una donna di Oslo.

Nella casa sul porto di solito risiedo. Ci vissi i primi 10 anni. Poi mi portarono a Napoli.

Quest’anno ho risistemato il lettino dove morì mio nonno materno.

Lo chiamavano il kaiser per i baffi che portava da giovane.

Oggi qualcuno chiama kaiser anche me, seppur non porti i baffi.

Dicono che gli assomigli nel carattere.

Quando arrivarono Melville ed Hemingway, e mio padre. Allora presi il mare.

Quello con i tanti nomi. Quello di Omero. La geografia di Odisseo. L’atlante dell’infanzia.

La vastità che tutto racchiude, comprende e protegge.

Dobbiamo avere la capacità di un’esistenza in compagnia di noi stessi.

Stamane all’alba ho terminato la poesia Agorà.

Per adesso. Perché non si finisce mai di scrivere una poesia.

La poesia pretende la vita.

A fine giornata ascolto Nina Simone. La televisione trasmette Un uomo e una donna, di Claude Lelouch.