Ait-Ben-Haddou, l’altra Hollywood: il viaggio mediterraneo di De Luca/5

Riceviamo e con piacere pubblichiamo la quinta di dieci storie scritte dal poeta mediterraneo Antonio De Luca, di Ponza, raccolte ne “I quaderni di Mogador”.

Sono storie scritte due anni fa come diario di viaggio.


9 I quaderni di Mogador

Tahar Ben Jelloun poeta e scrittore di Fes, trapiantato ultimamente a Parigi scrisse: scrivo per non avere più un volto. Io con la parola e il verbo. Con la poesia. Nella loro nudità mi sento separato da tutto e da tutti. Così realizzo questa mia identità illusoria. Non avere più la dimensione dell’ufficialità. Di essere uno straniero ovunque. L’unica identità che mi serve a vivere. La moltitudine che mi compone. E mi da sostentamento. Salutare smarrimento. Fuga. Forza d’animo. La passione, il piacere, la gioia e il dolore. Quindi quella solitudine per vivere.

La settimana prossima vorrei tornare ad Ait-Ben-Haddou. Verranno i miei nipoti da Bologna. Ho ingaggiato una guida. Grazie a Mehdi. Il viaggio è lungo. Bisogna attraversare i monti dell’Atlante. Il passo è intorno ai 3500 metri. Mi fermerò in qualche villaggio che mi ispira. La diversità dei popoli rende la vita a una dimensione accettabile. La esalta e arricchisce. La diversità pone la vita nel mondo.

A Marsiglia cenavo in una trattoria tunisina. A Napoli spesso la carne la compro in una macelleria algerina. Entrambi mi dicono: amico evviva tutto il mondo. Ebbene voglio vivere questo evviva tra la gente di tutto il mondo.

Per Ait-Ben-Haddou in questo viaggio cambio strada. Voglio deviare la rotta per la valle dei fossili. La regione di Erfoud. È da tempo che voglio andarci. Ritornare ad essere geologo per un giorno. O meglio un paleontologo. Ricordare con felice nostalgia gli anni degli studi di geologia a Napoli.

Il prof. Tullio Pescatore mi mandò in ricerche di geologia marina nel mar Ionio. I prof. Ludovico Brancaccio e Beppe Rolandi mi portavano con loro sul campo a rilevare e studiare i complessi geologici dell’Appennino centro meridionale. Da allora ovunque mi trovo devo guardarmi intorno per capire su che roccia mi trovo e chi c’è l’ha portata e quanti anni ha.

Il Marocco era sotto al mare. 380 milioni di anni fa. Devoniano si chiama il periodo geologico. Poi 65 milioni di anni fa, periodo Cretaceo Paleocene, successe qualcosa che la Geologia ancora non sa dare giuste risposte. Ma ipotesi. La scomparsa del 70% degli esseri viventi. Il mare iniziò a regredire portando alla luce tutto l’ecosistema oceanico. Il Marocco attuale.

Uno dei luoghi al mondo con più presenza di fossili marini. L’abisso di un oceano vide la luce. Tra gli altri, ammoniti di ogni grandezza in rocce di diversa natura e consistenza, trilobiti, denti di squali dell’olocene fanno gli altorilievi della regione. Mentre la sabbia del deserto non è altro che il prodotto della corrosione nel tempo di questi sedimenti oceanici.

Ricordo la città di Volubilis. Qui mi condusse l’amica Marina, grande viaggiatrice. E scopritrice di terre lontane. Con noi c’era il suo inseparabile compagno Pietro. Volubilis è a est di Fes. Una Pompei d’Africa la città punica di Annibale prima e Marco Aurelio dopo. È costruita con pietre di agglomerati fossili. Tra i resti di Volubilis trovai un trilobita.

Per andare ad Ait-Ben-Haddou attraverso le gole di Dades. Qui crescono rose profumatissime. Le rose di Dades. Hanno fatto la fortuna dei profumieri francesi. Il clima produce rose profumatissime. Ma anche l’industria marocchina oggi è bene attrezzata. Con le zagare si ottengono grandi profumi. Donne da tutto il mondo le vedo estasiate nelle profumerie delle città del Marocco.

A Marrakech e Tangeri ho i miei profumieri. Ait-Ben-Haddou la sentii per la prima volta molto anni fa. La scoprii in una intervista scritta. Ne parlava Pier Paolo Pasolini. Ci aveva girato Edipo Re. Era arrivato fino a lì a pretendere il suo primitivismo creativo. Oggi Hollywood se ne appropriata. Ma l’Unesco ne ha fatto patrimonio dell’umanità.

Ait-Ben-Haddou è uno ksar. Il villaggio fortificato costruito in punti protetti dagli attacchi di tribù nomadi. Il villaggio oggi è ben custodito e protetto. Era rotta carovaniera dal deserto del Sahara e i mercati di Marrakesh e le città portuali. Tutto è ancora costruito con mattoni di paglia e fango seccati al sole.

Il villaggio oggi è abitato solo da poche persone. Con la sua architettura esprime il mondo di una società berbera. Grazie soprattutto alla sensibilità e all’ interesse del Re Mohammed VI. È stata costruita di fronte al vecchio villaggio una nuova Ait-Ben-Haddou con tutti i servizi.

Il Re oggi in Marocco è ben voluto. Tutti ne dicono bene a ragione. Le sue riforme stanno portando il paese ad uno sviluppo inimmaginabile. Anche se rimangono grandi problematiche. Le problematiche di un mondo costruito prevalentemente su una economia capitalista al servizio di pochi. E lo sfruttamento della terra a discapito della comunità.

La società marocchina cresce in diritti e cultura. La sua economia è in continua crescita. È una società ancora così ricca di primitivismo e purezza che la tengono lontana dal peggiore modernismo. Ma non so ancora per quanto. La storia sarà maestra.

Alcuni anni fa il caro amico Gianni Silvestri. Purtroppo prematuramente scomparso. Già scenografo di Bernardo Bertolucci, Giuseppe Patroni Griffi e collaboratore di Luchino Visconti. Me ne parlò a lungo. Bernardo Bertolucci stava girando il Tè nel deserto, dopo L’ultimo imperatore. Devi assolutamente andare ad Ait-Ben-Haddou mi diceva.

Arrivò il giorno tanto desiderato. Arrivai ad Ait-Ben-Haddou e fui sorpreso ed entusiasta di tanta meraviglia. Mi promisi che dovevo assolutamente tornare e stare qualche giorno in più. Qui il tempo decide la vita. Desideravo vivere tra le comunità berbere. Sdraiarmi lungo il fiume. Sentire le donne che lavano i panni. I bambini che giocano. Gli uomini nelle oasi ad arare e raccogliere. Uomini donne e bambini che camminano per lunghe distanze.

È così in terre d’Africa. Starmene sdraiato tra gli ulivi e le palme. Magari a leggere e pensare. Ascoltare le voci della natura in un mondo ancora culturalmente puro. Fuori da rotte turistiche. Persistono uomini di pasoliniana memoria.

Oggi a Marrakech fa molto caldo. Siamo a fine febbraio. Sono vestito tutto di lino. Devo mettere un cappello. Qui i cappelli si vendono ovunque. Tutti di questi tempi hanno un cappello. I ristoranti all’aperto li mettono a disposizione dei clienti. Sto attraversando la grande piazza Jemaa El-Fna. La piazza è strapiena di gente. Un enorme teatro.

Mi dirigo verso il caffè letterario Dar Cherifa. Li è tutto in silenzio e tranquillo. Potrò concentrarmi serenamente a scrivere. Mandare dei messaggi agli amici in Italia. Dar Cherifa lo vedo e lo sento come un giardino epicureista dove si ascolta un silenzio portatore di piacere serenità spirituale e mentale. Ma anche come un prototipo di harem. Quell’Harem immaginato dai Picasso, Matisse e Delacroix di inizio secolo. Con profumi di rose ciclamini zagare e scrosci d’acqua con il canto delle tortore. Di donne che leggono o recitano poesie. Che bisbigliano sottovoce pensieri e sogni. Desideri avvolti in vestiti e gioielli berberi di tanta bellezza quanto basta. Senza mai venir meno ad una innata dignità. Sobria eleganza ed una gestualità minimalista e discreta.

Sembra di vivere in un quadro del pittore olandese Lawrence Alma Tadema. Ambienti rivisitati della Grecia classica e l’antica Roma, con poesie rose marmi e terme, profumi e filosofi nella vita pagana di una dimensione domestica. Così come l’harem che ho immaginato per il mio rifugio mediterraneo popolato dalla bellezza che dà piacere di vivere. Versi, enigma e figure che vanno dall’Oriente, dalla Grecia a. C. fino all’Occidente di ieri e di oggi in mezzo al Mediterraneo. Tra le rotte di Ulisse e Giasone, di Virgilio ed Augusto. Tra l’amore di Catullo, di Saffo. L’eleganza di Orazio e i viaggi di Strabone.

A est dai terrazzi di Dar Cherifa in lontananza vedo i monti dell’Atlante. Non è molto frequentato Dar Sharifa. Una nicchia per persone che aspirano al diverso. Contro la decadenza del mondo di oggi questi luoghi di ispirazione arabo persiani alessandrini sono luoghi di rifugio. Un tè alla menta qui dà gusto alla vita e risveglia i cuori sognanti. La felicità epicurea che feci già ventenne qui si manifesta nella bellezza di esaltare la vita in tutta la sua grandezza.

Quanti ricordi mi sovvengono dal tempo delle grandi scoperte conoscitive. È l’edonismo che mi appartiene. Lessi Epicuro me ne innamorai. Sentii subito che mi esaltava più degli stoici. Lo studiai nella logica liceale. Lo feci mio. Nel corpo e nella mente. Ho vissuto con la sua filosofia sempre. Senza esserne cosciente spesso. Inconsapevole ogni giorno. Epicuro è presente. Fu inevitabile la laicità epicureista. La strada verso la felicità con l’intelletto.

L’amico Andrea Simi ne è convinto. Sono fondamentalmente un epicureista mi dice. Oggi anche se disordinatamente rileggo molto di filosofia. Ne ho bisogno. Per lo spirito e l’intelletto, per la coscienza e il corpo. Per le questioni etiche. Il piacere e la libertà. Quel piacere che è il bene. È magnifico rileggere filosofi che stanno in noi. È come se li chiamiamo a starci ad accompagnare. Logica caos etica è l’alloggio dove conviene dimorare. È solo andando verso l’impossibile che si può avere qualcosa del possibile. La poesia è oltre la parola. La sua radice. Rileggere i filosofi della adolescenza è come scrivere poesie oggi. Un costante viaggio verso di me. In un paesaggio dove spesso l’opera e l’uomo non hanno distinzione. Tutto trascende da me e in me.

Ho scoperto fuori le mura della città un mercante che tra una marea di anticaglie e cose strane, vende pelli di animali. Aveva una pelle di leone, una di zebra. Anche serpenti e leopardi. E altre cose indicibili. Sono rimasto incantato. Mi sarei comprato tutto. Mi sono ricordato una parte della vita. Quando mio padre tornava a casa e ci portava a noi bambini caimani imbalsamati dal Mississipi.

Una sera aprì la valigia. Ci stanno 5 pelli di leopardi ancora sporchi di macerie di morte. Arrivava da Lobito. Con le teste noi ci giocammo. Corna dei bufali africani, lance di guerrieri tuareg, tamburi di guerra. Indumenti di popoli visti fino ad allora solo sui libri o in televisione.

Io leggevo in quei tempi tra gli altri le storie dei viaggi di Walter Bonatti sul settimanale l’Europeo. Di questi arrivi dai viaggi di papà ne facevamo i nostri giochi. Quei giochi sono diventate storie che ho imparato a memoria.

Qui oggi a Marrakech ho sentito quei giorni della adolescenza a Napoli. La casa di Napoli come quella di Ponza, come le cabine delle navi dove viaggiai, come le case in affitto nelle città che mi accolgono. Tutte queste dimore sono racconti. Sono fiabe. Senza tempo dimore di vivere in una eternità. Riprendo a camminare. Cammino molto.

Camminare è continuare a giocare. Anche scrivere è continuare a giocare. I miei giochi avvenivano in spazi aperti. Camminavo, correvo tra gli scogli, sopra i muri, in riva a spiagge. Remavo tra faraglioni e rive per raggiungere una donna o solo per procurarmi un cibo di mare. Andare da un posto all’altro di villaggi. Andare. Sempre andare per poi tornare.

Sono tentato di comprare le pelli di leopardo. Ritorno indietro. Poi ci ripenso. Se mi scoprono all’aeroporto in Italia potrei avere problemi. Meglio non avere problemi in Italia. In questo momento storico un nuovo impero più subdolo si nasconde. E silenzioso avanza alle porte della libertà e occupa la vita degli uomini liberi.

Per qualche giorno son tornato da quel mercante. E mi piaceva stare tra quelle pelli e tutto il resto. Stavo proprio bene. Tutto il tempo della vita che sempre conta sta qui. Ritornare ai tempi dell’essere stati bambini. Ho lasciato il bambino che fui in custodia al mercante. Gli ho lasciato la mia storia. Sto sognando.

In questi giorni mi sento la bocca un poco amara. Mi capita quando mangio molte grancevole. A Essaouira mi capita di mangiarne una intera al giorno. Ma qui a Marrakech durante il giorno. Mangio dolci al miele e mandorle. E bevo molti succhi di arance rosse dolcissime e di melagrana. Le piazze di Marrakech sono invase da seri carrettini che fino a notte fonda vendono succhi di frutta fatti sul momento. E senza aggiunta di acqua. Sono solito offrire un nutriente succo di frutta a quelli meno fortunati di me.

Mi rendo conto da sempre che la radice dell’uomo è solo questione di fortuna. Ieri sera ho scoperto la poetessa Wafaa Lamrani. Scrive versi che oggi non faccio altro che portarmi dentro. E mi fanno pensare. La ringrazio. Domani verrà a trovarmi da Napoli il mio amico Martino. Andremo in una kasba a 50 km da qui. Dicono che ci hanno girato dei film. E il mercato è interessante. È tra l’altro un mercato di cammelli.

A Martino voglio fargli vedere le mie ultime scoperte a Marrakech. Un simpatico mercante di antichi gioielli berberi. Non sta nella Medina. È fuori le mura. Inoltre andremo al museo Berbero Saint-Laurent. Per le essenze di rose ho il mio amico a la Place des epices. Ci vengo da sempre. Mi tratta bene e mi propone i migliori prodotti. Dice di farmi grandi sconti. Ci voglio credere. Comunque è simpatico e nel suo negozio si passa un po’ di tempo a guardare parlare scoprire. Tra essenze di rose, zafferano, cumino, coriandolo, noce moscata, gelsomini, zagare e spezie di ogni genere. E poi saponi, profumi, ambre e incensi e cristalli di eucalipto. In una grande stanza si mischiano tutti questi odori. Poi ti stanno addosso per tutto il giorno.

Come nelle valigie di mio padre quando tornava a casa. Le apriva e il mondo occupava la casa di Napoli. Il mercante sa che mi piace il pepe. Dice che mi procura il pepe migliore. Anche qui ci voglio credere. Medhi ci porterà dal suo hammam di fiducia. Quando ho bisogno di un taxi chiamo Abad. Parla napoletano. È vissuto a Napoli per 10 anni. Faceva il muratore. Gli mancava il Marocco mi racconta. Ed è voluto ritornare a Marrakech. La sua città natale. Sa tutto sul Napoli calcio e Maradona. Sul cruscotto del suo taxi oltre alla figura del re, dei figli, la moglie, ci sta Napoli e Maradona. Noi parliamo solo napoletano. Non ho alternative. Ovunque mi porta mi chiede 5 euro. E lui è felice e ride. Quando deve imprecare ripete a modo suo sempre Gesù Giuseppe e Sant’Anna e Maria. Un detto del popolo napoletano che vuol dire meraviglia stupore ma anche incazzatura. Dice che l’ha imparato dalla signora che gli aveva affittato casa a Napoli. Giuseppe Marotta negli Alunni del tempo, lo utilizza tra la gente del Pallonetto di Santa Lucia. Abad dal vecchio rione del Vasto alla Ferrovia di Napoli ora è felice nella sua Africa.

Per me l’Africa è una cosa seria per arrivarci solo da viaggiatori. Bisogna essere di più. Amare l’impossibile. Nel vecchio quartiere Panier sul porto di Marsiglia lessi sul muro L’utopie ou la mort. L’aveva scritto un magrebino. Me lo disse la persona del bar. Sulle spalle di mio padre conobbi i boschi le spiagge e i mari. Città e villaggi del mediterraneo. Iniziai a sentire l’irraggiungibile. L’utopia. Ora cammino da solo. Ma è faticoso. A volte ho paura. Questa fatica di conoscere mi fa felice. Voglio essere affaticato e stanco. Come i tanti nel mondo. Come i tanti della solitudine del mondo. Ci porterò con me la bellezza del mio amore.

Viaggiare è per scoprire se stessi. Per entrare silenziosi nella nostra esistenza di amanti del mondo. Amare la vita liberi con l’essere straniero. E sempre Fernando Pessoa a seguirmi tra le ombre che porto. E quelle che lascio. La letteratura è la prova che la vita non basta. La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo.