Ponza e la casa rifugio: il viaggio mediterraneo di De Luca/4

Ponza e la casa rifugio: il viaggio mediterraneo di De Luca/4

Riceviamo e con piacere pubblichiamo la quarta di dieci storie scritte dal poeta mediterraneo Antonio De Luca, di Ponza, raccolte ne “I quaderni di Mogador”.

Sono storie scritte due anni fa come diario di viaggio.

3 I quaderni di Mogador

Oggi ho rivisto il Museo Berbero alla Fondazione Saint-Laurent. Un tuffo nella grande cultura berbera. Ci vengo spesso. È un luogo dove si respira anche una certa Parigi. È all’interno del museo Saint-Laurent.

A Marrakech ci visse Yve Saint-Laurent. E al Marocco ha lasciato gran parte della sua eredità. La sua fondazione provvede a molti eventi culturali, oltre alla nascita e mantenimento di edifici preposti alla cultura.

A Tangeri la storica Librairie des Colonnes ora è proprietà della fondazione. Meglio dire è stata salvata dalla fondazione. Qui a Marrakech ci sta anche una strada a suo nome. E anche una libreria internazionale. Con accanto un caffè ristorante all’aperto.

Ci vengo per alternare la cucina araba. Qui ci sta la mano della cucina francese. Un tocco creativo. E poi sembra veramente di essere a Parigi in uno di quei caffè frequentati da Sartre.

Ieri ho conosciuto una coppia di architetti di Milano. Sono qui per lavoro. Ci siamo dati appuntamento per pranzo. Ancora non so dove andremo.

Nel frattempo sono andato al Caffè del Museo dove ci sono sempre pochissime persone. E vige un grande silenzio. Potrò scrivere qualcosa. Prendere un lungo caffè e fumare una sigaretta. Nel frattempo scrivere qualcosa.

Ho preso un libro sulla presenza di Pasolini e altri intellettuali italiani qui a Marrakech. È in francese. Lentamente riuscirò a leggerlo e capire. Intanto mi viene voglia di pensare al mio vino.

Due ragazze vicino al mio tavolo hanno preso una bottiglia di vino rosè. Leggo che viene dalla Provenza. La Provenza è terra di questi vini. È affascinante il colore. Mi piace.

Il mio vigneto si chiama invece Utopia. Come il vino rosso che faccio. Il vino rosè si chiama Nostalgia, letto in greco però. La vigna circonda la casa-rifugio che si chiama A Jangada de pedra, la zattera di pietra. È il nome di un libro di José Saramago. Scrittore portoghese. L’ho costruito su un vecchio rudere. Lo utilizzava mia nonna. Dissero che ci teneva la pecora, oltre ai mestieri del contadino.
È sull’isola di Ponza. Nel Mediterraneo centrale. Qui il mare lo chiamano Tirreno. Questo luogo mi è stato trasmesso dal latte materno. Gli ho scritto un libro Vinea loquens. Dovrei pensare ad una nuova edizione. E’ un luogo ereditato dalla mia famiglia.

E’ un luogo che ho conosciuto come le favole. Raccontate dai miei genitori, dai nonni e parenti vari. Mentre crescevo ho scoperto che tutto invece era realtà. Crescevo con queste favole. Per conoscere una realtà superiore. Ma presto sentii il bisogno che queste favole divenissero realtà. Dando una nuova vita a quei racconti.

Ho restaurato e costruito questo luogo. E adesso è un luogo primordiale. Mi appartiene. Il mio rifugio, in mezzo al Mediterraneo, davanti all’Africa. Sta in uno dei luoghi di Ponza più inaccessibili.

Una immane fatica solo per arrivarci. Un altra fatica ancora per andare via. Tutto è fatica che fa stare bene. Qualsiasi cosa fa sudare.

Un luogo che ha tenuto nascosto e mantenuto la propria storia per secoli. Dove i vigneti sono secolari. Hanno più di 200 anni. Direi che sono borbonici.

Ho sempre amato molto la vigna: il miele dell’anima. Non so il perché. Ma c’entra anche Cesare Pavese in questo.

Al Liceo mi innamorai subito di Pavese. La vigna è il miele dell’anima scriveva. Ovunque vado nel Mediterraneo e non solo.

Per me la vigna è un altare. Un altare agli dei. Propiziatorio alla vita. All’esistenza degli uomini che camminano a trovare una casa. Una strada.

Il vino ristora. Accende i cuori. Illumina il pensiero. Senza vino è pericoloso vivere.

Euripide scrive: dove non c’è vino non c’è amore. La vigna e l’amore soggetti di uno stesso verbo.

Nel nord del Marocco hanno piantato grossi vigneti. Naturalmente sono investimenti francesi. L’altro giorno al ristorante libanese di Essaouira l’ho bevuto. Ed era buono. Quando posso sempre bevo una bottiglia. Serve anche a pensare e scrivere.

Per bere il vino qui bisogna andare in un ristorante non del Marocco.

Un poeta perennemente vagabondo ha bisogno di bere vino. Un nomade per città di mare e non solo deve bere vino. Un métèque per isole deve conoscere l’ebbrezza del vino. Un bohème vestito di parole che contano si deve ubriacare di vino e passione. Non sempre può pensare alle parole. Deve anche sapersi allontanare da esse.

Come Rilke temo la parola degli uomini dove tutto è chiaro. Queste parole creano mutezza e rigidità. Le parole chiare uccidono le cose.

Molti anni fa andai a Lisbona per scoprire chi ero e chi potevo essere. Avevo rivissuto ancora una volta sulla strada di Kerouac. Lì viveva Fernando Pessoa. Lui poteva darmi una mano.

A Lisbona ho cercato di vivere come lui. La sua solitudine me la sono caricata addosso. La sua solitudine letteraria divenne il mio pensare. I suoi eteronimi sono tutti io.

Ora scrivo poesie. Ma le ho sempre scritte. Ho fatto vari mestieri. A volte umili altre volte mi chiamavano dottore. Ma dottore non ero. E ne volevo essere. Sono un uomo in disparte dicevo.

Adesso scrivo poesie e viaggio. Viaggiare è dentro di me, nel mio sangue. Non riesco a stare molto tempo in uno stesso posto. Questo modo di vivere l’ho ereditato dai nonni e da mio padre. Un po’ da tutti in famiglia.

Sono cresciuto tra viaggiatori. E da bambino subito ho sempre viaggiato. Dovevo trascorrere le estati sulle navi con mio padre. Sono cresciuto tra navigatori.

I miei nonni, non conoscendo le favole della letteratura, mi raccontavano la loro storia. Per me inizialmente erano favole. Poi si fecero realtà.

Quindi chi sono io. Sono la stratificazione di tutti questi mestieri di vivere. Un viaggiatore anomalo. Parto soprattutto da un bisogno letterario. Conoscere i luoghi di Sartre, di Joyce, dei poeti russi, dei nascosti poeti nel mondo.

La nuova poesia araba mi piace moltissimo. Vivere i luoghi letterari e metafisici. Camminare tra i marmi del teatro di Pompei o di Atene. Pensare agli Argonauti, a Laerte, a Medea. A Napoli, a Posillipo, luogo intimamente virgiliano, ho fatto il liceo classico con i Padri Barnabiti. Li si studiava molto. Non avevo tempo per scrivere lettere alla fidanzata di allora. E spesso neanche per dormire una intera notte.

Il tempo delle grandi scoperte avvenne nelle primavere di Pausylipon. Forse gli anni più belli di sempre. E’ lì che forse mi sono dato un’identità. Mi sento un uomo che sempre se ne va. Quella della Grecia antica.

Io che arrivavo ragazzo di strada da un’isola a Napoli, capitale mediterranea. Sta nella Grecia che sempre mi duole la mia patria. Amo la poesia. Amo la letteratura e la filosofia. Amo la parola. Sono costruito di parole. La carne di cui sono fatto è soprattutto parole.

Esiodo, Omero mi hanno dato la prima impronta. Hanno lasciato l’ombra in cui ora cammino e vivo. I macigni che salvano e affondano.
Nel mio Rifugio ho portato la mia anima e ho costruito tutto quello di cui l’anima ha bisogno.

Ho un paganesimo che nutre. Perché io mi sono lasciato al paganesimo. Io non sono un cristiano. Non condivido la filosofia cristiana. Anzi considero, come dice il professor Luciano Canfora, il Cristianesimo distruttore del grande sapere degli antichi. Questi Dei assoluti di verità sono incarnazione della violenza. Portatori di guerre e disagi. Predicare il bene non vuol dire essere dalla parte del bene. Questo dio della Bibbia rappresenta e giustifica la spietatezza e l’arroganza di tutti i poteri.

Albert Camus mi piace molto. Ma anche Marcuse, Bakunin, Chomsky. Bauman. Sono dalla parte del partigiano Sandro Pertini e dei partigiani di tutto il mondo. Kerouac mi ha insegnato molte strade. Steinbeck anche. Melville è il grande sacerdote. Questi mi appartengono, mi fanno navigare, mi sostengono.

Ivan Illich mi formò da giovane, dopo il liceo. Leggevo gli anarchici. Sono nato anarchico. Qualcuno ha dovuto farmi anarchico. L’anarchia non è il caos. Il caos è altra cosa. Il caos è il sublime sistema di concepire il mondo. Dal caos nasce la luce. L’anarchia è una democrazia che tende alla perfezione. L’uomo anarchista ha dell’uomo comune la più alta concezione e rispetto. L’uomo nella natura con la natura. L’anarchismo tende ad una società evoluta. Dopo l’homo sapiens sapiens. Un giorno scriveranno homo anarchico.

Della mia casa rifugio ho bisogno come il pane e il vino. Comunque e ovunque vada. Dentro di me, nella mia mente, nel mio cuore ci sta questo paesaggio. L’antico paesaggio del grembo materno. Dove comunque devo tornare. Dove si conserva la memoria ancestrale. Il mio essere bambino. Il vagabondo che cresceva.

Anatole France qui, come a Parigi, fece cadere i suoi angeli in rivolta. Quando ritorno da un viaggio vado a vivere nella casa rifugio.
Tutta la vita è un ritorno. Una speranza. Un’illusione. Una ragione. Tutta la vita è una partenza.

La mia radice è il Mediterraneo. Sono figlio del Mediterraneo da quando avevo 5 anni e navigavo con mio padre. Tutte le estati.

Io sono anche figlio di Jean Claude Izzo, e di tutte le sponde marine. Predrag Matvejevic è il mio maestro assoluto. La prima volta che lesse le mie poesie. Osò dire: La tua letteratura, il tuo scrivere è fuori da ogni moda letteraria. Tu sei un poeta tutto. Con lui ho avuto un epistolario. Fin quando riusciva a scrivere. Se pubblico poesie e libri, devo dire anche grazie a lui.

Pedran Matvejevic mi disse. A Roma alla presentazione del suo libro Pane Nostrum. Io tornavo da Marsiglia. Se tu parti da Marsiglia e ti fai la Spagna poi vai in Marocco, ti fai tutto il Mediterraneo compreso il Mar Nero e arrivi alla mia Odessa (mi sembra la madre era di Odessa e lui ci teneva molto) e poi fai l’Adriatico, vai a Venezia e poi ritorni a Marsiglia non è altro che tu cammini lungo un muro a secco. Ecco, il Mediterraneo: la sua cornice è il muro a secco.

Devo essere riconoscente allo scrittore e poeta Andrea Simi. Ai prof. Carmine Catenacci dell’Università Gabriele D’Annunzio di Chieti-Pescara , al caro prof. Francesco D’Episcopo e alla Prof. Maria Gargotta dell’Università Federico II di Napoli con cui ho continui scambi culturali e confronti. Loro mi danno una mano a vivere come poeta.

Dicevo. Le isole sono contornate di muri a secco. Sono opere d’arte. Sculture primitive di protezione contro ogni cosa. La pietra e l’uomo in un indissolubile abbraccio. Di questi muri a secco. Fatti con le pietre raccolte nel luogo. Matvejevic mi disse: i muri a secco sono la cornice del Mediterraneo, la cornice dei popoli del Mediterraneo. Questi muri a secco ascoltano le voci dei bambini e del popolo, il Mediterraneo è un popolo solo. La pietra contiene la poesia.

Platone diceva che in un poeta c’è un demone. Il poeta non è il padrone della parola. La parola arriva dopo un viaggio o dopo aver letto qualcosa. O dopo un silenzio. Oppure capita e basta.

Mi sveglio di notte spesso. La notte scrivo. Ovunque mi trovo. Senza una ragione apparente. E ho dei versi da scrivere. Oppure questi versi li ho sentiti chissà dove. E d’improvviso. Senza una ragione, senza il mio volere. Ho questi versi. Tutto è in mano al demone.

Da Tangeri a Marsiglia, da Istanbul a Valparaiso. Arrivano da lontano o da vicino inattesi e inesplorati. Vivo di questo mio essere. Un esistenzialista divorato dal sale marino. Dai venti da sud. Dal libeccio d’Africa.

Mi piace molto il poeta portoghese Mario De Sà-Carneiro, nato a Lisbona nel 1890. Morì esiliato a Parigi nel 1916. A Sà.-Carneiro voglio bene. Pessoa lo definì Genio dell’arte. Sono così coloro che gli dèi elessero loro pari. L’amore li rifiuta. Una sua frase domina l’intera parete del Rifugio. Io non sono io né sono l’altro…qualcosa…che va da me all’Altro.

Vivere in un’isola. I greci dicevano che gli dei sono nati nelle isole. Io penso che l’isola non ha limiti. Ne ha confini. L’isola è metafora di una libertà assoluta. Da un’isola puoi partire. E andare ovunque. Sopra un’isola. Ovunque ti giri hai un orizzonte. Libero. Il mare che invita ad andare. L’ orizzonte è simbolo della libertà. E non solo la libertà fisica. Quella di pensare. La libertà di sognare. La libertà dell’illusione.

Io non potrei non vivere in un’isola. O assentarsi per lunghi periodi. La linea di un orizzonte senza ostacoli. È forma di esistenza. Stile di vita. È come stare nella vita.

Come scrive Antonio Tabucchi per chi vive a Lisbona è un modo di stare nella vita. Il legame con l’isola è un legame dall’infanzia. Sopra un’isola si è esistenzialisti. Ci sta Albert Camus, Jean Paul Sartre, Ernesto Sabato, Luis Borges, José Saramago. E poi l’intera cultura greca. Tutti i poeti risiedono a loro insaputa sopra un’isola. Quando non ci stanno fisicamente. Ci stanno lo stesso.

Un’isola è rivoluzione permanente. La vita lo richiede. Pensando e agendo per vivere noi facciamo rivoluzione. L’isola già nasce da un atto rivoluzionario. La terra si ribella. Esce dal suo corpo oscuro e infuocato per esplodere alla luce. Al Dio Sole si manifesta nella sua potenza per dare la vita.

L’isola su cui vivo. Ora mi è motivo di dolore e rimpianto. Non ha la dignità che le appartenne. Non ha più quell’aura arcaica. Si consuma nel suo corpo sociale. Finirà. Non ha più la sua identità. E non avendo un’identità. Un essere perde la sua scorza protettrice. E come scrive l’eterno Italo Calvino una società che vive solo di turismo è destinata a morire.

La società si slabbra. Viene a mancare il suo corpo vitale. Il cuore. Il territorio necessario.

Negli anni ’60 e ’70 e fino agli anni ’80 era un piacere passeggiare a Ponza. Era sublime viverci. La società cresceva e viveva con speranza e illusione. I sogni alimentavano. Esisteva la gente. Anche con una certa eleganza, ed estetica. Si parlava in un accurato italiano o un acceso e teatrale dialetto. Così come si vestiva con accuratezza.

Pescatori, marinai, contadini, tutti per una vita comune con dignità e rispetto. Durante la stagione estiva si incontravano intellettuali, scrittori e gente del cinema e del teatro. Industriali e viaggiatori di ogni specie. Politici sulle orme del Confino politico degli anni del fascismo. In piazza potevamo incontrare Alberto Moravia, Vittorio Gassman, Federico Fellini, solo per citare alcuni. Ma tutta un’Italia che pensava nel bene frequentava le isole.

Cosa trovavano queste persone sopra un’isola. Sicuramente un mondo che conservava un essere selvaggio. Memoria ancestrale primitiva. Umanità socialità purezza incontaminata. Primitivismo è il termine che userebbe ancora Pasolini. E questo affascinava tantissimi scrittori e artisti.

Molti artisti sono venuti a vivere qui. Operando e vivendo. Rispettando l’ambiente antropologico e naturalistico. Trascorrendo gli ultimi anni della loro vita. Come Ursula Querner. Una scultrice tedesca che andò a vivere su uno scoglio. Appena con una piccola casa. In un’intervista concessa alla Rai in Germania disse: qualsiasi cosa di Ponza è una scultura, la donna di Ponza è una scultura primitiva.

Ci fu Mario Tarchetti. Io l’ho conosciuto negli ultimi anni della sua vita. Scoprendo che viveva in un posto selvaggio come la contrada di Frontone. Un piccolo villaggio di case grotte di pescatori. Ormai tutti quasi emigrati. Tra l’Argentina e gli Stati Uniti. Mario Tarchetti veniva da Parigi. Aveva frequentato Picasso e Modigliani, e Giacometti. Amico di Ungaretti e di Cardarelli. Mario Tarchetti era un artista pittore. Nella Napoli del dopoguerra collaborò a quel grande fervore culturale che si formò intorno a quelli del Gruppo Sud. Questi contribuirono a rivoluzionare la pittura napoletana, la letteratura ed ogni forma d’arte che il Sud esprimeva. Dal Gruppo Sud sono arrivati grandi registi, grandi scrittori. Uomini del cinema e del teatro. Tra questi Francesco Rosi, Giuseppe Patroni Griffi, Anna Maria Ortese, Raffaele La Capria.

Questo luogo Utopia a Ponza. Questo silente Rifugio è ora per me un posto letterario. È diventato un luogo non-luogo. Una pagina di un testo. Qui ci ho portato tutti da Esiodo, il primo poeta, a Michel Onfray, un filosofo attuale che seguo e condivido. Ed io mentre cammino tra i vigneti e gli scogli. Mentre coltivo la vigna o mangio un fico, aro la terra o parlo con l’asino e i cani. Ci sta Fernando Pessoa, Pablo Neruda che mi attendono. Ovidio e Solone. Venere e Poseidone.

Ho impregnato le pietre e la terra di letteratura, di arte.

I poeti della Grecia di oggi. Giorgio Seferis, Odisseas Elitis, Ghiannis Ritsos, Costantino Kavafis, e non solo. Vivono nella roccia che mi sta intorno. I loro versi stanno sui muri. Nell’aria che si respira. Nel vino che si beve. Nei pensieri che arrivano. Nelle parole che si dicono. Nell’ubriacarmi per amore.

Con il mare ho un rapporto ancestrale. Sono nato da una donna che navigava sin da bambina. Mia nonna morì presto. E mio nonno si portava mia madre lungo il Mediterraneo. Quindi il mare per me è ancora il parto di mia madre. È ancora il suo grembo.

Quando vivevo a Posillipo, tutti i martedì, sempre alla stessa ora. Guardavo dalla finestra passare la nave che veniva da Ponza. Mentre studiavo Esiodo o traducevo Omero o chicchessia. La nave si faceva, sogno, viaggio, fuga, avventura, nostos. Metafisica di esistere.

Ho avuto un padre comandante. Rimaneva fuori casa anche molti mesi. Ritornava a casa e apriva le valigie. Il mondo si apriva. Poi ripartiva e noi ritornavamo orfani. In attesa del nuovo ritorno. Telemaco a vita. Questa è la vita delle famiglie che vivono sul mare e di mare. Il mare è tutto: il mare è pace, inquietudine, rivoluzione, violenza. Il mare non ha una definizione. Il mare ha tanti significati, come pensavano i greci di omero. Ma ha anche ogni definizione. È metafora di vita. Il mare è vita e morte. È luogo metafisico, come scrive Joseph Conrad.

Io parto sempre per motivi letterari. Qualche volta per amore. Una storia d’amore rimane sempre un mistero. Il mistero ci mette in contatto con gli Dei. Leggendo un libro. Poi dico. Devo andare là. Oppure conoscendo una donna. Dopo qualche giorno. Devo raggiungerla. Se lei non ritorna. Vado io da lei. Nel momento in cui decido di partire, già la terra non mi contiene. La mia valigia mentale è pronta. La valigia mentale prevede sempre il ritorno.

Gli uomini di mare vogliono ritornare sempre a morire nel luogo dove hanno messo le loro prime radici. Dove hanno preso il loro primo latte. Mio padre mi chiese di voler morire nella casa di suo nonno. Eppure aveva girato il mondo. Ogni isola è un’isola. Ogni isola dà la sua personalità, le sue illusioni. Le emozioni. Io amo tutte le isole del mondo. Mi sento isola vagante dentro un mare chiamato me stesso.

Questa casa-rifugio fu pensata ai tempi dell’università. Ma dentro partorì forse già da piccolo. Non avevo i soldi perché i miei genitori non me ne davano. Pensavano che intraprendendo questa avventura. Avrei lasciato l’università. Lo stesso la lasciai. Arrivato alla fine. Decisi di rifiutare i titoli di una cultura formale e approssimativa in cui non mi riconoscevo. E contestato.

Non è una Istituzione a firmare le mie conoscenze. Allora in estate andavo a lavorare. Anche due mestieri. Cose umili. Come il cameriere o pulire le spiagge. Dovevo accumulare denaro per iniziare a rifare questa piccolissima casa. Proprio come Tom Neal nell’oceano Pacifico. Devo dire anche grazie agli amici. Ho coinvolto qualche amico. Formammo una specie di comune.

Vivevamo ogni giorno intorno a questo rudere. Alcuni di noi stavamo notte e giorno. Dormivano senza niente. Per terra. Né materassi e coperte. Bisognava costruire questo luogo. Io non avevo molti soldi. Quindi ci si arrangiava. Lentamente la casa cresceva. Due solo piccole stanzette. Qualcuno di noi era cacciatore altri pescatori. Si mangiava quello che portavano.

Utilizziamo materiale di riporto e legno di stracquo. Andavamo sulle battigie a prendere tavole per il tetto. Pali di legno che il mare aveva consumato come pilastri. Il castello delle favole lentamente cresceva. Lavoriamo con ogni tempo. Sfidavamo i forti venti da sud.

Il vino ci rendeva forti. Eravamo quelli sotto le mura di Troia. Il corpo forte degli argonauti di Giasone. Eroi di un mondo perdente. Felici di vivere senza niente. Non sapevo cosa fare della vita. Ma stavo costruendo il mio paradiso. Quello che salva.

Una casa-baracca sempre in movimento. Dove le cose cambiano, emigrano. Come l’uomo. Qui sono raccolti gli arnesi per una vita essenziale. Una vita di stracqui. Qui il silenzio ha anche una religiosità laica. Non si ha indifferenza. Gli dei lanciano i loro segnali. Qui ritornano ancora. Eros dimora. La passione e il trasporto.

Lisbona, non finirà mai dentro di me. Lisbona non può finire. Perché Lisbona è la mia città, è ogni pensiero. È mito e destino. Napoli mi ha partorito, Lisbona mi ha adottato. Mi ha dato l’esistenza. L’identità. La dignità di scrivere. La dignità di amare. Il Mediterraneo è il latte materno. Lisbona la culla. Il banco di scuola. La finestra da cui guardare il mondo. Da cui pensare l’uomo. La sua vita. Il principio e la fine. Questo miscuglio di gente. Di madri e bambini. Di religioni e di pensare. La pagina di un libro più grande dell’uomo. Inarrivabile pensiero.

Pessoa le ha dato l’immortalità. Bisogna vivere nel modo giusto. Tutti. Tutti devono vivere nel miglior modo. Non esiste superiorità di concetti e pensieri. Non esistono verità. Tutto è solo cammino. Solo parole per dirci qualcosa. Lisbona è madre.

La vita è un teatro, una commedia, a volte una tragedia, altre volte una romantica avventura. Tutto rimane un mistero. A Lisbona Pessoa dice che la vita è un viaggio sperimentale fatto involontariamente. Così pensò Edipo alla fine della sua vita.

Dobbiamo disobbedire. Vivere non ha una ragione. La poesia dice quello a cui la ragione non basta. A Lisbona sopra un muro trovai scritto Mas poesia. Più poesia. Lawrence Ferlinghetti scrisse che la poesia è la distanza più breve tra gli esseri umani. Qui a Marrakech gli esseri umani stanno dappertutto.

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