Da Napoli al Marocco, il viaggio mediterraneo di De Luca/2

Da Napoli al Marocco, il viaggio mediterraneo di De Luca/2

Riceviamo e con piacere pubblichiamo la seconda di dieci storie scritte dal poeta mediterraneo Antonio De Luca, di Ponza, raccolte ne “I quaderni di Mogador”.

Sono storie scritte due anni fa come diario di viaggio.

10 I quaderni di Mogador

Domani parto verso nord. Vado e basta. Prendo il treno da Marrakech per Casablanca e Rabat. Poi per Tangeri.

Mi fermerò ad Assilah. Farò delle soste. Ancora non so dove. Sulle spiagge sicuramente.

Tra rimesse di barche squarciate dalle onde sugli scogli taglienti della costa. Ritornerò tra le poche case di pescatori dove sempre qualcuno ti accoglie e ti cucina sulla spiaggia.

Passerò dove poche case non hanno un cimitero. E i morti stanno fuori casa sotto un mucchio di terra. Senza croce né fiori. Qui la vita la sospesi.

Le strade vanno sempre ripercorse. Lasciammo le ombre. Arriverò a Tangeri non so quando.

Sento che devo ritornare a Tangeri. A Tangeri ho lasciato la poesia. La poesia è catartica. Principio.

Quando vivevo a Lisbona, andavo spesso a Porto in treno. Mi piace moltissimo viaggiare in treno. Il treno mi fa pensare, come anche non mi fa pensare. Egli trasporta il corpo in giro per il mondo. Come una nave.

Sopra una nave si sta di notte a guardare le stelle sul mare infinito. Tangeri è bella. La sua storia è importante. Luogo di rifugio per artisti e non solo.

Vennero quelli della beat generation. Gli impressionisti, i cantanti e i couturier dalla Francia. Anche dall’Italia.

Oggi ci passano tutti della scena artistica mondiale. A Tangeri ci sta anche il Mediterraneo. La città nuova è orribile. Un disastro urbanistico. Una bruttezza che non si spiega. Il porto invece è ben fatto. Tutto il lungomare è fruibile ed è tenuto molto bene, così le spiagge.

Sulle spiagge vado a passeggiare di sera. Di fronte ci sta l’Europa. Per me Tangeri è tutta solo la città vecchia. Quella bianca che si vede arrivando dal mare.

La casbah e la città vecchia sono meravigliose. Fanno pensare al passato. Al fascino della belle epoque. Come nel film di Woody Allen.

La città in un saliscendi di vie, scale, piazze, portoni, slarghi coinvolge, protegge e rapisce. Ma anche disarma. I tetti fruibili guardano il mare e il vento dell’oceano ti viene addosso.

Tangeri è ventosa. Sopra i tetti di Tangeri me ne sto a oziare. A vivere profondamente e sognando altre realtà. A guardare come vivono gli altri.

Scrivo e guardo le navi da lontano passare. Vanno e tornano dal Mediterraneo. Il poeta viaggiatore è straniero in silenzio. Romantico. Nomade. L’idealista che contempla la vita.

Da Tangeri sento voci narranti. Una impetuosa energia mi coinvolge. Una vita misteriosa che guarda verso l’interno. Come in antiche rovine Tangeri è bianca di calce. La calce è il materiale che ancora resiste sulle case delle città di mare. Anche nelle ossa dell’uomo ci sta la calce.

A Tangeri le finestre sono sempre aperte. Di giorno entra il sole, di notte la luna e le stelle. La prima volta a Tangeri arrivai con un libro del poeta greco Ghiannis Ritsos. Aprii le poesie a casaccio. Lessi: Credo nella poesia, nell’amore, nella morte, perciò credo nell’immortalità. Scrivo un verso, scrivo il mondo; esisto; esiste il mondo.

Allora ho capito che Tangeri mi fa esistere, perché esiste lei. È verso. È materia metafisica. È discorso esistenzialista. Tangeri è filosofia. È pensiero in fuga dal normale. Qui posso sfuggire per un tempo al mondo. Sento la materia di cui è fatta. Nel mondo ci sono luoghi predestinati a dare felicità.

Tangeri mi fa essere felice. Mi fa essere spaesato. Mi invento ogni giorno. Sento gli istanti, sento le eternità. Solo già con un contatto visivo sento l’energia. Ho l’impressione che la gente sia interessata a me.

Ricorda quello che Grenier disse dell’Algeria. Che non apparteneva a nessuno e accoglie tutti. Vivo questi luoghi come leggo un libro importante. E che nel corso della vita si ha il bisogno ogni tanto di rileggerlo.

Tangeri è uno di quei posti che mi rende invisibile. Quindi l’essere trasparente mi fa essere più vivo. E passo dall’anima alla città. E viceversa. La bellezza nella sua interezza mi fa vivere l’essere libero. L’albergo è sempre lo stesso.

Per me gli alberghi o i Riad diventano casa. Il Continental sta proprio davanti al mare. Sul porto. Anche la stanza è sempre la stessa. Ultimo piano, con il letto davanti alla finestra.

Qui ci son passati tutti. Scrittori, attori, registi, musicisti. E sicuramente spie e venditori di armi. L’albergo è patrimonio dello stato marocchino. Dalla mia finestra splende il mare, il porto le barche dei pescatori. Il faro in lontananza.

Al mattino guardo le ancore arrugginite sulla Banchina. Un gomitolo di catene le tengono legate. Le palme sul lungomare di sabbia. Una casa sull’infinito.

Come vorrei amare un’amore e tenerlo alla finestra a guardare quello che solo un amore può vedere. Anche Tangeri è una città per poeti. Il verso è nell’aria. Ci viene addosso.

Al mattino vado alla casba. A piedi tra i vicoli, tra le piazze dei mercati. Tra carrettieri e donne indaffarate. Profumieri e venditori di banane. È tutto un viavai di gente.

Nelle piazze dei mercati arrivano le donne dai monti del Rif. Hanno cappelli particolari e vendono i prodotti della terra e latticini. Lentamente arrivo a Tangeri alta. Nel silenzio delle mura il tempo cambia. Allora mi fermo seduto senza meta. Posso sedere ovunque capiti. Di solito ad un caffè all’aperto.

Guardo il piccolo mondo della kasba che mi gira intorno. Vengono dalla Spagna e dalla Francia. Artisti di ogni genere. Pittori, scultori, scrittori. Disegnatori di gioielli e vestiti. E disobbedienti della terra. Hippy nomadi e avventurieri.

I profumieri sono del Marocco come i sarti e gli incisori. I soliti vecchi al sole, o nei caffè.

A metà giornata le strade si riempiono di bambini all’uscita della scuola. Corrono giocano poi si fermano. Chissà cosa complottano.

A Tangeri mangio molto couscous. Mentre la sera un pesce arrosto. La vita qui è molto economica. Costa tutto poco, basta saper scegliere. E naturalmente sapersi accontentare. Ma io non sono un turista.

Ho la condizione di essere uno straniero di passaggio. Cerco asilo temporaneo. L’altra sera ho conosciuto una comunità palestinese. Sono stato con loro. Abbiamo parlato e poi ci siamo fatto le foto. Gente meravigliosa che lotta per la sopravvivenza.

Se potessi scegliere una nazionalità direi che sono un palestinese. Come per gli anarchici. Nel mondo la colpa è sempre nostra. Costretti sempre a difendersi, dal Dio assalitore. Su Israele penso di tutto e di più. Ho niente più da pensare. Li schifo e basta. Decisione presa molto tempo fa.

Il lungomare di Tangeri è molto lungo. Al crepuscolo donne uomini e bambini camminano con passo sostenuto nel vento. Le onde del mare lambiscono i loro corpi ai bordi dell’oceano. Città uomini e mare si mescolano in una metafisica dimensione. Per poi lasciarsi e al bisogno unirsi ancora. In una regola del caos. L’ordine misterioso e intelligente. L’ordine degli Dei.

Tangeri, tutte le vie scendono a mare. Come il mio pensare. Come l’andare di Ulisse per il ritorno. Pensare è ritornare. Fuggire è ritornare. A Tangeri siamo uomini in fuga. Perennemente. Dove il verbo è in base alla natura e non del tempo, come nella lingua di Omero.

Tangeri è un verbo è il desiderio. Me ne sto tra queste terrazze, in questa Medina tangerina come sempre. A contemplare. Eretico e visionario. Inattuale a questo mondo. Per questo felice. Un eroe alle prese con l’amore e la solitudine. Senza benedizioni, la conoscenza fu pagana.

Mi fido dei sogni. Del mio surrealismo. A Tangeri i sentimenti sono profondi. Può succedere di tutto. Anche di importante. E dare un senso in più alla vita. Dovrò invitare una donna. E dedicargli questa città. Romantica ed aristotelica. In rivolta sempre.

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