Tragedia di Cala Rossano, nessuna revisione del processo per Assenso

Giuseppe Assenso, sindaco di Ventotene

Nessuna revisione del processo sulla tragedia di Cala Rossano, in cui è stato condannato in via definitiva l’ex sindaco di Ventotene, Giuseppe Assenso.

La Corte di Cassazione ha confermato l’ordinanza del 27 aprile dell’anno scorso della Corte d’Appello di Perugia, che ha dichiarato inammissibile l’istanza presentata dall’ex primo cittadino.


Assenso ha sostenuto di essere innocente e che la sua innocenza sarebbe dimostrata dalle testimonianze raccolte nel corso delle indagini difensive, da una nota sottoscritta da un ingegnere ed da una consulenza tecnica di parte.

Per la Cassazione invece, la Corte d’appello di Perugia “ha dato compiutamente conto dei contenuti di tali dichiarazioni e della consulenza tecnica, rilevando, quanto a quest’ultima, che la stessa non poteva ritenersi prova nuova, non indicando alcuna acquisizione scientifica o nuova tecnica tali da fornire risposte diverse circa lo svolgimento dei fatti né contenendo apporti tecnico-scientifici idonei a superare quanto già accertato dai periti sentiti nel corso del giudizio di cognizione”.

Confermato e ritenuto determinante inoltre quanto emerso dal processo, ovvero che “il ricorrente, sindaco in carica dall’aprile 2005, aveva dichiarato al Tribunale che sapeva già dal 2004 che erano stati effettuati alcuni interventi a tutela della zona, che la stessa non era inserita nel Pai come zona di attenzione al rischio e che, una volta assunta la carica di sindaco, si era attivato conferendo un incarico nel 2006 al fine di chiedere finanziamenti al Consorzio Invenio, che aveva redatto una relazione preliminare dell’ing. Russo sullo stato delle coste di Ventotene e che, comunque, proprio per quella zona era stata proposta l’esecuzione di lavori di consolidamento e di riqualificazione a protezione della parte tufacea, mediante iniezioni di cemento, volti a scongiurare il pericolo di frane”.

E dunque: “Sulla base di tali dati fattuali la Corte di appello ha ritenuto evidente la consapevolezza, in capo al ricorrente, della situazione di rischio idrogeologico esistente sul posto e la conseguente prevedibilità di crolli”.

Specificato poi che “nel giudizio di primo grado erano emersi altri dati documentali indicativi della conoscenza del pericolo di crolli, rappresentati da comunicazioni del genio civile e della capitaneria di porto, rilevando altresì come lo stesso sindaco avesse dichiarato, nel corso del giudizio di cognizione, che nel 2009 aveva fatto ricorso all’esecuzione di lavori di somma urgenza sulla strada relativa alla zona in questione”.

Per i giudici, “all’esito di un confronto con gli elementi raccolti nel giudizio penale, non risulterebbe alcun elemento di novità, attesa la dimostrata, pregressa conoscenza, in capo al ricorrente, delle condizioni in cui versavano i luoghi interessati dal crollo, circostanza ritenuta determinante al fine di escludere ictu oculi la effettiva attitudine delle nuove prove a far dichiarare il proscioglimento o l’assoluzione dell’istante”.

Per la morte delle due studentesse romane, la 13enne Sara Panuccio e la 14enne Francesca Colonnello, travolte il 20 aprile 2010 dal crollo di un costone di tufo sulla spiaggia di Cala Rossano, durante una gita scolastica sull’isola di Ventotene, il Tribunale di Latina ha condannato gli ex sindaci Giuseppe Assenso e Vito Biondo rispettivamente a due anni e quattro mesi di reclusione e un anno e dieci mesi.

Sempre in primo grado sono stati inoltre condannati il responsabile dell’ufficio tecnico Pasquale Romano a due anni e quattro mesi e a un anno e dieci mesi l’ingegnere del Genio Civile, Luciano Pizzuti.

Una sentenza confermata dalla Corte d’Appello di Roma, ma parzialmente annullata dalla Corte di Cassazione.

Gli ermellini hanno infatti avallato e reso definitive le condanne per i due ex sindaci, disponendo un nuovo processo per Romano e Pizzuti.

La II sezione penale della Corte d’Appello di Roma, nel 2019, ha quindi assolto Romano per non aver commesso il fatto e prosciolto Pizzuti per intervenuta prescrizione.

Una sentenza nuovamente impugnata dall’ingegnere del Genio Civile, che si è visto accogliere il suo ricorso dalla Suprema Corte.

Per gli ermellini, la Corte d’Appello “non ha individuato né la fonte dell’obbligo giuridico gravante sull’imputato né ha spiegato il nesso di causalità tra il fatto del 2004 e quello del 2010”, dunque tra due frane.

Per la Cassazione tale particolare imporrebbe un rinvio al giudice penale, che non è possibile per via della prescrizione.

La sentenza è stata quindi annullata “con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello, onde valutare le statuizioni civili”.