Ordine di sgombero e nessun lavoro per fermare le frane: stop dal Tar

Ordine di sgombero e nessun lavoro per fermare le frane: stop dal Tar

Bene le chiusure e gli sgomberi quando c’è un rischio frana, ma poi vanno fatti i lavori per la messa in sicurezza e non si può pensare di chiudere la vicenda con un provvedimento che deve essere utilizzato per la sola emergenza.

Sono queste le motivazioni che hanno portato il Tar di Latina ad accogliere il ricorso delle famiglie Francavilla e Sandolo contro il Comune di Ponza e ad annullare l’ordinanza emessa il 18 marzo 2013 dal sindaco Piero Vigorelli, con cui era stato imposto lo sgombero di alcuni fabbricati in via Parata e in via vicinale Grotta Mangiaracino, chiudendo anche la strada.

Le due famiglie, proprietarie degli immobili da sgomberare, hanno contestato il provvedimento, specificando che già nell’inverno del 2000 avevano segnalato alla Prefettura di Latina il rischio frane nel tratto di costa sottostante la via vicinale Grotta Mangiaracino a causa dell’erosione prodotta dal moto ondoso, che alcuni tecnici del Dipartimento ambiente e protezione civile della Regione Lazio avevano eseguito un sopralluogo, sollecitando l’esecuzione delle opere di consolidamento, che nel 2001, con un’altra ordinanza, era già stato disposto lo sgombero degli immobili e l’interdizione al transito sulla strada e sull’arenile sottostante il costone roccioso, che tale provvedimento era stato annullato nel 2011 dallo stesso Tar e che poi era stata emessa la nuova ordinanza per una frana verificatasi oltre il piccolo promontorio roccioso ed oltre il tratto nel quale la via vicinale Grotta Mangiaracino costeggia il mare.

I ricorrenti hanno inoltre evidenziato che, a seguito di nuove verifiche peritali di tecnici della Regione Lazio, l’ordinanza era stata parzialmente modificata, ma soprattutto che il Comune da allora non aveva effettuato alcun intervento di messa in sicurezza.

Tutto nonostante gli interventi di consolidamento delle scarpate in località Parata siano stati finanziati dal Ministero dell’ambiente per un importo pari a un milione di euro, nell’ambito del II Piano strategico nazionale per la mitigazione del rischio-2007, in sostituzione dell’intervento già programmato in località Belvedere.

I giudici, accogliendo il ricorso, hanno sottolineato che “i suggerimenti dei tecnici regionali erano, sì, volti alla tutela della pubblica incolumità, ma anche a sollecitare interventi di messa in sicurezza e di ulteriore approfondimento, interventi ovviamente a carico dell’amministrazione, arrivando anche a suggerire le modalità di usufruire di uno specifico finanziamento già stanziato per altro intervento, ma stornabile”.

“Il sindaco – viene specificato nella sentenza – si è limitato alla prima parte del suggerimento, senza disporre alcunché in ordine a verifiche ulteriori e interventi di consolidamento, anche da adottare nel tempo”.

Il ricorso è stato dunque ritenuto fondato “sotto molteplici profili di violazione di legge ed eccesso di potere come lamentati”.

Ancora: “Il sindaco ha illegittimamente provveduto, sia pure nel senso prospettato dai tecnici preposti, dando luogo solo a interventi parziali tramite sgombero e chiusure ma senza completare l’esercizio del potere invocato, omettendo la parte principale e più necessaria, relativa alla programmazione e messa in opera di interventi concreti, in modo da dare un termine alla situazione emergenziale, peraltro conosciuta da tempo”.

Ordinanza annullata dunque, “ferma la possibilità di riesercizio del potere del sindaco al fine di dare luogo integralmente a quanto sollecitato dai tecnici regionali”.

E Comune condannato a pagare tremila euro di spese ai ricorrenti.

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