Clan di origine nomade, in una sentenza il romanzo criminale di Latina

Clan di origine nomade, in una sentenza il romanzo criminale di Latina

Da dieci anni indagini e processi hanno dimostrato che le organizzazioni criminali messe in piedi a Latina da alcune famiglie di origine nomade sono associazioni per delinquere di stampo mafioso e a far luce anche sugli episodi rimasti parzialmente avvolti nell’ombra hanno provveduto i pentiti Renato Pugliese e Agostino Riccardo.

Questa la convinzione che un anno fa ha portato il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Mara Mattioli, nella sentenza con cui ha condannato i due collaboratori di giustizia imputati in “Alba Pontina”, a ricostruire la storia criminale del capoluogo pontino srotolando quel filo rosso che dimostrerebbe come criminali comuni si sarebbero trasformati in mafiosi.

“Gli elementi emersi nel corso dell’indagine – specifica il giudice Mattioli nelle 213 pagine con cui ha motivato le condanne di Pugliese a 4 anni e 4 mesi di reclusione e di Riccardo a 5 anni e 4 mesi – provano inequivocabilmente che il clan dei Di Silvio rappresenta una associazione di stampo mafioso di nuova formazione territorialmente insediata a Latina di dimensioni per lo più familiari, la cui forza di intimidazione deriva dalla fama criminale raggiunta dal clan nel sud del Lazio, ancorché si manifesti incessantemente con le tradizionali forme di violenza e di minaccia così assoggettando la popolazione locale alle regole prevaricatrici del clan“.

Per il giudice, “ciò che emerge è un’organizzazione criminale che come quelle mafiose tradizionali, in ragione della sua stessa esistenza già delinque, peraltro come dimostrato attraverso la disamina delle pronunce assunte dal Tribunale di Latina nell’ultimo decennio ed è dotata di un’autonoma forza di intimidazione scaturente dal vincolo associativo, a cui è seguito l’assoggettamento e l’omertà della locale comunità, oppressa nelle libertà e nei diritti delle persone cha la compongono e che la abitano“.

Ancora: “Il clan dei Di Silvio risulta essere capeggiato da Di Silvio Armando detto Lallà, noto negli ambienti criminali di Latina, ma preceduto da una indiscussa fama criminale acquisita soprattutto nell’ultimo decennio da cui è scaturito un diffuso assoggettamento della popolazione latinense senza distinzione di classi sociali e di categoria professionali”.

Una storia dunque di mafia che, per il gup del Tribunale di Roma, partirebbe da lontano, visibile guardando agli stessi processi celebrati a partire dal 2010 presso il Tribunale di Latina, vicende “già ampiamente indicative della mafiosità del sodalizio”, in un “diffuso clima di intimidazione” evidente nel corso proprio delle udienze celebrate nel palazzo di piazza Bruno Buozzi: “Come emerge dalla sentenze in atti, regolarmente le persone offese non avevano denunciato i fatti, ovvero citati come testimoni non si sono presentati al processo, spesso rendendo necessario l’accompagnamento coattivo ed hanno ritrattato le precedenti dichiarazioni palesemente intimiditi”.

Ma c’è di più: “I vari processi sono stati caratterizzati dalla difficoltà nel reperire periti per trascrivere le intercettazioni in lingua rom, rendendo necessario o non rendere noto il nome dell’interprete ovvero esaminarlo con uno schermo protettivo per il timore palesato dai vari periti nominati, a cui si aggiungono le minacce ad appartenenti delle forze dell’ordine ed ai magistrati impegnati nei processi”.

Parte così il romanzo criminale pontino.

E un primo sostanzioso capitolo viene dedicato al processo “Andromeda”, tra tentati omicidi, estorsioni, detenzione illegale di armi ed attentati incendiari.

Vicende che videro in aula Giuseppe Pasquale Di Silvio urlare al pm Marco Giancristofaro: “Tu morirai con una botta alla testa, tu muori sparato alla testa. Guarda quello che ti dico, tu muori sparato alla testa”.

Frasi costate all’imputato una condanna da parte del Tribunale di Perugia.

Per poi passare al processo “Caronte”, che ha confermato l’esistenza di un’associazione per delinquere messa su dai Ciarelli e dai Di Silvio.

Procedimenti frutto delle indagini svolte dalla squadra mobile dopo la cosiddetta guerra criminale tra rom e non rom, iniziata il 25 gennaio 2010 con il tentato omicidio di Carmine Ciarelli, a cui fecero seguito gli omicidi di Massimiliano Moro e Fabio Buonamano.

Successivamente le due famiglie avrebbero ripreso affari separati.

Si sarebbe arrivati così all’organizzazione criminale costituita da Costantino Cha Cha Di Silvio e dai Travali, smantellata con l’operazione Don’t touch, e alla crescita della fazione di Campo Boario dei Di Silvio, quella di Armando Lallà, la prima a vedersi contestare dalla Dda l’accusa di mafia.

“Alba Pontina” è nata dalle dichiarazioni di Roberto Toselli che, pressato dai Travali e dai Di Silvio, ha cercato di suicidarsi in carcere, e ha dato vita poi alle inchieste successive grazie soprattutto alle rivelazioni dei pentiti.

Due collaboratori di giustizia sinora ritenuti attendibili dai magistrati antimafia e dai giudici romani: “Hanno ammesso immediatamente le proprie responsabilità in ordine ai fatti per i quali erano stati arrestati e non hanno avuto alcuna remora a rendere dichiarazioni autoaccusatorie anche per fatti da loro precedentemente commessi fino ad allora sconosciuti agli investigatori, aggravando la loro posizione nel fornire dettagli fondamentali per la riconducibilità dei sodalizi alle gravi ipotesi” di mafia e narcotraffico.

“I due collaboratori – specifica il giudice Mattioli – inoltre hanno reso le loro dichiarazioni in tempi diversi”.

E le indagini dell’Antimafia vanno avanti, scrivendo man mano altri capitoli del romanzo criminale.

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