L’omicidio di Ferdinando Di Silvio “Il Bello” e la mafia non rom

L’omicidio di Ferdinando Di Silvio “Il Bello” e la mafia non rom

Ogni storia di mafia è una storia anche di faide e quella di Latina, stando alle indagini che sta svolgendo la Direzione distrettuale antimafia, non fa eccezione.

Una storia che sinora veniva fatta iniziare nel 2010, con la cosiddetta guerra criminale tra rom e non rom, esplosa dopo l’attentato a Carmine Ciarelli, ma che invece gli inquirenti fanno risalire al 2003, con l’uccisione di Ferdinando Di Silvio detto Il Bello.

Proprio dall’inchiesta riaperta dalla Dda di Roma su tale delitto, emerge però che a strutturarsi in associazione mafiosa nel capoluogo pontino non sarebbero state solo le famiglie di origine nomade.

Le caratteristiche mafiose, secondo gli inquirenti, le avrebbe avute infatti anche il principale gruppo criminale rivale, che sarebbe capeggiato dal pregiudicato Carlo Maricca, il quale, dopo essere stato protagonista della stagione di colpi miliardari e sangue negli anni ’90 del secolo scorso, di vicende in larga parte ancora misteriose, riunito attorno a sé un gruppo di giovani avrebbe continuato ad avere un peso notevole nella malavita, scontrandosi e contrapponendosi ai Di Silvio e ai Ciarelli.

Particolari che spuntano fuori dopo che, rigettata dal gip del Tribunale di Roma la richiesta dei pm antimafia Barbara Zuin, Luigia Spinelli e Claudio De Lazzaro di arresti per Carlo Maricca e Fabrizio Marchetto, relativamente al delitto di Capoportiere, il caso è approdato davanti al Riesame di Roma, che deve decidere se disporre le due misure di custodia cautelare in carcere.

E sono così venuti fuori numerosi elementi con cui pian piano gli inquirenti stanno riscrivendo la storia recente della seconda città del Lazio, recuperati dalla squadra mobile approfondendo le vecchie indagini, raccogliendo le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Renato Pugliese e Riccardo Agostino, sentendo testimoni vecchi e nuovi, e compiendo intercettazioni telefoniche e ambientali.

Ferdinando Di Silvio, detto Il Bello, venne ucciso il 9 luglio 2003 a Capoportiere, con una bomba piazzata a quanto pare all’interno di uno stereo della Fiat Uno che stava utilizzando, azionata con un radiocomando.

La vittima era uscita pochi mesi prima dal carcere e lavorava nella cooperativa sociale “Il Gabbiano”, che gestiva la sosta a pagamento sul lungomare.

Un mese prima, il 21 giugno, il cognato, Luca Troiani, era stato ferito a colpi di pistola in via Villafranca proprio da Marchetto.

Le indagini, dopo l’archiviazione della prima inchiesta, sono state riaperte nel 2018, sulla scorta di intercettazioni ambientali effettuate su disposizione della Dda in un’altra inchiesta, concentrata su un presunto gruppo criminale composto da Valeriu Cornici, Alessandro Zof e altri, impegnato a fare affari con la droga.

Venne infatti intercettato proprio Carlo Maricca mentre “si lasciava andare a rilevantissime esternazioni autoaccusatorie”.

“Quando se parla de me – disse Maricca a un amico – ma io c’ho una storia veramente de crimini veri…mo non c’entravo…c’entravo…non c’entravo…ma era una criminalità quella vera…erano crimini fatti in una certa maniera…mai scoperti, mai risolti, omicidi, colpi grossi delle…un gruppo di persone pronte a sparare veramente”.

Ancora: “Non è mai uscito un pentito, mai chiacchiere, mai un infame in mezzo a noi”.

In base alle nuove indagini, per la Dda Troiani sarebbe stato ferito dopo che la vittima aveva fatto una brusca frenata con l’auto e fatto temere a Marchetto un agguato.

Tra i due c’era un contrasto.

Al cognato di Di Silvio era stata sottratta una pistola, di cui si sarebbe appropriato Marchetto.

Dopo l’agguato, “Il Bello” avrebbe cercato di farsi giustizia da sé, presentandosi da Maricca, a cui Marchetto era legato, e chiedendogli sia di consegnargli quest’ultimo che un risarcimento di 300 milioni di lire.

In discoteca il figlio di Ferdinando Di Silvio, Costantino “Patatone”, avrebbe poi incontrato il figlio di Maricca e l’avrebbe picchiato.

Maricca, a quel punto, si sarebbe recato a casa dell’esponente della famiglia nomade, per chiarire la vicenda.

Di Silvio avrebbe ostentato sicurezza, ma lui avrebbe replicato: “Poi fa na battuta, noi semo tanti, Ferdinà non fa ste battute. Noi semo cinque, famo la guerra per tutto il mondo”.

E avrebbe quindi ordinato l’eclatante attentato ai danni di Di Silvio.

“Il Bello”, agonizzante, disse a due carabinieri appena intervenuti a Capoportiere: “Appuntà, scrivi, sono quei due bastardi, te lo giuro credimi, Maricca Carlo e Marchetto Fabrizio”.

I Di Silvio, secondo gli inquirenti, avrebbero poi cercato subito di inquinare le prove, “per realizzare un personale piano di vendetta” ai danni di Maricca e dei suoi uomini.

Un piano che avrebbe visto in prima linea Giuseppe “Romolo” Di Silvio.

A pesare le intercettazioni delle conversazioni tra Luca Troiani, il fratello e la moglie, effettuate all’epoca in ospedale.

Sarebbe iniziata così la faida.

Tanto che durante la guerra criminale, il 6 marzo 2010, Andrea Pradissitto e Simone Grenga, parte del clan Ciarelli, cercarono di uccidere Marchetto, ma vennero bloccati dalla Polizia.

“Patatone”, in carcere per l’omicidio di Fabio Buonamano, ha inoltre accusato dell’omicidio del padre Marchetto, Antonio Mazzucco e Maricca come mandante.

E per rendere più credibile la sua testimonianza si sarebbe anche fatto spedire dai parenti una lettera con proiettili e false minacce, oltre a chiedere sempre ai familiari di collaborare per fermare la catena di omicidi.

“Mio padre era un uomo d’onore – ha dichiarato “Patatone” – non gli è mai piaciuto fare le denunce, abbiamo sempre pensato di risolvere le cose personalmente”.

Maricca poi, costringendo i pentiti Renato Pugliese e Agostino Riccardo a restituire i soldi di un’estorsione fatta a un suo amico, avrebbe detto a Riccardo: “Lo sai, io non sparo più, la gente la faccio zompà in aria”.

Nelle nuove indagini è inoltre emerso che Troiani, per chiudere all’epoca la vicenda, avrebbe fatto intervenire come mediatore tra lui e Maricca un pregiudicato di Aprilia, che da tempo si è trasferito ad Anzio, circostanza negata dall’apriliano alla Mobile ma confermata agli investigatori da un suo amico.

Per l’Antimafia, che relativamente all’omicidio di Capoportiere ha indagato anche Gianluca Giannangeli, Antonio Mazzucco detto Tulò, e Marcello Caponi detto Michigan, “appare evidente come l’ideazione, preparazione e consumazione dell’omicidio di Ferdinando Il Bello mediante la realizzazione di un’autobomba costituisca espressione del chiaro intento del gruppo riconducibile a Carlo Maricca di affermarsi sul territorio come consorteria indiscussa, in grado di pianificare un delitto con modalità non comuni, accedendo a mezzi tecnici e conoscenze logistiche degne delle organizzazioni mafiose di tipo tradizionale”.

L’altra mafia di Latina.

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