Omicidio colposo alla clinica Costa, la condanna definitiva

Omicidio colposo alla clinica Costa, la condanna definitiva

Condanna definitiva per il primario Stefano Chiappalone, accusato di omicidio colposo per la morte di Annina Serao, 71enne di Minturno, deceduta dopo essere stata sottoposta a una colecistectomia laparoscopica nella clinica Costa di Formia e poi dimessa, a fine marzo 2013.

Per quel dramma, insieme a Chiappalone, erano stati mandati a giudizio i chirurghi Cristina Masella, Stefano Matera e Barbara Nola.

L’anziana era stata sottoposta a una colecistectomia, per calcolosi della colecisti, dal primario, il 18 gennaio 2013 e a un nuovo intervento chirurgico, eseguito da un altro medico, 22 gennaio successivo, con asportazione dei calcoli biliari, per via endoscopica.

Dimessa, avendo febbre e un dolore dell’ipocondrio destro, la 71enne era stata riportata in clinica.

Il 16 febbraio 2013 era sottoposta a un’ecografia addominale e, dopo tre giorni, a una tac.

Le era stato quindi praticato un drenaggio percutaneo e era stata somministrata una terapia antibiotica ad ampio spettro.

Il 25 marzo era stata dimessa “in dimissione protetta”, senza l’asportazione del drenaggio, con la previsione di un nuovo ricovero dopo tre-quattro giorni.

Stando molto male, la donna era però tornata in clinica il 29 marzo, dove dopo qualche ora era deceduta a causa di uno shock cardiaco.

Alla luce degli accertamenti medico-legali, per gli inquirenti c’era un collegamento tra l’insufficienza cardio-respiratoria e lo shock settico, insorto “a causa dell’imponente raccolta purulenta retro-peritoneale, secondaria a fistola duodenale, conseguente alla procedura endoscopica, pur correttamente eseguita”.

La morte della paziente, “stante le sue buone condizioni generali precedenti l’intervento”, era stata così “ritenuta conseguenza della condotta colposa di ciascuno” dei quattro medici, “consistita nell’avere omesso di applicare le linee guida per il caso di perforazione del duodeno”.

In primo grado il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Giorgia Castriota, aveva così condannato Chiappalone a un anno e quattro mesi di reclusione e gli altri tre a un anno, disponendo il risarcimento dei danni in favore della figlia della vittima, Erminia Vellozzi costituitasi parte civile, e liquidato una provvisionale provvisoriamente esecutiva di 100mila euro.

Il 14 gennaio dell’anno scorso, però, la Corte d’Appello di Roma ha confermato la condanna solo per il primario, con sospensione condizionale della pena inflitta subordinata al pagamento della provvisionale, e assolto gli altri tre medici per non aver commesso il fatto.

Più nello specifico, nel processo di secondo grado, Matera, Masella e Barbara Nola sono stati assolti “per carenza di prova in ordine al contributo causale della loro condotta sulla produzione dell’evento morte”.

Chiappalone è stato invece ritenuto responsabile di aver eseguito in ritardo gli accertamenti diagnostici ed in particolare l’ecografia addominale e la Tac, di aver omesso l’indicazione nella diaria del liquido quotidianamente drenato, di aver omesso l’espletamento dell’esame chimico del liquido drenato, al fine di verificare l’amilasi, di aver somministrato alla degente il cortisone, controindicato in caso di infezioni, in quanto immunosoppressore, di non avere disposto antibiogramma al fine di determinare l’antibiotico adeguato, di aver omesso la sospensione dell’alimentazione orale, non disponendo la somministrazione di alimentazione parenterale, di aver omesso l’esecuzione di intervento chirurgico per eliminare la raccolta purulenta ed applicare un tubo di drenaggio di ampio calibro, e di aver ingiustificatamente disposto le dimissioni della paziente il 25 marzo 2013, prima della guarigione completa.

Il medico ha impugnato la sentenza, ma il suo ricorso è stato rigettato dalla Corte di Cassazione, che ha reso così definitiva la condanna.

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