Omicidio a Capoportiere, chiesti due arresti dall’Antimafia

Omicidio a Capoportiere, chiesti due arresti dall’Antimafia

Svolta nella nuova inchiesta aperta dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma sull’omicidio, il 9 luglio 2003 a Capoportiere, di Ferdinando Di Silvio detto Il Bello, ucciso facendolo saltare in aria sulla sua Fiat Uno, dove era stato piazzato dell’esplosivo azionato con un radiocomando.

Per quell’attentato, l’unico del genere in terra pontina, raccolte le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia nell’ambito delle indagini denominate “Alba Pontina”, gli inquirenti hanno rispolverato il vecchio fascicolo aperto dal sostituto procuratore Raffaella Falcione e finito con l’archiviazione, effettuando tutta una serie di nuovi accertamenti e di riscontri alle affermazioni dei pentiti Renato Pugliese, figlio del boss Costantino Cha Cha Di Silvio, e Agostino Riccardo.

L’Antimafia ha quindi chiesto l’arresto di due indagati, Carlo Maricca e Fabrizio Marchetto, quest’ultimo di recente arrestato per una storia di estorsione e messo poi ai domiciliari dal Tribunale della libertà.

Il gip ha negato le misure cautelari e gli inquirenti hanno fatto appello al Riesame, che dovrà esaminare la vicenda il prossimo 23 febbraio.

Subito dopo l’esplosione, Ferdinando Di Silvio, prima di morire, disse ai soccorritori: “Questo è tutta colpa di Maricca”.

Le indagini si concentrarono sul pregiudicato di Latina con la passione per l’ippica, ma non vennero raccolti elementi sufficienti per poter arrivare a un processo.

La vittima era uscita pochi mesi prima dal carcere per dei reati minori e lavorava nella cooperativa sociale “Il Gabbiano”, che gestiva la sosta a pagamento sul lungomare.

Un mese prima il cognato di Ferdinando Di Silvio, Luca Troiani, era stato ferito a colpi di pistola proprio da Marchetto.

A far ripartire le indagini le dichiarazioni dei pentiti.

Sia Pugliese che Riccardo hanno parlato di quell’eclatante attentato a Capoportiere.

Pugliese ha sostenuto di aver saputo da Armando Di Silvio, detto Lallà, ritenuto dalla Dda a capo di un’associazione per delinquere di stampo mafioso costituita a Campo Boario, che Maricca “la doveva pagare per quello che avevo fatto in precedenza”.

“L’unico problema – ha aggiunto – è che è una persona scaltra, furba, e quindi quando ha saputo che c’era questa guerra in atto lui, a quanto mi ha detto Armando Di Silvio, è scappato in Romania credo, perché lui era uno di quelli che doveva morire per quello che aveva fatto in precedenza, perché nessuno si scorda per la strada tutto quello che tu fai”.

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