A Cori il ricco business della cocaina, i narcos mettono radici

I narcos hanno messo radici a Cori.

In un centro di appena 10.500 abitanti, 2.400 soltanto di Giulianello, l’unica frazione, la richiesta di cocaina sarebbe tale che, in base alle indagini della Direzione distrettuale antimafia di Roma culminate con l’esecuzione di undici misure cautelari, un gruppo di albanesi ha dato vita su quella collina dove pochi sono gli spazi per i giovani e dove i ragazzi tendono a spostarsi anche nel fine settimana verso i locali di Latina, a un’associazione per delinquere dedita al narcotraffico.


Un’organizzazione ben strutturata, con capi che gestiscono il traffico e controllano gli spacciatori, che hanno individuato luoghi dove nascondere la sostanza stupefacente, sigillandola in delle buste e sotterrandola, e dove gli affari vanno talmente bene che non bastano i pusher e hanno anche necessità di farne arrivare altri dall’Albania.

Le richieste sono continue. In due anni di indagini i carabinieri, che hanno denominato l’inchiesta “Alba Bianca”, ne hanno monitorate decine e decine, con locali pubblici e attività commerciali che diventano punti di riferimento dati dagli spacciatori agli acquirenti: loro stazionano lì fuori e chi vuole la neve sa dove andare.

Molte poi anche le consegne direttamente a domicilio.

Una grande piazza di spaccio come quelle su cui l’Antimafia indaga nelle grandi città, ma con il cuore pulsante in una piccola frazione come Giulianello, al confine tra le province di Latina e Roma, e una rete estesa a Cori, nei pressi di piazza Signina e in alcune strade, tanto del centro storico quanto delle zone limitrofe.

Gli investigatori hanno monitorato 40-50 telefonate ricevute quotidianamente dagli albanesi da quanti sono alla costante ricerca di cocaina, con ricavi medi di duemila euro al giorno, 60mila al mese.

Abbastanza per non aver bisogno di allargare il raggio di azione ad altri Comuni.

L’organizzazione si recava ad Artena, San Cesareo e Roma solo per mantenere rapporti con alcuni connazionali e con i fornitori.

L’affare era poi tutto corese.

Con piccoli imprenditori, commercianti e agricoltori, tutti sui 30-40 anni, pronti a indebitarsi per avere droga dai narcos.

“L’attività di indagine – sostiene il gip del Tribunale di Roma, Emanuele Attura, nell’ordinanza di custodia cautelare firmata per undici indagati – ha consentito di dimostrare l’esistenza di un’organizzazione, finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, strutturata, stabile e organizzata in maniera verticistica, caratterizzata da ruoli delineati e operativa in Giulianello di Cori e Cori”.

Il giudice ha quindi ordinato di mettere in carcere Elton Kanani, Algert Kanani, Alfred Belba, Ermal Arapa, Klajdi Mata, Ardit Kapedani e Juri Macali, e ai domiciliari Vilajet Koci ed Erald Kuka, ritenendo invece sufficiente l’obbligo di firma in caserma per Francesca Coluzzi e Daniel Hysa.

Nessuna misura infine per Fiorelo Kanani, Fjorab Cela e William Giammatteo, che restano indagati a piede libero.

Neppure gli arresti, secondo gli inquirenti, avrebbero fermato il business, con gli indagati pronti a gestire gli affari anche dall’estero o mentre erano ai domiciliari, ma soprattutto con la capacità di sostituire in fretta un membro del gruppo finito in manette.

E a quanto pare a piazzare cocaina nel centro lepino non erano gli unici.

Anche se gli albanesi, alla luce delle conversazioni intercettate, erano convinti che non avevano da temere alcuna concorrenza, avendo una qualità di neve di gran lunga superiore a quella degli altri spacciatori.