Procida capitale della cultura, c’è speranza pure per Ponza

Procida capitale della cultura, c’è speranza pure per Ponza

Riceviamo dallo scrittore ponzese Antonio De Luca:

Procida, onore a te!

La maggior parte della vita l’ho trascorsa, e la trascorro tuttora, in quel tratto di costa che va da Capo Palinuro, giù nel Cilento campano, al promontorio del Circeo laziale.

In base alle stagioni e gli impegni, mi divido tra Napoli e Ponza, quando non sono in giro per motivi letterari.

Napoli negli anni ‘60 mi diede i natali, poi la conoscenza e la saggezza del dubbio. Le scuole e l’università, gli impegni politici e sociali.

Ponza mi diede la follia, la fanciullezza, l’amore della famiglia, la libertà della strada, l’avventura sul mare.

La vita a Napoli la trascorro ancora tra musei, vecchi templi, città sommerse da acque e da ceneri, un vulcano, la divina costa amalfitana, tra antiche trattorie dei quartieri al centro storico, ambienti culturali come l’università e le case di vecchi professori, ambienti multiculturali che nutrono, ma soprattutto le isole. Sì, le isole.

Ho amato le isole sin da subito. Poi con la conoscenza classica, gli diedi il Mito.

Capri la divina, l’imperatore Tiberio e i viaggiatori eterni: la sua bellezza sa di eternità. La presenza di Gorsky e Lenin diede a Capri una dimensione mondiale. La presenza e l’attività della libreria e casa editrice La Conchiglia, con le sue rassegne letterarie, dà all’isola di Capri ogni anno un interesse internazionale.

Anche il libro “La storia di San Michele” del medico svedese Axel Munthe, che a Capri visse e dedicò la vita, ha contribuito a invitare nell’isola i più grandi uomini della terra. La sua casa, ora patrimonio dello stato svedese, è un accurato museo di storia e di bellezza fruibile da tutti. E poi c’è il cinema, col Capri Festival di Gennaio, che porta sull’isola cineasti e attori della scena internazionale.

Ischia, la Pithecusa greca: Luchino Visconti ne fece il suo rifugio dove ospitare l’arte e la bellezza di tutto il mondo. Angelo Rizzoli regalò persino un ospedale agli isolani. A Ischia fu rinvenuta la coppa di Nestore, la prima testimonianza della cultura omerica da quest’altro lato del Mediterraneo. Fu portata dai primi coloni greci intorno all’800 a. C.

Procida, l’isola di Elsa Morante e del suo libro “L’isola di Arturo”, e poi Massimo Troisi vi portò Pablo Neruda per il suo film Il Postino, con quel grandissimo attore che rimane Philippe Noiret. Tuttora a Procida si respira l’aria di quel film.

Ventotene terra di esilio fin dalla Roma imperiale, così come anche la mia Ponza. Terre di sofferenza e di pensiero, qui nacque la Repubblica italiana. Qui i padri della Costituzione, il più alto pensiero delle virtù democratiche, pensarono le fondamenta della Repubblica Italiana. Umberto Terracini che fu uno dei protagonisti dell’antifascismo, esiliato tra Ponza e Ventotene, amava ripetere che questi luoghi furono le loro università.

Procida capitale della cultura, nel mezzo del Mediterraneo, è quanto di più bello e affascinante che lo Stato italiano potesse pensare. L’isola della Morante, di Troisi, della famiglia Barra, Concetta e Peppe, e di tutti quegli artisti e gente comune che la vivono durante tutto l’anno, la amano e la proteggono. Procida sarà letteratura e non solo, sopra un mare Mediterraneo culla della più grande civiltà.

Procida avrà il compito e l’onore di ospitare e di unire tutti popoli e tutta le genti del mondo. Procida, l’isola delle case abbarbicate sui porti, dei giardini nascosti, profumati di limoni, delle voci bisbigliate tra cortili e vicoli, dei bambini che giocano per strada, dei pescatori che rammendano le reti sui porti, delle librerie, dei panni stesi, dei colori a calce delle case, dei caffè letterari.

Questa è la Procida, che spesso raggiungo per dare materia al mio pensiero, alla bellezza e a un silenzio creativo, dove vivere una serenità è spirito mediterraneo, dove in ogni giorno dell’anno posso incontrare chiunque. “L’anima raggiunge i luoghi dove ama incantarsi” lessi un giorno a Lisbona dai diari di Fernando Pessoa.

Ogni qual volta che arrivo a Procida, è immediato il pensiero che va a quel giovane Arturo, protagonista del libro di Elsa Morante. Elsa Morante ha dato a Procida, quello che Kafka diede a Praga, Pessoa a Lisbona, Joice a Dublino e, perché no, Eduardo De Filippo a Napoli.

Quanti di noi giovani che vivevamo a Ponza, della mia generazione, è stata la generazione di Arturo. Sono estremamente felice di vivere Procida capitale della cultura. E con entusiasmo mi appresto a seguire ogni evento, ogni iniziativa. Procida mi appartiene come mi appartengono tutte le isole del mondo.

Predrag Matvejevic mi definì un insulato. Ho fatto le mie congratulazioni all’ex assessore Gianni Scotto -uno dei promotori della volontà di eleggere Procida capitale della cultura, ora impegnatissimo nell’organizzazione degli eventi- che entusiasta mi diceva: “Faremo di tutto per non snaturare la natura dell’isola e conservare la sua identità”.

Identità di gente di mondo, i procidani, che sono in tutto il mondo perché sono navigatori. Sì, perché si deve dire che Procida ha una cultura aperta a ogni scoperta; ha un’identità e una dignità che è riuscita a conservare, nonostante, come le altre isole, venga presa d’assalto da migliaia di turisti, che ne determinano nel bene e nel male il destino. Procida ancora mantiene quella sua purezza identitaria che la caratterizza come un importante avamposto della cultura mediterranea.

Scotto mi dice che Procida è donna. Le donne dell’isola hanno gestito tutto, mentre i mariti erano a navigare per il mondo. Vorrei ricordare che parte della mia generazione da Ponza si recava a Procida per andare all’Istituto nautico.

L’isola ha educato alla professione, ma anche alla vita, molti dei miei amici, come l’amico Silverio Porzio, a cui brillano gli occhi solo a sentirla nominare. Molti ex ragazzi di Ponza fecero famiglia lì e altri ancora hanno portato qui le ragazze di Procida.

Procida insieme a tutte le isole del Mediterraneo, dal mar Nero a Gibilterra, sono un continente. Un continente protagonista assoluto nella cultura del Mediterraneo: pensiamo solamente al ruolo delle isole nell’antica Grecia.

Ma, ahimè, il pensiero non può non andare, in questo momento, anche alla mia Ponza, dove ho scelto di vivere il resto degli anni. L’isola che mi regalò l’amore per la bellezza, l’amore per la natura, la scoperta, il viaggio, la conoscenza dei vecchi navigatori, quella generazione di nonni e di padri usciti dalla guerra e cresciuti per il Mediterraneo, educati proprio da quegli uomini esiliati dalla libertà di pensare e di vivere, nel periodo della dittatura fascista.

Ma soprattutto, Ponza mi ha dato, nell’età adolescenziale, quella giusta follia, che mi permette di vivere come in un teatro vagante, il mio essere poeta e scrittore di storie, per il Mediterraneo.

Oggi cosa non ha più Ponza mi chiedo? Non ha più niente per cui la si possa paragonare alla saggia e rivoluzionaria Procida. Non bastano le bellezze naturali alla vita di una comunità. È la presenza dell’uomo a portare la vita.

Eppure anche Ponza in tutta la sua storia ha avuto ospiti illustri, che hanno operato nelle arti e in una vita di virtù. Il cinema, la pittura, la scultura, la ricerca. Pensiamo a Federico Fellini che ci girò Satyricon, Alberto Moravia la frequentò, Folco Quilici la frequentò a lungo, la definì tra le più belle isole del mondo, la scultrice Ursula Querner abitò sullo scoglio della Ravia, qui fece un suo laboratorio, ci portò da Giacomo Manzù a Oskar Kokoschka, le sue opere stanno nei musei tedeschi e non solo, ma soprattutto abbelliscono le piazze delle più importanti città europee, Gianni Silvestri, scenografo ponzese di stampo mondiale, film con Giuseppe Patroni Griffi, Luchino Visconti, ma soprattutto Bernardo Bertolucci con cui prende l’Oscar per L’ultimo imperatore, alla sua morte il regista gli dedica una tre giorni al festival di Spoleto, il pittore Carlo Fontana, Mario Tarchetti anche lui pittore dell’avanguardia pittorica napoletana, fu protagonista della nascita del Gruppo sud, trasferitosi a Parigi divenne amico di Pablo Picasso e Amedeo Modigliani, assiduo frequentatore della casa di Giuseppe Ungaretti e Vincenzo Cardarelli, Tarchetti fu grande amico di Roberto Rossellini, Anna Magnani, e Federico Fellini, e poi e al particolare amore di Sandro Pertini per quest’isola (A giugno uscirà il mio secondo libro -edito da Ultima spiaggia- sulla presenza di Sandro Pertini a Ponza, con delle lettere inedite a testimonianza del particolare interesse che il Presidente ha avuto per quest’isola).

A Mario Tarchetti devo molto per la presa di coscienza del mio essere poeta, oltre a fare foto interessanti, mi diceva. Queste persone ed altre ancora, che al momento non ricordo, hanno dato a Ponza con la loro arte lustro, dignità, identità e virtù. Eppure di tutta questa grande biblioteca ed eredità culturale non è rimasta alcuna traccia. Qualcuno ricorda qualcosa, ma sempre con distacco e disinteresse.

Le arti vanno non solo ricordate, ma vissute e interiorizzate. A riguardo va dato merito a Silverio Mazzella, editore e proprietario della libreria il Brigantino, che ha scritto meravigliosi libri sulla storia dell’isola con una documentazione accurata. Anche il Brigantino quest’anno chiuderà i battenti: non vende più libri.

La gente compra le calamite illustrate per i frigoriferi, mi dice, tuttalpiù qualche maglietta. Altre persone si danno da fare con associazioni teatrali e culturali, con pubblicazioni di libri e ricerche storiche, ma rimangono bellissime perle nel buio mare delle assenze.

Le arti servono da specchio all’uomo per la sua crescita evolutiva. Abbiamo bisogno delle arti come il pane, entrambi servono a sostenerci. Certo, non può essere solamente una microscopica nicchia di studiosi e amanti della cultura (spesso impegnati perlopiù a specchiare se stessi) a guidare un popolo nella sua vita evolutiva. Ci vuole ben altro.

È bene tener presente a questo proposito il filosofo Eraclito di Efeso, vissuto intorno al 500 a. C., quando dice che spesso il sapere molte cose non insegna necessariamente a pensare in modo retto. Avere una grande cultura non significa per forza essere intelligenti.

Qui qualcosa, o molto, non ha funzionato affinché l’isola vivesse il suo divenire storico e conservasse la sua identità. Si sa che se un popolo perde la sua identità è destinato a soccombere, come ci insegnava Italo Calvino.

Ho chiesto all’amico, prof. Vincenzo Ambrosino, di darmi un appuntamento per parlare e confrontarci su queste problematiche, a cui sentiamo il dovere morale di dar voce. Vincenzo vive da sempre qui a Ponza e si interessa con acutezza e profondità di pensiero dei problemi sociali ed educativi dell’isola, dove ha insegnato per molti anni. A Vincenzo espongo il mio pensiero e diciamo pure un sottile e profondo dolore, che mi attraversa pensando a questa Ponza, che ricorda bene, in questo momento storico, i versi del Purgatorio di Dante Alighieri: “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiero in gran tempesta, non donna di provincia, ma bordello!”.

Caro Vincenzo, sai che ho sempre dubitato delle opinioni diffuse. Ma qui, in questa amata nostra isola, che ci accoglie, e ci offre da vivere, e dove amiamo avvolgerci nei ricordi per sfuggire alle tempeste della vita -così come nei versi di Friedrich Holderlin- è da decenni, o forse da sempre, che molte istituzioni, sono poco presenti per il bene dei cittadini. Con Vincenzo condividiamo le difficoltà che l’isola ha avuto ed ha rispetto a un’evoluzione sociale che la possa condurre ad una dimensione che le compete.

Cosa non ha funzionato e non funziona, perché non sono stati fatti investimenti per un popolo che vive in mezzo al mare, con enormi difficoltà, senza avere una giusta protezione dalle varie intemperie, fisiche e umane. E questa problematica diventa nazionale, perché appartiene a tutte le isole. Come può una popolazione, una piccola comunità abbandonata al suo destino, vivere in un tranquillo equilibrio di crescita sociale e sviluppo che non sia solamente il benessere economico, se poi la qualità della vita rimane ai margini, si fa anzi necessariamente oggetto negativo, per dirla con Pasolini. Già un sistema iperliberale diventa di difficile controllo per gli Stati nazionali, figurarsi su piccolissimi territori, microcomunità. Questo è un popolo lasciato da solo al suo destino.

Ci sarà un motivo per cui a Procida si aprono librerie mentre a Ponza chiude persino l’edicola. L’edicolante mi dice che in estate vende pochissimi libri e in inverno neanche i quotidiani e le riviste.

Conveniamo che a Procida si è investito e si investe nella cultura, mentre qui si fatica ad organizzare ogni tipo di iniziativa, persino di stampo locale. Un’importante iniziativa come “Ponza d’autore”, rassegna letteraria e non solo, magistralmente diretta da Paolo Mieli e Gianluigi Nuzzi ha avuto difficoltà. Qui chi vuole fare cultura ha enormi difficoltà.

Scellerata fu quella decisione, negli anni ‘70, di investire il futuro dei giovani su una scuola per ragionieri, quando la storia richiedeva una scuola di indirizzo alle arti nautiche. Scellerata fu l’assenza di politiche volte a investire negli edifici pubblici, come risorse culturali ad ampio respiro internazionale, per portare qui la conoscenza e il pensiero umanistico e scientifico, per una qualità della vita migliore, per una crescita felice migliore, dove poter costruire una vita nel tempo. Inevitabile allora rifugiarsi in sistemi di logiche fideistiche, scopiazzando il peggiore turista-ospite di turno. Quando poi l’ospite non è di grandi virtù, allora le macerie si accumulano fuori alla porta.

Abbiamo un patrimonio archeologico di inestimabile valore, che non si è saputo amare e proteggere. Diamo atto ai politici locali degli ultimi anni che qualcosa si sia iniziato a fare, ma non si può non denunciarne il ritardo e l’approssimazione. Ponza sta distruggendo la sua storia.

Il prof. Gino Usai, ponzese, scrittore e autore teatrale negli anni ‘80 assieme al musicista Mariano Picicco, ebbe a dirmi che un popolo che non ha mai sentito il bisogno di avere una biblioteca, firma la sua condanna a scomparire. Mi dice Vincenzo: Qui gli antiambientalisti la fanno da padrona. I terreni agricoli in stato di abbandono diventano depositi di barche, avanzi di macerie, detriti di edilizia. Gli dico che il mare non dà più il suo pescato, come mi riportano i vecchi pescatori: il mare si sta impoverendo; mi risponde che guai a parlare di zone provvisorie di ripopolamento.

Conveniamo che Ponza soffre di un dissesto idrogeologico molto avanzato e le istituzioni preposte alla salvaguardia del territorio fanno finta di non sapere. Ho notato che ultimamente sulla cartina di RAI Regione non compaiono più le isole della provincia di Latina durante le previsioni del meteo. Cosa ci si può aspettare da questo stato dei fatti.

Qui l’arredamento urbano si ferma ai confini delle proprietà private: le strade e le piazze sono in stato di disordine totale e chi arriva prima se ne impadronisce. E questo non è un problema di classe politica provvisoria: è la massa che agisce e pretende di vivere in questo modo, per questo stato di fatto.

Rimane illusorio pensare che basti mettere insieme quattro pensieri, scriverli bene sulla carta e poi magari presentarli in dieci conferenze, dove non c’è un pubblico interessato, perché si possa passare dall’idea alla sua reale realizzazione. In nessuna parte della terra, abitata da uomini, ci si può aspettare che basti dire la parola cultura, perché come d’incanto i rospi diventino principi. Conveniamo che la cultura, perché faccia presa in un territorio come Ponza, ha bisogno di mille moltiplicatori culturali, che vanno inoculati come un virus nel circolo venoso delle famiglie ponzesi.

Il miracolo lo fanno gli uomini, che hanno nel loro DNA il gene della conoscenza non fine a se stesso. Hanno il senso del bene comune, del rispetto delle leggi, della consapevolezza di dover essere esempio virtuoso per la propria comunità. Uomini tutti, quindi, con un’idea di isola dove la sua Comunità è costituita da gente che va ad inserirsi nel proprio ecosistema naturale, rispettando le regole cicliche del suo riprodursi.

Condividiamo che è vero che Ponza ha una potenzialità storico-archeologica, paesaggistica e ambientale enorme, ma tutti questi valori rimangono meri beni di consumo, se non c’è un processo di conoscenza culturale. Anzi, lasciandoli come semplice merce da consumare, col tempo, che non è lontano, perderanno la loro selvaggia bellezza e l’importanza che meritano. È sempre l’uomo a condurre il cammino della storia.

La cultura va costruita nel tempo attraverso un’educazione costante. E se una comunità non è in grado di autodisciplinarsi ed educarsi, ecco allora che ci vuole un interessamento da parte di chi rappresenta lo Stato centrale. Istituzioni che educhino i cittadini al rispetto dell’ambiente naturale, al rispetto della cosa pubblica, alla conoscenza dell’importanza del patrimonio storico- archeologico, tutto per sviluppare una volontà di valorizzazione e conservazione.

Ci salutiamo con una domanda. Dove stiamo andando? Qualcosa dovrà pur succedere, che sia una resurrezione o la destinazione finale. Ma ritorna subito un entusiasmo. Un’ isola a poche miglia da noi si è fatta capitale culturale. Ci dà forza e speranza per le future generazioni, anche se questo tempo è molto lontano da noi. Grazie Procida.

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