Quella dei Di Silvio è mafia, la Corte d’Appello: ecco perché

Quella dei Di Silvio è mafia, la Corte d’Appello: ecco perché

Quella dei Di Silvio di Campo Boario è mafia. Non c’è margine di dubbio.

Lo specifica la Corte d’Appello di Roma nelle motivazioni, appena depositate, della sentenza emessa per i nove imputati in “Alba Pontina” che hanno scelto di essere giudicati con rito abbreviato.

E i giudici di secondo grado si meravigliano che il 416 bis non sia già stato contestato al clan alla luce di quanto emerso nella guerra criminale del 2010.

“L’associazione di cui hanno fatto parte i Di Silvio – evidenzia la Corte d’Appello – deve definirsi mafiosa in quanto sono sussistenti tutti i requisiti ritenuti dalla giurisprudenza di legittimità essenziali”.

Significative in tal senso vengono considerate le parole di una delle vittime di estorsioni: “Non è che stai a parlà co gente normale, non è che è il delinquente, questi so un’etnia, so duecento, levi due, ce ne stanno altri due dietro”.

Per i giudici, tra l’altro, guardando ai fatti del 2010, “desta sconcerto che quei fatti non siano stati ritenuti aggravati da un metodo mafioso e che l’associazione non sia stata qualificata come associazione mafiosa in presenza di reati di estorsione e usura, intimidazioni violente, tentati omicidi, reati in materia di armi, scorrerie armate sul territorio di Latina tra bande contrapposte”.

Per quanto riguarda le critiche sull’applicazione del 416 bis alle cosiddette nuove mafie viene poi sostenuto che le condanne per mafia emesse a carico dei Fasciani a Ostia sono definitive e che i principi seguiti non sono stati stravolti dalla Cassazione che ha annullato l’accusa di mafia nel processo Mafia Capitale.

“Gli imputati – aggiunge la Corte d’Appello riferendosi ai Di Silvio – hanno sempre agito manifestamente, senza adottare alcuna cautela nei confronti di persone che li conoscevano, ostentando la loro appartenenza ad un gruppo criminale e tale ostentazione di sicurezza di impunità è significativo indice di mafiosità perché presuppone la certezza dell’omertà delle vittime e del loro assoggettamento”.

Sono infine stati ritenuti credibili i pentiti Renato Pugliese e Agostino Riccardo, sottolineando però che “l’apporto dei due collaboratori è stato importante per delineare il contesto generale in cui si sono mossi gli imputati, ma la prova dei singoli episodi si fonda non solo sulle loro dichiarazioni, ma sulle sommarie informazioni rese dalle vittime delle estorsioni e su copiose intercettazioni dal contenuto inequivoco”.

Confermata dunque tanto l’accusa di mafia quanto quella di aver messo su un’organizzazione criminale impegnata nel narcotraffico.

Valutazioni che hanno portato a condanne per un totale di 50 anni di carcere a carico dei nove imputati.

Dodici anni e mezzo di reclusione per Gianluca Di Silvio, detto Bruno, 11 anni, 10 mesi e 10 giorni per Samuele e 10 anni e 8 mesi per Ferdinando “Pupetto”, figli di Armando “Lallà”.

Tre anni e 4 mesi per Gianfranco Mastracci, 4 anni e 20 giorni per Daniele “Canarino” Sicignano, 2 anni e 2 mesi per Valentina Travali, 2 anni e 4 mesi per Mohamed Jandoubi e Hacene Hassan Ounissi, e un anno e 4 mesi per Daniele Coppi.

“Questa è la storia di Latina degli ultimi venti anni”, aveva specificato nelle motivazioni della sentenza di primo grado il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Annalisa Marzano.

Un processo scaturito dalle indagini della squadra mobile di Latina sul gruppo di “Lallà”, tra estorsioni, usura, intestazione fittizia di beni, traffico di droga e corruzione elettorale.

E le valutazioni del giudice di primo grado sono state condivise anche dalla Corte d’Appello.

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