Affari sporchi attorno al fallimento, bloccati sette professionisti

Affari sporchi attorno al fallimento, bloccati sette professionisti

Impegnati in una procedura concorsuale per conto del Tribunale e dovendo dunque garantire tanto gli imprenditori coinvolti nella procedura quanto i creditori, alcuni professionisti di Latina si sarebbero accordati con altri colleghi per svuotare la società di cui dovevano occuparsi.

Un piano messo a punto fin dall’inizio, con l’obiettivo di garantirsi un grande quanto illecito affare.

Con questa convinzione, dopo due anni di indagini, la Procura della Repubblica di Latina ha chiesto e ottenuto dal gip un’ordinanza con cui a cinque commercialisti, un avvocato e un consulente del lavoro, tutti indagati per il reato di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente nell’ambito di procedure fallimentari, e trasferimento fraudolento di valori e reimpiego di denaro, beni o altre utilità di provenienza illecita misura cautelare, viene vietato per un anno l’esercizio della professione.

Il giudice per le indagini preliminari ha inoltre emesso un decreto di sequestro preventivo del valore di un milione e mezzo di euro e i finanzieri del Nucleo provinciale di polizia tributaria, agli ordini del tenente colonnello Angelo Andreozzi, stanno bloccando tale somma sui conti dei professionisti.

Nel caso poi non dovesse essere trovato tutti quel denaro sui conti, le Fiamme gialle passeranno al sequestro degli immobili degli indagati.

Un provvedimento emesso dal gip a carico dell’avvocato Luca Maria Pietrosanti, che da qualche tempo ha trasferito larga parte della sua attività professionale a Roma e che in passato si è occupato dell’assistenza legale dei principali gruppi imprenditoriali per cui il Tribunale di Latina ha dichiarato il fallimento e la Procura ha ipotizzato bancarotte milionarie, da Midal al gruppo Veneruso, fino al gruppo Rizzardi, dei commercialisti Massimo Mastrogiacomo, ex presidente dell’Ordine dei commercialisti di Latina, a cui in passato il Tribunale ha affidato delicati incarichi e che con la sua denuncia fece decollare il cosiddetto “caso Lollo”, Alberto Palliccia, già indagato per bancarotta dopo il crac dei Cantieri Navali Rizzardi, Luigi Buttafuoco, Aldo e Simone Manenti, e il consulente del lavoro Roberto Manenti.

Le indagini sono iniziate due anni fa, dopo la denuncia presentata da un’imprenditrice che gestiva una società con sede a Cuneo, la Circe srl, proprietaria dell’hotel “Il Guscio”, a Terracina, dato in affitto a una seconda società, la Quadrifoglio sas, rappresentata dalla medesima imprenditrice, con cui veniva gestita la struttura ricettiva.

Nel 2016 la società è stata dichiarata fallita dal Tribunale di Latina, che ha dichiarato il fallimento anche della donna, in quanto socio responsabile in maniera illimitata.

Ma a quel punto sono iniziate una serie di operazioni che hanno portato l’imprenditrice a chiedere l’intervento della magistratura.

I pm Claudio De Lazzaro e Giuseppe Bontempo hanno aperto un’inchiesta e la Guardia di finanza ha accertato “numerose anomalie ed evidenti conflitti di interesse fra i professionisti a vario titolo intervenuti nelle fasi della procedura fallimentare, nonché nelle altre procedure ad essa collegate”.

“In particolare – specificano ora dal comando provinciale delle Fiamme gialle – è emersa l’esistenza di un “accordo illecito”, finalizzato a sottostimare il patrimonio dell’imprenditrice”, essenzialmente costituto dall’hotel, “per poi acquistarlo a prezzi notevolmente inferiori a quelli di mercato”.

Ancora: “Nella fase iniziale della procedura, l’immobile, valutato oltre 4 milioni di euro, era stato oggetto di pignoramento nel corso della misura esecutiva disposta dal Tribunale per essere poi venduto all’asta, andata, invece, deserta.

Le successive operazioni di liquidazioni ideate dai professionisti si sono sostanziate nella liquidazione delle quote della società di capitali di proprietà della fallita (socia unica) e non più nella vendita diretta dell’immobile.

A tal fine è stato artatamente gonfiato il passivo della società per giungere ad un valore del patrimonio netto e, conseguentemente, delle quote, inferiore al reale, producendo così l’effetto di poter acquisire la società e la sua unica attività, ad un prezzo economicamente molto vantaggioso, in danno della curatela e dei creditori”.

Per la Guardia di finanza, “la realizzazione del disegno criminoso è stata possibile grazie alla divulgazione, al di fuori della procedura, di informazioni commerciali “sensibili”, destinate a costituire patrimonio informativo della vendita fallimentare, che ha comportato la distorsione della procedura concorsuale, inducendo gli organi preposti a privilegiare la procedura di liquidazione delle quote della società di capitali in luogo del pignoramento immobiliare dell’albergo, e alla sottostima del valore delle quote della società di capitali attraverso una perizia artatamente prodotta nell’ambito della procedura esecutiva dal perito “estimatore” il quale, successivamente, in spregio ai requisiti di indipendenza previsti dalla legge si è poi prestato ad assumere, per conto degli acquirenti, l’incarico di “attestatore” al fine di evitare che altri potessero mettere in evidenza le gravi incongruenze relative alla procedura di valutazione delle quote”.

Gli investigatori specificano quindi che “tali comportamenti permettevano agli indagati di acquistare, per il tramite di prestanome, le quote della società proprietaria dell’immobile ad un prezzo notevolmente inferiore al reale valore di mercato, diventando di fatto indirettamente proprietari dell’immobile che veniva immediatamente rivenduto, realizzando un profitto pari a circa un milione e mezzo di euro”.

Di più: “Le indagini hanno permesso di scoprire come l’acquisizione dell’albergo e la sua “istantanea” rivendita era stata ideata fin dall’inizio grazie alla diretta conoscenza da parte degli indagati, per ragioni dei rispettivi uffici, dell’interesse all’acquisizione da parte di un imprenditore del settore turistico.

Tali informazioni “privilegiate”, in uno con gli incarichi ricoperti, hanno permesso agli indagati di esercitare sulla curatela un’influenza indebita, distorcendo le fisiologiche dinamiche della procedura fallimentare”.

Convinzioni maturate dagli investigatori alla luce di “una certosina opera di ricostruzione dei fatti mediante l’esame di copiosa documentazione contabile ed extracontabile relativa alla vicenda fallimentare, agli atti della procedura ovvero rinvenuta su supporti informatici ed acquisita nel corso di mirate perquisizioni disposte dall’autorità giudiziaria”, oltre che “da mirate attività tecniche che hanno permesso di ascoltare dalla diretta voce degli indagati gli accordi intervenuti”.

Nello specifico il curatore del fallimento della società, il commercialista Leonardo Viviani, ha nominato amministratore della Circe il collega Palliccia.

Lo stesso curatore ha quindi presentato al Tribunale un programma di liquidazione, stimando in oltre 800mila euro i debiti dell’azienda e puntando sulla vendita diretta delle quote della società proprietaria dell’hotel, specificando che vi era un’offerta di acquisto di tali quote presentata tramite un noto studio legale di Latina.

Dato l’incarico a Mastrogiacomo per valutare le quote dell’azienda, le stesse sono state stimate del valore di quasi 240mila euro.

Una somma ritenuta irrisoria dall’imprenditrice che ha presentato la denuncia, considerando che l’hotel era stato ritenuto un bene del valore di oltre 4 milioni.

In poco tempo però quelle quote sono state vendute all’offerente, il commercialista Manenti, sempre di Latina, in cambio di poco più di 280mila euro, versati mediante dodici assegni circolari emessi lo stesso giorno della vendita.

Particolari che hanno fatto ritenere all’imprenditrice che l’acquirente sapeva di essere l’unico offerente e che si sarebbe così aggiudicato senza troppi problemi l’azienda e dunque lo stesso hotel.

Subito dopo l’amministratore della società, tramite lo stesso legale che aveva fatto presentare all’acquirente l’offerta, ovvero l’avvocato Pietrosanti, ha ottenuto la sospensione dell’esecuzione immobiliare, che giunta l’asta al terzo tentativo partiva da una base di quasi 2,3 milioni di euro.

Altro elemento che ha fatto ipotizzare all’imprenditrice che i commercialisti intervenuti nella vicenda avessero organizzato tutto per sottostimare le quote societarie, far mettere a uno di loro le mani sull’hotel e quest’ultimo fare affari con un altro albergatore di Terracina.

Il commercialista Manenti che ha poi ceduto le quote a un familiare e alla moglie dell’avvocato Pietrosanti per circa 170mila euro, pagati sembra con gli stessi assegni circolari utilizzati per l’aggiudicazione delle quote.

Infine, ottenuta dalla società la rinuncia agli atti esecutivi, si è estinta anche la procedura esecutiva sull’hotel.

Era poi emerso che la Circe srl aveva di nuovo cambiato assetto societario, essendo le quote passare dal commercialista, dal familiare di quest’ultimo e dalla moglie dell’avvocato a una società, la Mac srl, di proprietà della famiglia dell’albergatore terracinese su cui già si erano concentrate le indagini.

Quote cedute per un milione e mezzo di euro, grazie anche a un mutuo da 1,4 milioni concesso da una banca, con scadenza nel 2036 e un’ipoteca da 3,4 milioni.

Aspetti che hanno portato la Guardia di finanza ad approfondire anche il ruolo delle banche nell’intera vicenda.

Le indagini sono ancora in corso e l’inchiesta sembra dimostrare che determinati sistemi, nonostante il terremoto causato in Tribunale a Latina dal “caso Lollo”, vanno avanti.

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