Dall’omicidio a Capoportiere a quello di Moro, i pentiti: ecco come andò

Dall’omicidio a Capoportiere a quello di Moro, i pentiti: ecco come andò

Ci sono i rapporti con la politica, le estorsioni più recenti e poi c’è la storia strettamente criminale.

Dall’omicidio di Ferdinando Di Silvio detto Il Bello, nel 2003 a Capoportiere alla gambizzazione dell’attuale pentito Agostino Riccardo, dall’uccisione di Massimiliano Moro al duplice tentato omicidio al Circeo, nel processo “Alba Pontina” si stanno scrivendo capitoli della nera pontina rimasti nel tempo bruscamente interrotti, con indagini che non sono mai arrivate a chiarire esattamente movente ed esecutori di inquietanti episodi che hanno destato profondo turbamento.

Fatti che vengono ricostruiti ancora una volta dai collaboratori di giustizia, lo stesso Riccardo e Renato Pugliese.

Storie di malavita che sembrano destinate a far rispolverare qualche vecchio fascicolo e forse a far risolvere quelli che gli investigatori definiscono cold case, ma anche a gettare ulteriore luce sulle piazze di spaccio nella seconda città del Lazio.

Pugliese, figlio di Costantino Cha Cha Di Silvio, ha infatti sostenuto che, scontata la pena per la gambizzazione di Alessandro Zof e tornato in libertà, Ferdinando Pupetto Di Silvio aveva fatto prendere al clan quella che indica come la piazza più ricca, il quartiere Nicolosi, imponendo a tale Joseph, a capo degli spacciatori marocchini e tunisini, di acquistare hashish dalla famiglia di origine nomade a Campo Boario.

Pugliese, affermando di aver fatto delle soffiate alla Mobile utilizzate nell’inchiesta Don’t Touch in cui venne arrestato anche il padre, ha specificato di aver scelto di collaborare perché “più di qualcuno” lo voleva morto e non voleva fare la fine del suo amico Massimiliano Moro: “Lui si fidava solo di me e poi ha fatto quella fine”.

Proprio per quanto riguarda l’omicidio Moro, nel 2010 in Q4, il pentito ha quindi sostenuto che la vittima nel 2009, dunque un anno prima della cosiddetta guerra criminale, aveva offerto a lui “di sterminare i Ciarelli” e ha confermato che nel gennaio 2010 a cercare di uccidere Carmine Ciarelli, anche se poi da tale accusa è stato assolto, era stato Gianfranco Fiori, specificando di aver saputo da Pasquale Di Silvio chi come risposta a quell’agguato uccise Moro e “come stavano le cose”.

Pugliese ha aggiunto che Moro “aveva un debito con Carmine Ciarelli e questo debito ammontava a più di 120mila euro”.

“Vengo a conoscenza – ha dichiarato – di un episodio che Carmine Ciarelli dà uno schiaffo a Massimiliano Moro.

Massimiliano Moro ovviamente essendo una persona che tutti conoscevano di spicco, quello che ha fatto in passato, negli anni ’90 ed è tornato solo nel 2005 dal Venezuela, dopo 13 anni di latitanza, sapevano tutti chi era Massimiliano Moro, avendo preso uno schiaffo so che Massimiliano Moro si voleva vendicare ed avrebbe voluto uccidere … quel giorno voleva uccidere Carmine, il giorno dopo voleva uccidere Luigi, il giorno dopo ancora voleva uccidere Ferdinando.

Lui voleva sterminare tutti quanti per poi prendersi tutto quello che era il giro di Latina, solo che il problema, tra virgolette, è che quando Fiori spara a Carmine Ciarelli a Pantanaccio, lo lascia in vita, lo vede in faccia e lui poi in un secondo momento, tramite il lettino dell’ospedale in zingaro fa presente al fratello, Ferdinando, chi gli aveva sparato.

Esattamente glielo dice in zingaro dicendo: “Balò” che significa il ciccione”.

Ancora: “Massimiliano Moro si presenta in ospedale quando Carmine Ciarelli è ferito e quindi fa finta di niente. In un secondo momento loro anche fanno finta di niente, danno un appuntamento a Massimiliano Moro, come al solito a queste persone che io conoscevo molto bene gli suonano tre volte perché sanno che Massimiliano Moro è a casa, risponde solo agli amici, a chi suona tre volte e dà lì è successo che hanno ammazzato Massimiliano Moro”.

Sia Pugliese che Riccardo parlano poi dell’uccisione a Capoportiere di Ferdinando Di Silvio e il primo tira in ballo Carlo Maricca: “La doveva pagare per quello che avevo fatto in precedenza. L’unico problema è che è una persona scaltra, furba, e quindi quando ha saputo che c’era questa guerra in atto lui, a quanto mi ha detto Armando Di Silvio, è scappato in Romania credo, perché lui era uno di quelli che doveva morire per quello che aveva fatto in precedenza, perché nessuno si scorda per la strada tutto quello che tu fai”.

Riccardo, nonostante non avesse mai denunciato Moro, ha invece svelato che a gambizzarlo nel 2006 sarebbe stato proprio Moro, per un litigio che il pentito aveva avuto con il nipote della vittima dell’omicidio in Q4.

“Mi gambizzò per uno sgarro nei confronti del nipote”.

Ha inoltre aggiunto che poi ci fu un incontro a casa di Ermanno D’Arienzo, detto Topolino.

“Mi incontrai a Sabaudia, nella casa di Ermanno D’Arienzo – ha sostenuto – io, Massimiliano Moro e Ermanno D’Arienzo. Ermanno D’Arienzo gli disse, ma potevi evitare di sparagli ad Agostino, Agostino è un bravo ragazzo. Moro gli disse: se lo avesse fatto a tuo nipote? Ermanno D’Arienzo gli disse: L’avrei fatto pure io, gli avrei sparato in testa. Non denunciai l’esecutore materiale, perché ero un ragazzo in mezzo alla strada ed in mezzo alla strada non si faceva l’infame“.

Infine la conferma da parte di Riccardo che a sparare al Circeo quattro anni fa sarebbe stato Zof, precisando che non era la prima volta che quest’ultimo sparava.

E sul tentato omicidio subito da Zof? Per i pentiti Ferdinando Pupetto Di Silvio lo gambizzò perché si contendevano la stessa donna e poi i due si sarebbero chiariti a casa di Armando Di Silvio.

Venti anni di storia criminale ricostruiti in un’aula di tribunale.

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