Carmine Ciarelli voleva la morte di Gianfranco Fiori

Carmine Ciarelli voleva la morte di Gianfranco Fiori

Voleva uccidere Gianfranco Fiori. Carmine Ciarelli, quello che un tempo a Pantanaccio era chiamato il sindaco, è stato condannato in via definitiva anche per il tentato omicidio del giovane accusato di aver compiuto l’agguato ai suoi danni, l’episodio da cui nel 2010 iniziò a Latina la cosiddetta guerra criminale tra rom e non rom.

A confermare la sentenza con cui l’esponente della famiglia di origine nomade, al termine del processo denominato “Caronte”, è stato ritenuto responsabile pure di quell’attentato è stata la Corte di Cassazione.

Con “Caronte” è stato stabilito che dieci anni fa le famiglie Ciarelli e Di Silvio avevano costituito un’associazione per delinquere, facendo affari con le estorsioni e l’usura, pronta anche a uccidere quanti ostacolavano o potevano ostacolare i loro affari.

Un processo frutto delle indagini portate avanti dalla squadra mobile sulla cosiddetta guerra criminale dopo che, il 25 gennaio 2010, Carmine Ciarelli subì un attentato a Pantanaccio e scampò miracolosamente alla morte.

La sera stessa, nell’appartamento in cui viveva in Q4, venne ucciso Massimiliano Moro e il giorno dopo, in via Monte Lupone, Fabio Buonamano.

Seguirono poi gambizzazioni e altri episodi criminali e gli investigatori si convinsero che i Ciarelli avessero messo a disposizione dell’associazione per delinquere la loro potenza economica e i Di Silvio quella militare, dando così vita a un’organizzazione pericolosa e potente.

Per i 22 imputati, dopo le condanne emesse dal Tribunale di Latina, arrivarono le conferme dalla Corte d’Appello di Roma, con condanne per un totale di 214 anni e tre mesi di reclusione, confermate in Cassazione.

Carmine Ciarelli, ritenuto il capo della famiglia nomade, venne condannato a 20 anni e mezzo di carcere, ma la Suprema Corte annullò per lui solo la condanna relativa all’accusa di essere coinvolto nel tentato omicidio di Gianfranco Fiori.

Un’accusa però poi nuovamente confermata in appello e resa ora definitiva dalla stessa Cassazione.

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