Scarcerazione anticipata negata a Giuseppe Pasquale Di Silvio

Scarcerazione anticipata negata a Giuseppe Pasquale Di Silvio

Troppo pericoloso per poter uscire anticipatamente dal carcere.

Anche la Corte di Cassazione non fa sconti a Giuseppe Pasquale Di Silvio e lascia il 32enne di Latina dietro le sbarre, confermando l’ordinanza in tal senso emessa il 21 gennaio scorso dal Tribunale di sorveglianza di Roma.

L’esponente dell’omonima famiglia di origine nomade, protagoniste della cosiddetta guerra criminale tra rom e non rom nel 2010, sta espiando la pena relativa al provvedimento di cumulo preso dalla Procura della Repubblica di Latina il 2 marzo 2019.

Ha chiesto il differimento facoltativo della esecuzione della pena nelle forme della detenzione domiciliare, da eseguirsi presso una struttura per trattamenti psichiatrici intensivi, ovvero presso il domicilio paterno con obbligo DSM.

Una richiesta giustificata con gravi motivi di salute psichiatrica.

Esaminando le relazioni del carcere, il Tribunale di sorveglianza e poi la Cassazione hanno però evidenziato che Giuseppe Pasquale Di Silvio sta seguendo una terapia farmacologica e trattamenti psicologici riabilitativi, anche di gruppo, presso la sezione in cui si trova rinchiuso ed è seguito dal SERD interno.

Le sue condizioni di salute sono state ritenute poi “adeguatamente fronteggiabili” in carcere e per i giudici non ricorrono le condizioni per il differimento facoltativo richiesto, non trovandosi il 32enne “in uno stato di infermità psichica talmente grave da rendere inumana l’espiazione della pena e non comprenderne il valore rieducativo”.

A pesare è stata però soprattutto la pericolosità sociale del condannato, sottolineata in una nota della questura di Latina del 7 giugno 2019.

Nella nota viene riferito dell’inserimento di Giuseppe Pasquale Di Silvio, “con poteri sempre maggiori, nell’omonima associazione di criminalità organizzata e della frequente irregolarità della sua condotta penitenziaria, caratterizzata dalla partecipazione ad una rissa aggravata con undici detenuti nel carcere di Viterbo e da due vicende durante la detenzione nel carcere di Velletri, per concorso in resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento, oltreché per avere incitato i familiari durante un colloquio a commettere un attentato, per dimostrare il potere criminale del clan di riferimento”.

La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato il ricorso del 32enne inammissibile.

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