Coronavirus, i prigionieri della nave da crociera: odissea senza fine

Coronavirus, i prigionieri della nave da crociera: odissea senza fine

Lasciati per giorni e giorni in balia del mare, respinti da diversi porti come fossero appestati, e ancora oggi – dopo quasi due settimane senza poter toccare terra – costretti a una situazione di pericolo e profonda incertezza. Senza alcun intervento risolutivo da parte dello Stato: finora nel concreto non si è mosso nessuno, nonostante a bordo ci siano anche un centinaio di italiani, membri dell’equipaggio. Tra i quali pure un marittimo della provincia di Latina, residente a Formia. A nulla sono serviti gli appelli. Porte in faccia e indifferenza. E al momento non è servito nemmeno attraccare nel porto di Civitavecchia, dove la nave su cui si trovano è riuscita ad approdare mercoledì mattina, a margine di mille difficoltà: ancora non è chiaro se e quando i “reclusi” potranno scendere per sottoporsi agli accertamenti del caso e tornare a casa. Un’odissea che pare senza fine, per le oltre 1400 persone imbarcate sulla nave da crociera Costa Victoria, 726 turisti e 776 membri dell’equipaggio. Gente delle più disparate nazionalità, tutti loro malgrado uniti nella cattiva sorte.

LA TERRA COL BINOCOLO

Dopo l’imbarco dello scorso 7 marzo da Dubai, con l’ultimo porto, quello di Salalah, in Oman, toccato il 12, la nave era in viaggio nel Mediterraneo orientale, fino a quando la compagnia d’appartenenza ha disposto la sospensione di tutte le crociere per l’emergenza sanitaria legata alla pandemia da Covid-19, portandola a rientrare verso il Paese di cui la Costa Victoria batte bandiera, l’Italia. Un viaggio senza fine, e costellato da dubbi e paure. Legate anche e soprattutto a possibili contagi: fino a domenica a bordo c’era un’ospite argentina risultata infetta, poi sbarcata a Creta e ricoverata in un ospedale isolato. Le altre centinaia di persone sulla Costa Victoria sono state poste in auto-isolamento preventivo nelle rispettive cabine, costrette ad attendere una soluzione mai arrivata. Ancora oggi, come accennato, nonostante l’arrivo a Civitavecchia nessuno sa a cosa si andrà incontro. La strada in salita.

IL SINDACO FA MURO. ANCORA UNA PORTA IN FACCIA

Al momento, si resta in attesa di indicazioni dell’autorità portuale rispetto ai tempi e alle procedure di sbarco, ancora nebulose. E che si scontrano con la ferma presa di posizione del sindaco della città romana, Ernesto Tedesco: «Non voglio che nessuno dal porto attraversi la città», ha dichiarato martedì. «Gli altri varchi erano già chiusi, l’unico accesso è ora presidiato dalle pattuglie della polizia locale: dal porto non deve uscire nessuno verso la città. Ho sentito il ministro delle Infrastrutture e il Prefetto, ho ribadito la nostra contrarietà. Il ministro mi ha spiegato che ci saranno tutte le cautele e che saranno seguiti tutti i controlli. Posso capire la scelta, perché si tratta di persone che devono essere trasferite in aeroporto per fare ritorno nel loro Paese di origine, ma continuo a mostrare la mia contrarietà. Ho ribadito già giorni fa l’opportunità di bloccare i traffici dei passeggeri e, in qualche modo, contenere il discorso solo nell’ambito del traffico merci». Ed intanto, già rimbalzati dai porti di Venezia e Trieste, dalla nave continuano a restare in attesa di una soluzione congrua. Con la situazione che a livello psicologico si fa ogni momento più pesante. Senza contare l’ovvia preoccupazione per la salute. Degli sventurati, e per quella delle rispettive famiglie: in vista del ritorno a casa, finora un miraggio, i ‘prigionieri’ chiedono tamponi per tutti.

LO SFOGO DEL MARITTIMO PONTINO

«Forse sarebbe stato meglio ammainare la bandiera italiana che portiamo, non ha più senso farla sventolare. Se questi colori non significano più nulla, sarà meglio riporla», l’amaro sfogo del marittimo residente nel Sud pontino. «Cosa devo dire a mia moglie? Quale altra scusa devo accampare con i miei bambini? Come faccio a spiegargli le belle parole che ho speso per fargli capire che quel drappo tricolore non fosse solo una bandiera colorata, ma il simbolo di un Paese, e pertanto andava maneggiata con rispetto? Quei colori ci rendono nazione. Per questo gliene ho spedita una grande, appena qualche giorno fa, da appendere al balcone. Poi lo stato di quella stessa bandiera, che ho comprato con tanto orgoglio, mi lascia in mezzo al mare, in balia degli eventi, che si preannunciato sempre più difficili. Come faccio a spiegarglielo? Provo una profonda vergogna. Se non avessi il profondo rispetto dello Stato avrei fatto rimuovere la bandiera dal balcone, ma sarebbe stato troppo facile. Il difficile è desistere dal farlo». Soprattutto dopo il susseguirsi degli eventi, e l’immobilismo di chi di dovere. Semplice quanto struggente, l’appello del marittimo. Comune a tutti i passeggeri, italiani e non: «Aiutateci a tornare a casa».

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