Soffiate ai Di Silvio ci sono state ma nessuna prova su Ninnolino

Soffiate ai Di Silvio ci sono state ma nessuna prova su Ninnolino

A distanza di ben sette mesi dall’assoluzione definitiva del poliziotto Carlo Ninnolino, la Corte di Cassazione ha depositato le motivazioni della sentenza con cui ha dichiarato inammissibile il ricorso del procuratore generale, che aveva impugnato l’assoluzione in appello dell’investigatore della squadra mobile di Latina coinvolto nell’inchiesta “Don’t touch”, in cui era stato ipotizzato che fosse una talpa che soffiava al clan Di Silvio notizie sulle indagini in corso.

Per la Suprema Corte, i motivi su cui ha fondato il ricorso la pubblica accusa sono stati soltanto volti a cercare “in buona sostanza di offrire una rilettura dei fatti non consentita in sede di legittimità”.

Soffiate all’organizzazione criminale capeggiata da Costantino Cha Cha Di Silvio ci sono state, ma per i giudici non è stata trovata una vera prova che a farle fosse stato Ninnolino.

Più nello specifico, l’avvenuta fuga di notizie è considerato, alla luce di quanto emerso nel processo, “un dato incontrovertibile”, ma è mancata la “prova della riconducibilità all’imputato di tali rivelazioni”.

Di più: “Il ricorrente prospetta a riguardo errori nella valutazione del materiale probatorio, che anche a prescindere appare invece essere stato adeguatamente valutato dalla Corte territoriale”.

Ninnolino era stato arrestato il 12 ottobre 2015, nel giorno del blitz contro l’associazione per delinquere messa in piedi da Cha Cha, ed era finito in carcere. Dopo cinque mesi aveva ottenuto i domiciliari e dopo sei mesi gli era stata concessa la libertà con l’obbligo di firma, mantenuto per un anno.

Sospeso dal servizio, in primo grado era stato condannato a tre anni e mezzo di reclusione ed era potuto tornare a indossare la divisa soltanto dopo l’assoluzione in Corte d’Appello, venendo però trasferito a Roma. Con la decisione della Suprema Corte è arrivata poi l’assoluzione definitiva.

Gli ermellini, con la stessa sentenza, hanno inoltre confermato le condanne di altri tre imputati in “Don’t touch”. Condanne definitive a tre anni e quattro mesi di reclusione per Antonio Neroni, a due anni e due mesi per l’apriliano Francesco Falco e a due anni e due mesi per l’apriliano Cristian Battello.

La Suprema Corte aveva inoltre già confermato l’accusa di associazione per delinquere per il gruppo dei rom capeggiati a Latina da Costantino Di Silvio, un’organizzazione criminale dedita per anni alle estorsioni, ai prestiti usurai, allo spaccio di droga e agli investimenti con capitali sporchi, prendendo anche il posto in città del gruppo dei Di Silvio e dei Ciarelli messi fuori gioco dal processo “Caronte”, al termine del quale era stata ugualmente riconosciuta l’attività di un’organizzazione criminale pronta anche ad uccidere pur di fare affari.

Erano così già definitive le condanne a 10 anni di reclusione per il capo dell’organizzazione criminale, Costantino Cha Cha Di Silvio, a 3 anni e 4 mesi per Gianluca Tuma, il volto imprenditoriale del gruppo, a quattro anni e mezzo per il “soldato” Angelo Morelli, a due anni e mezzo per il carabiniere Fabio Di Lorenzo, di Aprilia, una talpa del sodalizio, a 5 anni e 4 mesi per Davide Giordani, a un anno e tre mesi per Alejandro Bortolin, e a 4 anni e mezzo per Ionut Necula, uno dei romeni accusati dei furti nelle ville, tra cui quella dell’ex deputato Pasquale Maietta.

Già definitive inoltre le condanne degli imputati appartenenti alla cosiddetta ala militare dell’associazione per delinquere che in primo grado avevano scelto, come Ninnolino, di essere giudicati con rito abbreviato e in appello avevano optato per il concordato, una sorta di patteggiamento: quattro anni e mezzo di reclusione per Francesco Viola e Giuseppe Travali, sette anni per Salvatore Travali, sette anni e mezzo per Angelo Travali e cinque anni e mezzo per Antonio Giovannelli.

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