Alba Pontina, dialoghi in lingua romanì: nominato un traduttore

Troppe conversazioni intercettate dalla squadra mobile e finite al centro del processo denominato “Alba Pontina” sono in lingua romanì, la lingua di rom e sinti, e incomprensibili per magistrati e avvocati.

Al fine di fare piena luce su quei dialoghi, utilizzati dall’Antimafia di Roma nel muovere le accuse agli imputati, ipotizzando che i Di Silvio di Campo Boario avessero costituito un’associazione per delinquere di stampo mafioso e un’organizzazione criminale impegnata nel traffico di cocaina, marijuana e hashish, compiendo numerose estorsioni con modalità mafiose ai danni di imprenditori, commercianti, commercialisti e avvocati, infiltrandosi nelle competizioni politiche e ricorrendo a intestazioni fittizie di beni, il Tribunale di Latina ha quindi nominato un traduttore.


Il processo è stato poi rinviato al 10 luglio e sono state fissate anche altre due udienze, il 17 luglio e il 24 settembre.

Imputati Armando “Lallà” Di Silvio, presunto capo dell’organizzazione criminale, la moglie Sabina “Purì” De Rosa, Federico Arcieri detto “Ico”, Angela detta “Stella”, Genoveffa Sara e Giulia Di Silvio, Francesca “Gioia” De Rosa, e Tiziano Cesari.

Gli altri imputati hanno invece scelto di essere giudicati con rito abbreviato, il processo è in corso a Roma e per loro i pm hanno già chiesto condanne per un totale di 80 anni di reclusione.

Era metà giugno dell’anno scorso quando, su ordine della Dda, la Polizia arrestò 25 esponenti e gregari del presunto gruppo criminale.

Un blitz compiuto dopo aver analizzato un alto numero di intercettazioni, cercato riscontri alle denunce presentate dalle presunte vittime, fatto appostamenti e sfruttato le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Renato Pugliese, figlio del capo rom Costantino Cha Cha Di Silvio, e Riccardo Agostino.