La rassegna teatrale ‘Senza sipario’ prosegue con ‘Cent’anni di solitudine’

La rassegna teatrale ‘Senza sipario’ prosegue con ‘Cent’anni di solitudine’


Paolo Cresta torna a Formia con un riadattamento di Annamaria Russo e Ciro Sabatino del classico “Cent’anni di solitudine” di Gabriel García Márquez accompagnato dai Ringe Ringe Raja. In scena domani, 27 gennaio alle ore 18:00 al Teatro Bertolt Brecht per la stagione ad abbonamento “Senza Sipario” promossa dal collettivo formiano in collaborazione con l’ATCL (Associazione teatrale fra i comuni del Lazio) all’interno del progetto “Officine culturali” della Regione Lazio e del riconoscimento del Mibac.

Un viaggio tra le pagine di “Cent’anni di solitudine”, tra le parole che si fanno musica e la musica che si fa parola, tra le suggestioni di un paese che vivrà fino a quando la stirpe del suo fondatore avrà vita, tra una ridda di sentimenti estremi e l’ineluttabile solitudine di mille personaggi che non riescono mai ad essere soli. Un racconto musicale, un concerto di parole per uno spettacolo che vorrebbe essere una preghiera laica dedicata all’immensità della letteratura.

I libri amati sono la valigia di suggestioni, di emozioni, che ti porti dietro, per un giorno o per una vita. I libri amati hanno il sapore di una stagione dell’esistenza, qualche volta ti restituiscono inalterata l’ingenuità stupita di un passato prossimo o remoto. I libri amati sono i brividi, le risate, le lacrime di scorta nei giorni grigi di una quotidianità un po’ sbiadita. Il libri amati hanno titoli che spalancano il sorriso: Cent’anni di solitudine è uno di questi. Sono pagine che ti fanno viaggiare da fermo, sono parole che hanno attraversato tre generazioni, legandole a quel sottile filo di appartenenza che fa sentire i lettori membri di una casta privilegiata. Una casta di milioni di lettori. Quelle pagine, quelle parole che risuonano nelle orecchie dell’esercito di “Cent’anni di solitudine” scatenano l’urgenza di un bisogno: ascoltarle ancora, addentrarsi nella calura infuocata di quel paese mitico che si chiama Macondo, fissare gli occhi stanchi del colonnello Aureliano Buendìa.

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