Prima arrivano le mareggiate e poi…un mare di plastica

Prima arrivano le mareggiate e poi…un mare di plastica

Prima le mareggiate…poi un mare di plastica. Le onde stanno portando da settimane sulle spiagge di tutta Italia montagne di rifiuti, un fenomeno che purtroppo va avanti da fin troppi anni ma rispetto a cui sono state avviate solo ultimamente campagne di informazione particolarmente incisive che hanno trovato molto consenso partendo dai cittadini. Gruppi di volontari che puliscono le spiagge, segnalazioni che finiscono sui social per agire dove ce n’è più bisogno spesso attraverso il coordinamento di realtà consolidate e da anni in prima linea come “Clean Sea Life”. Ad esempio proprio attraverso la pagina Facebook dell’associazione è possibile apprendere che il fenomeno dei dischetti in plastica che avevano invaso le spiagge di mezza Italia è tutt’altro che un ricordo lontano. Ma chi lotta davvero per la tutela ambientale la guardia non l’abbassa mai.

La violenta ondata di maltempo che a fine ottobre ha devastato le coste e non solo, ha portato per effetto domino anche molta plastica sulle spiagge pontine, rifiuti che si spostano velocemente e che in parte restano sui fondali. Dopo l’emergenza e tutti gli interventi che giustamente, sono stati affrontati come priorità, siamo tornati sulle spiagge ed in modo particolare a Sabaudia, per un approfondimento su un pericolo reale quanto l’erosione. Tanto per cominciare i filtri in plastica sono ricomparsi anche qui, non in maniera massiccia come nei mesi scorsi ma comunque consistente. Alcuni tratti di spiaggia non erano disseminati solo di bottiglie, taniche, vecchie boe, contenitori e simili. Migliaia di piccolissimi frammenti quasi in percettibili, polistirolo ma anche pezzetti di plastica quasi impercettibili. E poi gli “immancabili” cotton fioc.

Quando si parla di microplastiche si fa solitamente riferimento a frammenti di dimensione minore di 5 mm. Possono derivare dalla disgregazione dei rifiuti dispersi nell’ambiente ma possono avere anche una diversa origine e raggiungere l’ambiente direttamente con tali dimensioni. Com’è noto, è stato recentemente dimostrato che le microplastiche fanno ormai parte della nostra catena alimentare. Un gruppo di scienziati della Medical University di Vienna insieme alla Environment Agency Austria, ha effettuato uno studio individuando la presenza di microplastiche nelle feci umane. Il lavoro si è concentrato su un gruppo di otto partecipanti provenienti da Giappone, Finlandia, Italia, Austria Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito e Russia. In base al diario alimentare settimanale tenuto per ogni persona era emerso che nessuno dei partecipanti era vegetariano, che sei persone mangiavano pesce e che tutti consumavano bibite da bottiglie di plastica nonché cibi avvolti nella plastica. Sono stati classificati nove diversi tipi di plastica ingeriti, i più comuni polipropilene e polietilentereftalato.

Sempre negli ultimi mesi, Legambiente ha presentato a Ecomondo i dati dei progetti fishing for litter. Su 78 spiagge monitorate, per un totale di oltre 400mila metri quadri, pari a quasi 60 campi di calcio, sono stati trovati una media di 620 rifiuti ogni 100 metri lineari di spiaggia. Ad esempio da maggio a settembre 2018 sono state recuperate 1,6 tonnellate di rifiuti solo a Terracina. Si parla principalmente di plastica ed in primo luogo di quella che rimane intrappolata nelle reti da pesca. Il fishing for litter è la principale attività che consentirebbe di rimuovere questi rifiuti, come attività parallela a quella della pesca. Al momento nella maggior parte dei casi, la plastica viene ributtata in mare. “La plastica – si legge nel dossier di Legambiente – si conferma la regina indiscussa tra i materiali più trovati, con un percentuale dell’80%, seguita da seguita da vetro/ceramica (7,4%), metallo (3,7%) e carta/cartone (3,4%). Sul podio dei rifiuti più trovati ci sono i frammenti di plastica, ovvero i residui di materiali che hanno già iniziato il loro processo di disgregazione, anelli e tappi di plastica e infine i cotton fioc, che salgono quest’anno al terzo posto della top ten. I rifiuti plastici usa e getta sono stati rinvenuti nel 95% delle spiagge monitorate”.

Nel dossier c’è molto di più e vengono considerati sia l’impatto della massiccia presenza di plastica e microplastiche sulle specie marine che sull’uomo. Ecco alcuni dati: “L’ingestione della plastica è stata documentata in oltre 180 specie marine. Un recente studio coordinato dall’Università di Siena e condotto nel Tirreno settentrionale sulla tartaruga Caretta caretta, documenta l’ingestione di rifiuti di plastica nel 71% degli individui per i quali è stato analizzato il tratto gastro-intestinale. In 22 campioni sono stati trovati 483 frammenti di rifiuti marini, con una media di oltre 16 pezzi a campione -e poi ancora in un altro passaggio – la cattiva gestione dei rifiuti urbani e la conseguente dispersione di questi nell’ambiente, resta la causa principale della presenza dei rifiuti sulle spiagge italiane (il 42% degli oggetti è riconducibile ad essa)”. Studi e dati si traducono in una certezza e cioè che per quanto riguarda la plastica non esistono porti sicuri e che le azioni da avviare dovrebbero andare ben oltre il lavoro dei volontari che sempre fanno la loro parte. Tuttavia dati e dossier sono a disposizione di tutti perché informarsi sulla situazione dei mari è importante e serve a comprendere che i rischi sono comuni dalle località più piccole a quelle più blasonate.

(le fotografie allegate sono state scattate tutte sul lungomare di Sabaudia a fine ottobre dopo la prima violenta ondata di maltempo)

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