Camorra e affari, un nuovo ritratto oscuro di Michele Coppola

Camorra e affari, un nuovo ritratto oscuro di Michele Coppola

Michele Coppola è un soggetto dalla “spiccata capacità delinquenziale”, contiguo ad associazioni camorristiche, che gli hanno concesso benefici economici che sfrutta ancora, con un’azienda agricola a Borgo Montello in passato utilizzata per custodire armi del clan dei Casalesi e dove ha trascorso brevi periodi di latitanza anche Francesco Schiavone, detto Sandokan, boss dell’organizzazione criminale mafiosa di Casal di Principe.

A confermare accuse e a tratteggiare un quadro a tinte fosche di Michele ‘o Zannuto, più volte indicato dall’Antimafia come l’uomo inviato in terra pontina dai Casalesi al tempo in cui facevano affari smaltendo illecitamente rifiuti tossici nella vicina discarica, arriva la Corte di Cassazione.

Un ritratto oscuro inserito nelle motivazioni del provvedimento con cui la Suprema Corte ha confermato la decisione presa nel 2016 dal Tribunale di Sorveglianza di Perugia, che ha negato a Coppola un permesso premio.

Nel ricorso presentato il 54enne, condannato in via definitiva a nove anni di reclusione dalla Corte d’Appello di Napoli per due tentativi di estorsione aggravata, ha sostenuto che non vi era prova dell’attualità dei suoi legami con la criminalità organizzata, che in sostanza pagava soltanto per i suoi legami familiari con i vertici della camorra casertana e che era solo una congettura la tesi che lui fosse un prestanome del clan nella gestione dell’azienda agricola di Borgo Montello. Rilievi smontati dalla Cassazione.

Su Coppola, cognato di Walter Schiavone, a sua volta fratello di Sandokan, per i giudici vi sono “plurimi dati indicativi della sua contiguità al sodalizio”.

I pentiti Carmine Schiavone e Luigi Diana hanno specificato che il 54enne era coinvolto all’occorrenza in vari episodi delittuosi e che gestiva l’azienda agricola per conto degli stessi Carmine e Francesco Schiavone, un luogo “in cui custodiva armi del gruppo e dove Sandokan trascorreva brevi periodi di latitanza”.

La Dda di Napoli e le questure di Napoli, Caserta e Latina hanno inoltre ribadito ai giudici la “spiccata capacità delinquenziale” di Coppola e la sua “contiguità con l’associazione camorristica”, continuando lui e i suoi familiari a sfruttare l’impresa vinicola a Montello.

Per la Suprema Corte infine non è emersa “alcuna evoluzione positiva della personalità” del 54enne.

Nessun ravvedimento. Sempre e come sempre un uomo dei Casalesi trapiantato a Latina.

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