Fondi, i 105 anni di Armandino: dai rastrellamenti tedeschi scampati… alla vendemmia

Fondi, i 105 anni di Armandino: dai rastrellamenti tedeschi scampati… alla vendemmia

Anche Fondi annovera, nell’antologia della longevità, i suoi personaggi chiave. E che personaggi! Stiamo, infatti, parlando, di Armando Quadrino, Armandino, per quanti lo conoscono (e sono tantissimi!) e gli vogliono bene. Lui abita e le sue finestre si affacciano sul tratto urbano della consolare Appia, nei pressi del vecchio ospedale, del Maxi Sidis di Gianni Izzi, della Croce che ricorda la Missione dei padri Passionisti. Giovedì 2 agosto, Armandino, che la gente può incontrare e con cui può parlare, sia di mattina che di pomeriggio, nel garage-cantina che sta a livello di strada, con il traffico che gli veicola davanti a tre metri di distanza, ha compiuto 105 anni. Ma stiamo parlando di 105 anni di vitalità, lucidità, autosufficienza motoria e tutto il resto. Pensate che, fino a tre anni fa, Armandino prendeva la sua bici e con essa si recava in campagna fuori del centro abitato. Per chi volesse vederlo all’opera, diamo appuntamento al giorno della vendemmia. Nelle foto che aggiungiamo al testo, datate 2016, lo vediamo intento a vendemmiare personalmente ben dieci quintali di uva. E che competenza e severa precisione ci mette nello svolgere il suo lavoro. Lavoro il cui prodotto viene distribuito quasi tutto, a titolo completamente gratuito, ai tanti amici che vanno a salutarlo.

Cinque anni fa, in occasione dei suoi cento anni di vita, ci fu una festa di portata eccezionale. A dare una validissima mano alla figlia Giuseppina, l’unica espressione della sua prole e l’unica parente rimasta a fargli compagnia e ad accudirlo dopo la dipartita terrena dell’adorata moglie, ci furono le due operatrici dell’attiguo negozio “Chateau d’Ax”, Franca Di Mascolo e Michela Ruggieri, che predisposero anche l’accoglienza nell’area esterna della struttura. Toccanti furono anche le parole di Salvatore de Meo, sindaco della ospitale città della Piana, che commosse Armandino, sua figlia e i tanti presenti accorsi a festeggiarlo con quella carica entusiastica che fuori di Fondi non trova riscontro. Sarebbe lungo indulgere all’elencazione delle tante, meravigliose cose che Armandino ha combinato nella sua vita. Nell’augurargli ancora “ad multos annos”, ci congediamo da lui con le parole di un articolo apparso due anni fa sul quotidiano “Il Giornale di Latina”.

“Oltre che a tavola – si legge nell’incipit dell’articolo – il vino celebra il suo trionfo nelle pagine che ne esaltano il gusto e che evidenziano situazioni tanto particolari, a cominciare dalle citazioni bibliche sull’ubriacatura provocata a Noè dall’eccessivo uso del nettare ricavato dall’uva, e a personaggi che legano il loro nome alla bevanda principe dell’italica gente. E nell’antologia enologica una pagina memorabile l’ha scritta Armando Quadrino di Fondi, 103 anni compiuti il 2 agosto scorso. Il pimpante ultracentenario, sempre attivo nell’arco dell’intera giornata, con la priorità assegnata al lavoro dei campi, ha voluto, anche per il 2016, provvedere in prima persona alla vendemmia e così, nella giornata di sabato 17, ha macinato ben dieci quintali di uva alla presenza di tanti conoscenti della zona dove lui vive, di fronte al vecchio ospedale. L’appuntamento con la vendemmia ha consentito ad Armandino, che ha fondato a Fondi il ‘Club dei 120 anni’, formato da quattro componenti che manifestano la dichiarata e ottimistica aspirazione a toccare la quota anagrafica dei 120 anni, di ripercorrere le tappe della sua singolare esistenza che sta vedendo scorrere il centotreesimo anno di vita.

“Mio zio passionista mi profetizzò, quando avevo dieci anni, – esordisce, con spiccata e nitida ortoepia, l’arzillo vecchietto – il superamento dei cento anni di vita. Io ho sempre avuto fiducia in quelle parole e forse per questo ho sconfitto, in ordine di tempo, il tetano, la malaria, un infarto, la pleurite, presa per ritornare in moto dal lavoro, tutto sudato, da Terracina a Fondi (8 giorni al Forlanini e due mesi al San Camillo). Sono sopravvissuto, lavorando nei campi di Pomezia, appena costruita, al rischio dei morsi degli scorpioni presenti in grande quantità nei tuguri che ci ospitavano. Dodici anni li ho trascorsi sulle isole pontine, lavorando, tra l’altro, alla ristrutturazione del carcere di Santo Stefano. Sono scampato ai rastrellamenti tedeschi, venendo a piedi da una zona ubicata 24 chilometri oltre Lubiana, in Iugoslavia, fino a Fondi e impiegando, per l’attraversamento dei crinali montani, proprio per evitare le strade, così da sfuggire alla cattura, ben due mesi. Ho pure utilizzato, nel lungo calvario esistenziale, biciclette con ruote di legno e oggi – conclude mentre controlla che il mosto che bolle nel tino non versi – sono qui con mia figlia Giuseppina che mi accudisce da quando ho perso mia moglie già da diversi anni. Vi aspetto – si accomiata mentre i presenti lo applaudiscono – quando il mosto, con l’11 novembre, festa di san Martino, sarà divenuto vino, per brindare tutti insieme”. E, allora, un sincero e fervido “cin cin” per Armandino!

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