Fondi, guerra al Mof: i D’Alterio chiedono danni per 3 milioni per le offese

*Giuseppe D'Alterio*
*Giuseppe D’Alterio*
*Enzo Addessi*
*Enzo Addessi*

Un milione alla Mof spa. Uno alla Imof spa. Un altro ad Enzo Addessi, che delle due consorelle è rispettivamente amministratore delegato e amministratore unico. Tre milioni d’euro che la famiglia dei D’Alterio, imprenditori fondani nel settore degli autotrasporti, ha intenzione di chiedere a titolo di risarcimento per alcune frasi ritenute gravemente lesive, contenute in una nota stampa di fine luglio a firma di Addessi. Un comunicato fiume in cui quest’ultimo puntava i riflettori sulla querelle con la Ibm, che a settembre porterà all’asta giudiziaria i beni immobili di buona parte del Mercato, e soprattutto sulle infiltrazioni della criminalità organizzata, in quei giorni tornate d’attualità con l’operazione antimafia “Gea”. Operazione in cui figura tra gli indagati il 58enne Giuseppe D’Alterio, noto come “o Marocchino”, già a suo tempo finito, oltre che nella “Lazialfresco”, nella “Sud Pontino”, che lo vide arrestato insieme a tre figli. Tutti poi condannati, “sebbene nessuno in maniera definitiva”, ha sottolineato Giuseppe Lauretti, il legale che ha appena ricevuto mandato per intentare la causa in sede civile con la richiesta danni milionaria. Decine di migliaia d’euro a parola, in pratica, per un Addessi che in quella nota, nella propria furia pro-legalità, avrebbe esagerato. Alcuni passaggi delle sue dure dichiarazioni, in cui aveva tentato di far trasparire l’impegno suo e degli operatori contro le infiltrazioni, sono stati avvertiti come del tutto fuori luogo: i D’Alterio si sono sentiti ingiustamente attaccati e utilizzati come capri espiatori. Indicativo, per capire il tenore delle dichiarazioni indigeste, il passaggio relativo all’inibizione permanente di accesso al Mof per Giuseppe D’Alterio, successivamente annullata dal Tar. “Lo riammise ad operare nel Mof ancor più baldanzoso di prima – scriveva Addessi – con grande frustrazione degli operatori già avviliti dal continuo assioma ‘Mof uguale malavita’, a fronte del fatto che i D’Alterio da oltre 20 anni entrano ed escono dal carcere senza che nessuno ‘butti mai la chiave’. Così ritornano ‘sul luogo del delitto’ per essere poi nuovamente arrestati consentendo a chiunque di poter ripetere ancora che ‘Mof è uguale malavita’”.