Omicidio Barlone: la caccia ai diamanti, il massacro e la pista della fidejussione milionaria. Intanto, i campani arrestati non parlano

Omicidio Barlone: la caccia ai diamanti, il massacro e la pista della fidejussione milionaria. Intanto, i campani arrestati non parlano

Almeno per quanto riguarda i protagonisti, il cerchio attorno al brutale omicidio di “don” Patrizio Barlone, avvenuto nella prima serata dell’8 febbraio nella sua abitazione nel centro di Monte San Biagio, al culmine di quella che è stata inquadrata come una rapina finita male, è andato a chiudersi. Mesi di indagini e riscontri dei carabinieri. Un supertestimone, attualmente indagato. Parziali ammissioni da parte di alcuni dei soggetti colpiti dalle ordinanze di custodia cautelare messe in atto nella notte tra domenica e lunedì. Alla fine, quasi tutti i tasselli sono giunti al loro posto. Eppure, all’appello manca ancora una risposta cruciale: cosa c’era nel borsone con cui sono fuggiti gli assassini, ripresi dalla telecamera della vicina Stazione dei carabinieri? Per cosa hanno effettivamente ucciso il 61enne? Un mistero anche per gli investigatori, ad oggi. Lasciando aperte diverse ipotesi.

DSCN3714E’ probabile che le quattro persone che hanno fatto irruzione nella palazzina di via Roma, immobilizzando e picchiando l’ex diacono e falso prete, poi morto per asfissia e rinvenuto cadavere la mattina successiva, nel corso del violento raid non abbiano trovato le grosse somme di denaro contante di cui Barlone notoriamente disponeva. Circostanza che si evince da un’intercettazione tra alcuni degli indagati, e che parrebbe confermata dal rinvenimento, a margine di uno dei sopralluoghi degli specialisti del Ris, di circa 40mila euro riposti nelle gambe di alcuni pantaloni. I libri mastri di Barlone, non nuovo a sostanziosi prestiti, con appuntati appuntamenti, cifre e nominativi di debitori, sono stati rinvenuti sul luogo del delitto, teoricamente intatti. E quindi? All’appello, in casa, qualcosa manca. A partire dal “famoso” calice da chiesa che la vittima, che per certe suppellettili sacre aveva una sfrenata passione, non aveva mai perso occasione di ostentare a conoscenti e non, sostenendo fosse di oro massiccio: una coppa in realtà farlocca, ma sparita. Insieme ad altri oggetti preziosi, una possibile parte del bottino. Magari costituito soprattutto da altro: un mucchio di diamanti. Proprio così. Un tesoretto di cui – vista la particolare passione per denaro ed affini del “don” – in tanti nel tempo avevano favoleggiato. Compreso, nelle fasi preparatorie al colpo degenerato nel sangue, anche il gruppo di arrestati.

 

L’APPUNTAMENTO IN BANCA TRA LA VITTIMA E IL PRESUNTO MANDANTE

Il giorno successivo alla trappola mortale, vittima e presunto mandante della rapina sfociata in omicidio avevano un appuntamento. “Don” Patrizio Barlone, l’ex diacono e falso prete assassinato la sera dell’8 febbraio nella sua abitazione di Monte San Biagio, e Aldo Quadrino, il piccolo imprenditore di Fondi arrestato lunedì notte dai carabinieri insieme a cinque campani, dovevano vedersi presso una filiale del Monte dei Paschi di Siena. Un dato di fatto emerso dall’analisi delle carte rinvenute in casa del 61enne Barlone, anni fa arrestato per usura e che non è escluso avesse continuato a “vendere soldi”. Cosa dovevano andare a fare in banca? Uno dei vari gialli che ancora avvolgono il delitto. Di sicuro il rapporto tra i due, che si erano conosciuti a luglio dello scorso anno, era basato su questioni prettamente economiche: il prestito da 25mila euro risultate dai “libri contabili” di Barlone. Che però i legali del 53enne Quadrino, Giulio Mastrobattista ed Atena Agresti, sostengono già pagati in due differenti tranche. Ed allora? In merito a quell’incontro mai avvenuto emerge un’ipotesi che, se confermata, per l’imprenditore finito in manette avrebbe il sapore di una vera beffa: “don” Patrizio doveva fare da garante a Quadrino nell’ambito di una fidejussione bancaria volta a salvare il frantoio di famiglia, che stava per essere fagocitato dalle banche. Una fidejussione da circa un milione d’euro, sembra, saltata propria a causa della morte violenta di chi avrebbe dovuto aprire i cordoni della borsa. Possibile che l’imprenditore fondano abbia contribuito, seppure accidentalmente, ad eliminare l’unica persona che avrebbe potuto alleviare le proprie sofferenze economiche? All’apparenza, qualcosa non torna. E chissà che a far luce su determinate circostanze possa contribuire già oggi lo stesso Quadrino: giovedì, alla presenza dei difensori, comparirà davanti il gip Nicola Iansiti per l’interrogatorio di garanzia. Probabile che non si chiuderà nel silenzio. Come hanno invece fatto i cinque campani arrestati nell’ambito della medesima indagine: interrogati mercoledì per rogatoria nel carcere di Poggioreale, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Scena muta.

 

LO HANNO MASSACRATO: DIECI COSTOLE ROTTE

*Il dottor Filippo Milano sul luogo del crimine*

*Il dottor Filippo Milano sul luogo del crimine*

“Don” Patrizio è stato letteralmente massacrato. Quando hanno fatto irruzione nell’abitazione della vittima a caccia di contanti e diamanti, i quattro campani autori materiali della rapina finita nel sangue – assoldati dal 50enne napoletano Salvatore Scarallo per conto del fondano Aldo Quadrino – si sono comportati come delle belve. Secondo le ricostruzioni dell’Arma, con Quadrino che li attendeva in auto a poca distanza, i primi a presentarsi alla porta del 61enne sono stati i fratelli di Torre del Greco Salvatore e Vincenza Avola, 43 e 36 anni. Subito dopo, armati di pistola, l’entrata in scena del 56enne di Ercolano Antonio Imperato e del 49enne Carmine Marasco, anche lui di Torre del Greco. Prima di immobilizzarlo e farlo morire soffocato, per l’indifeso Patrizio Barlone mani strette attorno al collo, pugni, ripetuti calci al capo e al torace quando era già in terra, probabili colpi con un oggetto contundente da identificare. Una violenza confermata in tutta la sua crudezza anche dall’esame autoptico a suo tempo eseguito dal medico legale Filippo Milano: Barlone aveva la cartilagine tiroidea rotta e la bellezza di dieci costole fratturate (tre sulla parte sinistra, le restanti su quella destra), come anche oggetto di fratture erano la tibia sinistra e un dito della mano destra. Tra occhio sinistro, braccio destro, naso e labbra, sono state inoltre rinvenute ecchimosi, escoriazioni e ferite lacerocontuse. Un corpo straziato.

 

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