Muore il boss Schiavone e con lui i segreti della terra dei fuochi pontina

Carmine Schiavone

E’ morto d’infarto nella sua casa di Viterbo, a 72 anni, l’ex boss dei Casalesi Carmine Schiavone.

Omicidi, guerre tra clan,  rapporti tra politica e camorra, infiltrazioni nell’economia, traffico di rifiuti: le parole di Schiavone, raccolte  a partire dal maggio del 1993, hanno portato al maxi bliz contro i casalesi che fece finire in cella 136 persone. Le sue dichiarazioni al processo furono la base per una pioggia di condanne, tra cui quelle per suo cugino Francesco Sandokan Schiavone, Francesco Bidognetti e Michele Zagaria, la cupola del clan.


Verbale desecretato
Verbale desecretato

«La sua collaborazione fu fondamentale – racconta oggi il procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero de Raho, che nel 1993 raccolse le parole di Schiavone e sostenne l’accusa al processo – fu il primo esponente del clan che ha aperto uno squarcio sul sistema criminale creato dai casalesi e l’unico che davvero ci ha aiutato a capire una realtà in cui accanto alla forza militare c’era una rilevante forza economico-imprenditoriale».

Schiavone, negli ultimi tempi, aveva riportato alla luce gli anni in cui i casalesi dirottavano i rifiuti anche in terra pontina per il loro smaltimento. Vicende su cui, ancora oggi, non si è fatta piena chiarezza. Nell’audizione del 1997 alla commissione antimafia – desecretata nel 2013 – Schiavone citò a lungo Latina come zona direttamente controllata dai Casalesi. Con Schiavone muoiono anche i segreti della terra dei fuochi pontina. In una intervistà dichiarò: “Anche a Latina moriranno tutti di cancro”, riferendosi alle sostanze tossiche sversate nel territorio.

Verbale desecretato
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