Far west a Lenola: rapinata la gioielleria Fasolo, banditi in fuga su due moto

*Ostaggio dei banditi*
*Ostaggio dei banditi*

AGGIORNAMENTO – L’incubo dell’orafo lenolese Tonino Fasolo è cominciato intorno alle 10,30 di sabato, quando alla porta del laboratorio della centralissima via Marconi, a poche decine di metri dalla Stazione dei carabinieri, si è presentato un uomo ben vestito che credeva essere un semplice cliente.

Per capire che fosse una rapina, non ci è voluto molto: appena messo piede nell’attività, lo sconosciuto si è avvicinato al 54enne gioielliere dicendogli “dobbiamo fare un controllo”, per poi bloccarlo e far entrare i tre complici.


Da lì, cinque lunghi minuti di terrore. Per farsi rivelare il numero della cassaforte, Fasolo è stato ammanettato, picchiato e minacciato, mentre alcuni dei banditi, tutti con evidente accento campano, mettevano a soqquadro la gioielleria, arraffando e mettendo in un sacco quanto più possibile.

*I segni delle manette*
*I segni delle manette*

Ha lottato, il 54enne lenolese, che gli aggressori – tutti a volto scoperto, almeno inizialmente – volevano rinchiudere nel retrobottega. Alla fine, in quattro contro uno e ad armi spianate – almeno tre, le pistole – i malviventi hanno avuto la meglio. “Mi hanno dato calci e pugni, puntandomi varie volte la pistola alla testa, alla tempia”, racconta ancora sotto shock la vittima. “Ammanettato, gli chiedevo di smettere, di lasciarmi qualcosa, perché lavoro da una vita. Ma niente. Si sono comportati come degli animali”.

Animali che poi sono dovuti fuggire via. Vista la resistenza dell’orafo, tutte le fasi della concitata rapina con sequestro di persona si sono svolte nella piccola sala d’ingresso. E per di più con la porta lasciata aperta dai banditi, che forse temevano di rimanere imprigionati all’interno. “Gridavo ed intanto avevo sempre lo sguardo fisso all’ingresso”, dice Fasolo. “Di sabato mattina, con tutte le persone che passano di qui, possibile che nessuno mi sentisse?”. Ad un certo punto, anche allertata dalle urla dell’anziana madre dello stesso, che abita al piano di sopra della gioielleria, ha fatto capolino una cliente abituale, che doveva andare a ritirare un monile.

*L'auto utilizzata per la prima parte della fuga*
*L’auto utilizzata per la prima parte della fuga*

E’ a quel punto che i quattro sono scappati, con tanto di manovra da film d’azione: saliti a bordo di una vecchia Fiat Uno di colore rosso parcheggiata appena all’esterno del laboratorio rapinato, hanno percorso interamente in retromarcia, col piede premuto al massimo sull’acceleratore, la stretta strada che porta al vicino parcheggio in zona Franconi. Fortuna che non passasse nessuno.

Arrivati nell’area soste, i banditi hanno abbandonato l’utilitaria, e si sono dileguati verso il Frusinate in sella a due moto di grossa cilindrata, tra cui pare una Ducati.

Scattato l’allarme, con le indagini coordinate dai carabinieri di Terracina, sul posto si sono portati i colleghi di stanza presso la Stazione locale e quelli della Tenenza di Fondi. Al lavoro, nella gioielleria, al suo esterno, e sulla Fiat utilizzata inizialmente, gli specialisti della scientifica.

**
*Sul posto, la scientifica*

Fra il materiale repertato, due paia di manette: quelle utilizzate per immobilizzare il 54enne Fasolo; delle altre abbandonate sul posto. Con tutta probabilità erano state preparate per la moglie, solitamente presente ma che proprio sabato mattina era fuori per un impegno.

La macchina è risultata intestata ad una donna formalmente residente a Terlizzi, in provincia di Bari, ma di fatto abitante a Ferentino: è stata rubata nel parcheggio dello scalo ferroviario del Comune del Frusinate, dov’era stata lasciata dalla proprietaria, che lavora nella Capitale.

Tre le altre cose, a margine dell’intervento, i carabinieri hanno acquisito le immagini delle telecamere a circuito chiuso del vicino distributore di carburante e della confinante filiale della Banca popolare di Fondi. Frame che però, visto il tragitto dei banditi, non dovrebbero aver catturato nulla di rilevante.

*Occhi elettronici inattivi*
*Occhi elettronici inattivi*

Ben più utile poteva essere l’impianto di sorveglianza dell’attività assaltata, peccato che in quei momenti cruciali fosse ancora disattivato: il proprietario aveva aperto da poco.

Il bottino, ancora da quantificare con esattezza, ammonta a poco più di 10mila euro, anche perché i rapinatori hanno dovuto abbandonare l’attività in fretta e furia, lasciando in bella vista un costoso rolex e molti preziosi presenti tra scaffalature e vetrine.