LA “CUNCIARIA” DI ITRI: QUESTA SERA UNO SPACCATO DI STORIA VISSUTA PRESENTATA DA ANTONIO CICCONE

“Hic sunt leones!”. Così i Romani nomavano la terra a sud dell’attuale Magreb dove le pur “invincibili” legioni dell’Urbe non si erano mai addentrate e dove presupponevano che l’ecumene abitativo fosse reso proibitivo se non impossibile dalla presenza del temibile re della foresta. Ugualmente, a Itri, sarebbe stato il caso di dire, parlando della “Cunciarìa”, ovvero dell’attuale via Santa Apollonia (la parallela della ex statale n. 82 “Valle del Liri” che collega Avezzano a Itri), “hic sunt lupi, vulpes et animalia ceterum specierum”.

E proprio della “Cunciarìa” degli anni Cinquanta e di quello che era stata nei tempi passati, prima che il cemento appiattisse, come del resto in tutta Itri, le caratteristiche urbanistiche, gli stili di vita, le particolarità del rione, la tipologia delle case di questa zona di Itri bassa, si parlerà, questa sera, martedi 26, alle ore 21, presso la corte comunale (lo spazio antistante l’ingresso posteriore del comune di Itri). L’argomento sarà l’oggetto dell’incontro pubblico indetto per presentare il libro di Antonio Ciccone, docente di ligue franco-anglofone a Como, ma nativo di
Itri, nello specifico della “Cunciarìa”. E la sua opera si chiama proprio “La Cunciarìa, ovvero Via Santa Apollonia”. Nel corso dell’evento, ripreso da Itri TV e presentato da Claudio Musetti, dell’emittente di patròn Fabio Taiano, Antonio Ciccone, dopo il saluto dell’assessore alla cultura, Raffaele Mancini, guiderà il pubblico nella passeggiata virtuale, sia spaziale che temporale, nella sua natìa Cunciarìa. Ciccone, che, dopo il triennio delle scuole medie, ha proseguito gli studi presso l’allora istituto magistrale “Marco Tullio Cicerone” di Formia, a quel tempo diretto da presidi che rispondevano al nome di Marrone, Papa, Ligato e altri, avendo come compagni di scuola Erminio Azzaro, prima collega nella pratica del salto in alto, poi allenatore e, dal 1987, marito di Sara Simeoni, anche lei di casa a Formia. E sempre a Formia, Ciccone ha studiato in concomitanza con un’altra campionessa italiana, Maria Stella Masocco, per gli amici Henny, detentrice, all’epoca, del record nazionale di getto del peso e mamma di quel Gian Luigi Buffon, icona del calcio azzurro quattro volte campione del mondo, a quel tempo alunna della sezione “E”, nel plesso appena inaugurato di Castellone. Sportivo anche lui, Antonio militò nella Libertas Itri, appena nata nel 1966, distinguendosi per le sue
doti di apprezzato difensore. Dopo la laurea, conseguita dopo un cursus honorum degno della lode, del bacio accademico e della pubblicazione della tesi, la sua missione pedagogica lo spinse a operare nella realtà scolastica di quel ramo del lago di Como che lo affascinò sin dal suo arrivo e che continua ad ammaliarlo ancora oggi, nella musicalità compositiva dell’irripetibile prosatore italiano e -per chi scrive- mondiale di tutti i tempi, Alessandro Manzoni. Ma, pur gratificato dai risultati scolastici e umani raccolti in terra lariana, Antonio Ciccone non ha mai dimenticato la sua Cunciarìa, dove torna ogni anno, per accompagnare la nera Madonna della Civita, patrona del paese e dell’arcidiocesi di Gaeta, nella processione che vede nelle vie di Itri un serpentone di fedeli provenienti da ogni dove. Quest’anno, a 62 anni, il suo tributo a Itri e alla Cunciarìa si è trasformato in un parto tanto atteso dai molti amici, suoi sinceri estimatori: l’opera che questa sera presenterà, facendo rievocare ai non più giovani e a quanti ignorando cosa ci fosse “là dove c’era l’erba…” sulla quale i ragazzi giocavano insegunedo una palla spesso fatta di stoffa e dove due canne
con le punte pericolose, delimitavano lo specchio della porta. C’era tanto sudore in quella campagna aperta, la Itri calcio (non ancora Nuova Itri, nata il 1954) vi disputava le sue gare con il pallone che finiva spesso nel sottostante torrente che scorreva a cielo aperto. Ci si sporcava di fango, si tornava a casa, si rimediavano rimproveri e più di qualche scappellotto, ma quante madri, oggi, vorrebbero affibbiare tanti scappellotti ai figli perchè imbrattati di fango, anzichè piangerne la memoria, dopo il macabro rito dell’acquisto della “roba”, negli angoli bui della “nuova” Cunciarìa, dispensatrice non più di sudore e fango sui ginocchi, ma di rigor mortis e traghettatrice di molti giovani verso quel fango dal quale Qualcuno ci aveva preso per alitarci sopra e darci la vita.

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