LA RIVOLTA DI ITRI CENTO ANNI DOPO, PECCHIA SCRIVE A GIAN ANTONIO STELLA DEL CORRIERE DELLA SERA

Un paese intero, e non solo, si rivolta, dopo la provocazione di Gian Antonio Stella, che, sul Corriere della Sera, aveva ricordato i cento anni della rivolta degli Itrani contro i Sardi, il 12 luglio 1911, con un articolo che definisce, senza mezzi termini, i concittadini di Fra’ Diavolo, sgherri della camorra aizzati dal sindaco dell’epoca, Gennaro d’Arezzo, a compiere un’autentica strage di operai sardi, impegnati a costruire la galleria ferroviaria tra le stazioni di Fondi e di Itri. Basterà ricordare la disanima su Fondi e la sua gente, per tutti fulgidamente laboriosa e magnificamente generosa, da lui giudicata masnada di associati a delinquere. Secondo Stella i fatti di Itri anticipano l’eccidio di Castelvolturno, dove, nel 2008, la camorra uccise lavoratori nordafricani impegnati nei campi di Terra di Lavoro. Tutto, guarda caso, in coincidenza con l’uscita in edicola, oggi, 12 luglio, di un libro sui fatti in questione, scritto da un sardo, Antonio Budruni “I giorni del massacro. Itri 1911: la camorra contro gli operai sardi”.

A parte il fatto che certe operazioni di cassa, seppur maldestramente camuffate, lasciano storicamente il tempo che trovano, ma c’è pure la leggenda metropolitana, tutta condita in salsa sassarese, che l’autore della storia di Alghero, non disdegnando l’assaggio degli squisiti vini “Sella & Mosca”, abbia, “comite”, il buon Gian Antonio Stella, si capirà bene come i due del buon gusto epicureo del “Nunc est bibendum”, ritengano di consacrare il loro rapporto non solo interlocutorio e degustatorio di prelibatezze enologiche, celebrandosi a vicenda, magari alla faccia quella Storia con la “S” maiuscola, che, scritta dai vincitori, ha cambiato molte volte le carte in tavole.

Tanto per citare qualche “svista arbitrale” – usando un termine calcistico – gli storici hanno sempre “ignorato” che a Bronte, paesino della dorsale catanese, le “camicie rosse” di Nino Bixio, il luogotenente del celebrato “eroe dei due… mondi”, fucilarono i contadini, colpevoli di aver chiesto… la terra che, secondo loro, i Garibaldini venivano a togliere ai nobili per darla ai descamisados e ai peones! Poveri illusi!

E invece Budroni e Stella hanno affermano, senza ombra di dubbio, che gli itrani erano camorristi e che il sindaco di allora era un precursore di Ciancimino. Povero Manzoni, quando, benchè colto e documentato, all’indomani del 5 maggio 1821, quando a Sant’Elena moriva l’esportatore di “libertè, fraternitè ed egalitè”, si limitava a dire lascio “ai posteri l’ardua sentenza”. Ma Manzoni non era – avrebbe detto Catilina – ‘un uomo d’onore’, in quanto non afferrava a volo, il senso della storia, o la colpevolezza di uno e l’innocenza dell’altro. Ma, lasciando queste righe introduttive, passiamo all’evento che caratterizzerà un contributo all’affermazione della verità. La presentazione, a Fondi, del libro di Giuseppe Pecchia, “1911 – La rivolta di Itri. A cento anni da un eccidio”.

Sentiamo, dalle righe di Giuseppe Pecchia, una replica, in anteprima al “vademecum del centenario” di Budroni. “(In merito alla recensione del Corriere della sera, pag. 39, Cultura, del 7 luglio 2011):

Giuseppe Pecchia

“Egregio sig. G. Antonio Stella, ho curato due pubblicazioni sull’argomento, a pochi anni di distanza, una nel 2003 e l’altra quest’anno, nella ricorrenza centenaria (testi che si trovano presso le maggiori biblioteche e archivi di Stato della Sardegna e del continente). Quindi, non risponde al vero che solo il Budruni ha scritto della rivolta di Itri in questi cento anni. I sardi informati che sono in contatto con me condividono la ricostruzione che si opera in quelle pagine, finanche i sardi discendenti di quelli che lavorarono sul posto e sono rimasti in zona. Questi amici della Sardegna non sono certo da me ingaggiati per rafforzare tesi precostituite perché i miei libri non ne hanno. Consentono con me, invece, per un discorso di riconciliazione e comunione di valori, al di là dell’esito della ricognizione storica (troverà tutti i riscontri nel libro del 2011). Ora la pubblicazione del Budruni, col lancio pubblicitario sul primo giornale nazionale rischia di vanificare un lavoro che non è solo un intento civile, è anche un’indagine storiografica. Infatti la semplificazione che si fa sul libro del Budruni, senza il controllo con altre fonti, porta Lei a giudizi sommari: cito dall’articolo quello sul Sindaco di Itri, all’epoca, G. Burali d’Arezzo, e quello sui carabinieri. La quarta di copertina della mia recente pubblicazione (presentata a Itri il 26 febbraio 2011 e che presenterò a Fondi il 13 luglio) riporta la nota di quel Sindaco al Ministro Giolitti, due mesi prima dei fatti, con cui si chiedeva la forza militare sul posto per arginare “qualsiasi funesto evento”. Invocazione e presagio del tutto ignorato dal governo del tempo. Nulla a che fare con quel “sobillò la popolazione contro gli immigrati” e meno che mai “per ragioni di bottega clientelare”. Tirare in ballo la camorra, una costante del Budruni 1, come scrivere di dieci morti, senza fonti di prova, serve solo a far rumore. L’articolo del Corsera sembra obbedire a canoni di storia letteraria, come a un genere, dimenticando che sui fatti di Itri ci furono indagini e un regolare processo a Napoli (ho trascritto articoli del Suo giornale di cento anni fa). Il sindaco d’Arezzo e i due consiglieri, dopo mesi di carcere, furono scagionati da ogni accusa.

Gian Antonio Stella

Il sottosegretario Falcioni, nel rispondere alle interpellanze e  interrogazioni dei parlamentari sardi, escluse qualsiasi responsabilità da parte delle forze dell’ordine dopo l’indagine amministrativa (le fonti sono sul libro del 2011). Con questa mia nuova ricognizione ho voluto gettare un ponte ideale tra Itri e la terra di Sardegna, dove, mi auguro, possa giungere forte il senso di questa operazione. Non ho emesso sentenze, sebbene possa apparire qualche giudizio circoscritto ai dettagli. Ritengo che sardi e itrani siano state vittime in ugual misura: un’analisi obiettiva, una lettura razionale, un giudizio storico con adeguato criterio di valutazione contribuirà, in qualche modo, a inquadrare e capire quella dolorosa vicenda. Ho affidato alla passione e all’intelligenza del lettore un possibile responso. Questi sono casi in cui la ricerca non giunge a una sentenza, ma almeno si accosta il più possibile allo svolgimento dei fatti. Mi dissocio totalmente dai termini e dallo spirito delle colonne del Corsera perché lontani dai fatti documentati e dallo stato d’animo maturato a Itri e tra i sardi, valutando, non occultando, quella triste vicenda di cento anni fa. Ho stampato presso una tipografia della mia città, senza il clamore dei media. Le mille copie realizzate con il contributo delle istituzioni sono state distribuite gratuitamente. Nessun interesse economico, solo la passione per la storia patria. Spero avrà tempo e voglia di leggere le mie ricerche, conoscerà fatti e personaggi (ho citato le fonti) di cui nessuno ha mai scritto”.

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