SEQUESTRO SAVINA CAYLYN, GLI AUDIO DALLA NAVE DI VERRECCHIA E DEL COMANDANTE LADAVERA, LA FARNESINA PRECISA: “SEGUIAMO GLI EVENTI”, NUOVO ULTIMATUM DAI PIRATI

AGGIORNAMENTO – In relazione alla vicenda del sequestro della petroliera Salina Caylyn e ai diversi articoli apparsi sulla stampa nazionale e locale, il ministro degli Esteri Franco Frattini e la Farnesina, in particolare attraverso l’Unità di Crisi, hanno seguito in ogni momento sin dall’inizio l’evolversi degli eventi, attivando ogni canale utile – diplomatico, militare e di intelligence – per favorire la soluzione della vicenda. Lo riferisce una nota del ministero, precisando che è stato inoltre mantenuto un costante e quotidiano contatto con i familiari dei sequestrati, con i quali rappresentanti dell’Unità di Crisi e della Difesa hanno avuto più incontri personali.

[Adnkronos]

***AUDIO TELEFONATA LIBEROREPORTER*** (Il Comandante dice che gli hanno assicurato che i tre sbarcati sono vivi ma non gli dicono in quale zona li hanno portati e nemmeno se li riporteranno sulla Savina)

***AUDIO TELEFONATA LIBEROREPORTER 2*** (I pirati hanno lanciato un nuovo ultimatum: “Se entro 72 ore, ma ormai sono 48, non si fanno vivi qui sulla nave, hanno detto che sbarcheranno anche noi).

***AUDIO TELEFONATA LIBEROREPORTER 3*** (Verrecchia fa anche un’analisi della situazione in Somalia e dichiara che l’unico mezzo per uscire dalla situazione in cui si trovano è la consegna in gran quantità del biglietto verde)

***AUDIO TELEFONATA LIBEROREPORTER 4*** (Appello del comandante)

[LIBEROREPORTER]

AGGIORNAMENTO MATTINATA

“Quarantadue ore per pagare 16 milioni di dollari di riscatto, oppure l’equipaggio sarà fatto scendere a terra”. Sono le ultime dramamtiche notizie in arrivo dalla Savina Caylyn. Già tre membri italiani dell’equipaggio sono stati allontanati dalla nave e condotti verso il deserto.

LA TELEFONATA ALLA CORRISPONDENTE DI “REPUBBLICA”

I pirati somali ci pensano su. Poi consegnano la cornetta del satellitare al comandante della petroliera Savina Caylyn. E’ lui la voce della disperazione a 106 giorni dal sequestro.

«La domanda è diventata una ossessione per tutti noi. Perché dobbiamo morire? Perché? Eravamo a bordo per lavoro, siamo persone oneste e innocenti, non trasportavamo droga e non facevamo contrabbando. Perché tutto questo, allora? Ce lo chiediamo tutti qui, e per tutto il giorno. E pensiamo che siamo italiani, che il popolo italiano non può averci abbandonato così… E pensiamo ai nostri figli. Noi vogliamo rivederli…».

Il comandante Giuseppe Lubrano Lavadera si aggrappa a quel telefono. È la sua unica speranza di scuotere le coscienze. Per lui e per i suoi uomini. Per la loro vita, appesa a un filo sulla plancia della petroliera Savina Caylyn sequestrata lo scorso 8 febbraio. Ed è la voce della disperazione, che i pirati somali concedono di essere ascoltata grazie a una telefonata satellitare a “Repubblica”.

Chiede aiuto, il comandante, non vorrebbe perdere tempo a raccontare che vita fanno da sequestrati a tre miglia e mezza dalla costa somala. Poi si lascia convincere: «Mangiamo un po’ di riso al giorno, molti di noi sono malati e dobbiamo stare sempre seduti per terra. Siamo guardati a vista da sessanta pirati armati fino ai denti che diventano sempre più nervosi e violenti perché vedono che non riescono a ottenere il riscatto. C’è un bagno solo per tutti, così potete immaginare le condizioni igieniche. Cominciamo ad avere malattie della pelle e febbre. E siamo in pericolo. Perché nella motocisterna c’è un carico di 86 mila tonnellate di petrolio, ma se scoppia un incendio a bordo non abbiamo modo di spegnerlo».

Ultimatum scaduto, per il pagamento di sedici milioni di dollari. «Nelle scorse settimane — continua il comandante Lubrano Lavadera — sono stati sequestrati altri due pescherecci, uno greco e uno spagnolo. Gli equipaggi sono stati portati a bordo della Savina Caylyn, e due settimane dopo un aereo ha lanciato un paracadute con i contenitori pieni del denaro del riscatto. Nove e undici milioni di dollari. Da allora i pirati ci trattano con disprezzo. Dicono che gli altri paesi ci tengono a salvare la vita ai loro cittadini, mentre noi per l’Italia non esistiamo. Ma vi prego, aiutateci. Siamo italiani anche noi. Il governo ci aiuti. Eravamo disposti a dare ai pirati i nostri risparmi, ma sono ben poca cosa, ci hanno riso in faccia».

Trattative a rilento. A bordo c’è un negoziatore, la compagnia armatrice — la Fratelli D’Amato — ha invece affidato i contatti con i sequestratori per un eventuale accordo a un ufficio legale londinese. Che però non si fa vivo con i pirati oramai da parecchi giorni. «Se passa altro tempo — continua il comandante — la cifra del riscatto aumenterà. E sarà sempre più difficile venirne a capo. Tre italiani sono già stati sbarcati nel deserto, ma ora i pirati ci stanno dicendo che probabilmente manderanno a terra anche noi. Pure loro sono stanchi, dunque se si trattasse seriamente magari il riscatto potrebbe essere addirittura più basso dei sedici milioni. È inutile tentare altre strade. Ieri un elicottero militare ha volato troppo vicino alla nave e i pirati hanno sparato in aria. È meglio non avvicinarsi per contattare i pirati o per fare blitz. Questi ci ammazzano tutti quanti, sono esasperati…».

[La Repubblica]

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