E se la digitalizzazione della scuola fosse un passo indietro?

E se la digitalizzazione della scuola fosse un passo indietro?

Atteniamoci ai fatti, perché la strada sembra ormai inevitabilmente segnata. Tra le dichiarazioni rivoluzionarie ed i proclami riformistici di vario tipo che, in ogni mese di settembre, accompagnano la ripresa dell’anno scolastico, si segnala anche quella secondo cui la tecnologizzazione della scuola non si arresterà e proseguirà inarrestabilmente.

Difatti, lo stesso Ministro dell’Istruzione, in una visita effettuata a Brindisi il 22 aprile del 2017, ha esplicitamente sottolineato che “le nuove tecnologie favoriscono l’apprendimento”, e che questa apparente rivoluzione copernicana starebbe già tutta “dentro i programmi che stiamo attuando della Buona Scuola”. Tanto che la stessa Valeria Fedeli aveva ribadito, circa un mese prima, che “con il Piano nazionale scuola digitale abbiamo stanziato oltre un miliardo di euro per il settennio 2014-2020 affinché l’innovazione digitale… diventi sostrato ineludibile e trasversale dell’educazione delle nostre giovani e dei nostri giovani”.

Se, sul piano puramente metodologico, questa impostazione rischia di portare pericolosamente indietro l’orologio della storia, richiamando in causa prospettive di tipo comportamentistico, che la ricerca scientifica ha ormai largamente superato da almeno settant’anni, anche perché legate ad una visione degli individui  passivamente assoggettati alle stimolazioni esterne, dal mondo della cultura e della scuola, che spesso e volentieri non appaiono destinati ad incontrarsi, emergono appelli sempre più allarmati e, conseguentemente, sempre più allarmanti.

Ad esempio, il 24 aprile scorso, il filosofo Umberto Galimberti ha sottolineato con preoccupazione che in Italia non leggiamo e siamo agli ultimi posti in Europa, e che non bisogna riempire le scuole di computer ma di maestri, cioè “di persone che sanno affascinare ed educare”.

Ed ancora, il 4 febbraio scorso, è stata resa pubblica una “lettera aperta” firmata da 600 Professori universitari (tra i quali molti nomi noti come Ernesto Galli della Loggia, Luciano Canfora, Massimo Cacciari, Ilvo Diamanti e Benedetto Vertecchi), per sottolineare come sia chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano ad esprimersi oralmente,” con errori appena tollerabili in terza elementare”.

A quest’ordine di problemi anche il mondo della ricerca universitaria e scientifica sta però cercando di fornire risposte. Difatti, il 27 aprile scorso, il Laboratorio di Pedagogia Sperimentale dell’Università di “RomaTre” ha dedicato al problema della scrittura tra i giovani d’oggi, un convegno, significativamente intitolato “In Intellectu et in Sensu-Scrivere per capire, scrivere per fare”, partendo dalla domanda se il sempre più diffuso processo di digitalizzazione non si stia pericolosamente accompagnando (soprattutto per le giovani generazioni) ad una perdita in termini di sviluppo mentale.

Ed in questo senso appare particolarmente significativa l’adozione di una linea e di una prospettiva di ricerca che si avvale anche del contributo delle scienze grafologiche, che non devono però essere semplicisticamente considerate un tutt’uno, in quanto destinate ad indagare aspetti e manifestazioni profondamente differenti di un unico oggetto, cioè la scrittura dell’individuo.

Al di là dei diversi specifici contributi, l’aspetto essenziale che è emerso anche da questo convegno è il fatto che il problema della scrittura è solo parzialmente un problema esclusivamente didattico e scolastico, perché se la scrittura manuale è un modo di esprimersi della persona strettamente connesso alla sua attività neurale, il rischio di perdere questo aspetto assume per forza di cose una rilevanza molto più estesa sul piano della formazione e dello sviluppo dell’individuo nella sua interezza.

Non vorrei essere pessimista ma, se abbandonare la scrittura manuale in nome del dogma della digitalizzazione significa anche rischiare di non capire più che cosa gli altri ci stanno dicendo, è forse opportuno che videogiochi, Lim e tecnologie didattiche di vario tipo restino nell’ombra, almeno ancora per un po’.

 

(Gentilmente concesso da Fabio Silvestri che ha insegnato discipline didattico-pedagogiche presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, dove è stato Supervisore Generale della Scuola di specializzazione all’Insegnamento Secondario CO.B.A., e Tutor Supervisore dei percorsi abilitanti PAS e TFA. E’Consulente Grafologo, iscritto all’ACG).

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