“Sotto la luna”, l’opera prima della scrittrice pontina Paola Orsini

“Sotto la luna”, l’opera prima della scrittrice pontina Paola Orsini

È appena uscita, fresca di stampa, Sotto la luna (Oèdipus Edizioni, 2018), l’opera prima di Paola Orsini. L’autrice pontina, già presente con i suoi testi in numerose antologie a tema, esordisce con una silloge di 42 liriche distribuite in sezioni tematiche, ognuna delle quali prende il nome da un verso della Commedia di Dante. Il titolo stesso dell’opera è tratto da un verso dell’Inferno (Inf., VII, v. 64) e circoscrive l’orizzonte entro cui si muove la sua riflessione poetica: bagliori del sentire umano, saldamente ancorato, sempre e comunque, sotto lo sguardo della luna e quindi in un orizzonte esclusivamente terreno dove non c’è possibilità di un rifugio consolatorio nella fede in un dio o in una vita ultraterrena.

Infatti, almeno al momento, la stagione poetica dell’autrice si snoda su binari esclusivamente ripiegati sull’uomo. Si tratta di un viaggio, e del cuore e della memoria, in cui “ci si sporca” nelle gradazioni più schiette che compongono l’anima su questo nocciolo dell’Universo, chiamato Terra; a volte navigando sul mare calmo dei ricordi, delle nostalgie, delle fantasie fanciullesche, a volte tra i flutti impazziti di certi luoghi interiori, tra dolore e passione, tra sogno e visione. Sotto la luna si compone di testi scritti nel biennio 2013 – 2015. Tutto si svolge nell’orizzonte delimitato dal cuore umano: il dolore, l’amore, la speranza, la nostalgia, l’odio, di cui spiegazione non c’è. La condizione umana è svolta sempre dal punto di vista di un soggetto lirico che volge gli occhi dentro sé stesso e dice in relazione al mondo esterno, in alcuni momenti con un punto di vista individuale, in altri porgendo al lettore emozioni attraverso oggetti naturali che evocano ma non dicono e diventano allegorie da decodificare per scioglierne il significato.

La silloge, come già si accennava, è composta di cinque sezioni: “Alle soglie”, “Lo mondo sanza fine amaro”, “Amor mi mosse che mi fa parlare”, “L’ora che volge il disio”, “Sanza speme vivemo in disio” o “Trittico della Luna”. La prima sezione è un avvertimento al lettore che si accinge ad addentrarsi nella lettura della raccolta. Si compone di due testi diversi. Il primo ha lo stile di una prosa lirica più che di una vera e propria poesia, è una visione allegorica, un viaggio nel mistero della mancata felicità umana, desiderio supremo e irraggiungibile dell’uomo. Il secondo testo dice ciò che resta all’uomo da fare: rifugiarsi nella poesia come ultima roccaforte dove la promessa della felicità, che il mondo quotidianamente disattende, è invece ancora possibile. Il poeta osserva, dice ma non ha alcun potere di cambiare il corso dell’esistenza, tanto meno di dare ricette o libretti d’istruzione al riguardo. La seconda sezione prende il titolo da Par., XVII, v. 112, in tale contesto il personaggio Dante utilizza la perifrasi per indicare l’inferno, qui invece indica l’inferno che alberga nel cuore umano e quando il cuore diventa inferno, l’uomo, purtroppo è noto, è capace di azioni ignobili.

Il versante di questo filo conduttore è duplice, in quanto si rivolge ai grandi fatti della storia ma anche al dolore, al male che si compie individualmente a discapito del cuore stesso. Si evince la fondamentale solitudine, la ricerca costante di una felicità che fa capo all’utopia. La terza sezione prende il titolo da Inf., II, v. 72 e precisamente dalle parole di Beatrice che spiega il motivo per cui è scesa nel Limbo a chiedere l’aiuto di Virgilio affinché Dante si salvi: l’Amore spirituale. Una sezione dedicata all’amore questa, un amore religiosamente inteso dal soggetto lirico, che assume però i connotati del dolore quando si misura con la realtà circostante: un amore puro ma sempre respinto, sempre offeso, sempre oltraggiato. Serpeggiano già in questa sezione le foschie dense e dolci della nostalgia, così come aleggia il pensiero di una realtà mai vissuta di cui però si avverte la mancanza, la speranza, disperata, in qualcosa che possa sovvertire l’ordine delle cose. Elementi questi che saranno le affezioni dominanti della IV sezione. Il nome è tratto da Pur., VIII, v. 1. Il canto si apre con una delle immagini più belle, forse la più bella, della Commedia. Dante dice che è il tramonto, l’ora della nostalgia, che fa molle il cuore di chi, lontano da casa, ricorda il dì in cui si è separato dagli affetti e che punge il cuore a colui che è partito da poco, se solo di lontano sente il suono delle campane che annunciano la Compieta, piangendo la morte del giorno. In questa sezione dell’opera la nostalgia e la speranza dominano in modo preponderante, aleggia nei versi la sensazione di una perdita, di un’assenza costante e allo stesso tempo il desiderio di una felicità che si vorrebbe possibile.

A chiudere la silloge la sezione “Sanza speme vivemo in disio” il cui titolo è tratto da Inf., IV, v. 42, con un sottotitolo Trittico della Luna. La Luna, ancora, chiude il cerchio di questa scrittura poetica. Se nel titolo è utilizzata per circoscrivere l’orizzonte entro cui si muove il soggetto lirico, qui diventa presenza reale e unica presenza consolatrice, anche se a fatica, dell’uomo che, solitario, scruta il cielo nell’intimità e nel silenzio della notte, che e a fior di labbra racconta sé stesso, le pieghe del proprio cuore, che spera, ama e non si vergogna del proprio dolore, delle debolezze, delle speranze, delle assenze. La Luna diventa madre, amica del genere umano, l’unica che sembra poter lenire il dolore dato all’uomo per condizione esistenziale, mai pago, mai felice per intero e in modo costante, con il cuore sempre affamato di un’assenza che si fa nostalgia, mancanza irrimediabilmente struggente. Che cosa resta allora all’uomo da fare? Sperare che alle “Fate” non cada mai il foglio, sperare che un “fiore di paradiso” lo rapisca, sperare che la visione con cui si apre la raccolta sia presto dimenticata. La Luna e la Poesia allora diventano l’ultimo rifugio dell’anima.

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