Incastrato dal Dna, respinte le contestazioni della difesa: il rapinatore era Tassone

Incastrato dal Dna, respinte le contestazioni della difesa: il rapinatore era Tassone

Nessuna violazione di legge nella comparazione del Dna effettuata dai carabinieri. A compiere due rapine e a tentarne una terza, il 7 maggio 2015 ad Aprilia, è stato Luciano Tassone e per il 44enne apriliano la condanna a sette anni di reclusione è definitiva. A stabilirlo è stata la Corte di Cassazione.

Il primo agosto di tre anni fa Tassone venne arrestato per ricettazione, detenzione e porto abusivo di arma e condannato a 2 anni e 4 mesi di reclusione.

In casa nascondeva una pistola a tamburo Rast & Gasser Wien, cal. 7.65, risulta rubata nel febbraio precedente a Terracina, e 7 pallottole dello stesso calibro, mentre all’interno della propria autovettura vennero recuperati un paio di occhiali da sole, una t-shirt bianca con cappuccio e guanti bianchi, particolari che avevano lasciato supporre agli investigatori la preparazione di un colpo.

L’arma venne considerata identica a quella utilizzata per le rapine del 7 maggio. Quel giorno un uomo con un casco e una mascherina bianca sul volto, armato di pistola, rapinò il negozio “Acqua e Sapone” di via Fiume, il supermercato Ciccotti di via Deledda e cercò di rapinare anche il vicino supermercato Conad.

Sempre la stessa tecnica: pistola puntata contro una cassiera, rapina del denaro contenuto nella cassa e fuga.

Durante il primo colpo, però, al bandito era caduto un accendino, recuperato dalla cassiera rapinata e consegnato ai carabinieri.

Comparando il Dna presente su quell’accendino con quello isolato da un mozzicone di sigaretta fumata da Tassone in caserma, i militari dell’Arma non ebbero più dubbi: il rapinatore era lui. Inutili le contestazioni della difesa su quegli accertamenti.

Per il 44enne, già condannato per una rapina avvenuta nel 2008 in una lavanderia di Aprilia, arrivò una nuova condanna dal Tribunale di Latina a sette anni di reclusione e duemila euro di multa, confermata dalla Corte d’Appello di Roma e ora dalla Cassazione.

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