Bancarotte, reati fiscali e tributari: l'”arcipelago Fanfarillo”

Bancarotte, reati fiscali e tributari: l'”arcipelago Fanfarillo”

“Abbiamo sequestrato una mole enorme di documenti. Ora dobbiamo analizzarli tutti. Sarà un lavoro lungo da cui ci attendiamo diverse novità”. Queste le parole degli investigatori quando nel 2016, in un blitz congiunto compiuto da Polizia e Guardia di finanza, venne arrestato l’imprenditore Angelo Fanfarillo, di Cisterna, e perquisita l’abitazione di quest’ultimo, a Terracina. Un provvedimento preso essendo Fanfarillo accusato di aver corrotto tre testimoni nel processo a suo carico, in cui è accusato di essere il mandante del tentato omicidio del sottufficiale che indagava sulle sue cooperative. E a distanza di due anni molte sembrano le scoperte sinora fatte dalle Fiamme gialle spulciando le carte dell’imprenditore di Cisterna. Tanto che secondo i finanzieri Fanfarillo avrebbe messo in piedi un’associazione per delinquere con ramificazioni in mezza Italia, in grado, gestendo circa 280 società, di fare affari enormi garantendo a imprenditori interessati a determinati “servizi” operazioni di bancarotta fraudolenta, evasione fiscale ricorrendo a fatture false per operazioni inesistenti e raggiri sui tributi grazie all’intermediazione fittizia di manodopera. Particolari che ora emergono a margine di un’inchiesta appena conclusa dalla Procura della Repubblica di Frosinone e relativa a una maxi evasione compiuta da alcune aziende, a partire dalla Ortopedia Italia srl, impegnata nel settore delle protesi ortopediche e con alcune attività anche in provincia di Latina, che avrebbero utilizzato appunto le fatture fasulle emesse dalle società dell’imprenditore di Cisterna.

Tra bancarotte, reati fiscali e tributari, Fanfarillo è finito più volte imputato. La brigata di Cisterna della Guardia di finanza ha iniziato a indagare però in maniera più intesa su di lui dal 2011, dopo che quello che sarebbe stato un suo prestanome si è presentato nella caserma delle Fiamme gialle dicendo di essersi prestato a fare da testa di legno perché in difficoltà economiche, ricostruendo quello che sarebbe stato il modus operandi dell’imprenditore e descrivendo i problemi che poi lui aveva avuto, finiti con una serie di minacce da parte dello stesso Fanfarillo nel momento in cui aveva deciso di mollare.

Dopo tre anni, il 15 aprile 2014, il vice comandante della Guardia di finanza di Cisterna, Gaetano Reina, subì una brutale aggressione a due passi dalla stazione ferroviaria. Vennero arrestati due albanesi e ben presto gli inquirenti si convinsero che il mandante di quello che sarebbe stato un tentativo di omicidio sarebbe stato proprio Fanfarillo, insofferente ai controlli sulle sue attività portati avanti dal sottufficiale.

Iniziato il processo, dopo che tre testimoni avevano ritrattato quanto dichiarato in precedenza agli investigatori, il commissariato di Cisterna e le Fiamme gialle raccolsero una serie di elementi che portarono, due anni fa, l’arresto sia di Fanfarillo che dei tre testi, ipotizzando che quest’ultimi fossero stati corrotti dall’imprenditore per mentire in aula. E nella casa dell’imprenditore vennero sequestrati appunto numerosissimi documenti che sarebbero relativi alle decine di prestanome a cui nel tempo avrebbe fatto ricorso, alle società amministrate di fatto da lui, carte di credito e di debito impiegate per prelevare denaro dai vari conti aperti in istituti di credito diversi, molti token, ovvero i dispositivi per effettuare le operazioni bancarie tramite home banking e un’altra valanga di carteggi in formato elettronico recuperati su un hard disk sottoposto a perizia.

Subito dopo gli arresti, come già emerso anche nei mesi precedenti, gli inquirenti precisarono inoltre che diverse società di Fanfarillo sarebbero state legate alle coop di Mafia Capitale, quelle con cui si arricchivano l’imprenditore Salvatore Buzzi e Massimo “Er Cecato” Carminati, considerato il boss del “Mondo di Mezzo”.

A imbattersi nell’imprenditore di Cisterna è stata però anche la Procura di Frosinone. In un’inchiesta condotta dal sostituto procuratore Adolfo Coletta, i finanzieri del Nucleo provinciale di polizia tributaria di Frosinone appunto hanno ricostruito una presunta maxi evasione compiuta da alcune società ciociare, ricorrendo a fatture false per operazioni inesistenti emesse anche da aziende considerate riconducibili a Fanfarillo. Un’indagine appena conclusa, che vede indagati imprenditori di Frosinone e Sora: Franco Minotti, Giorgio Rea, Gianluca Calicchia, Patrizia Ferri, Marco Petricca, Ugo Casinelli e Alessandro Casinelli, quest’ultimo noto in Ciociaria per essere anche presidente della Federlazio Frosinone e di recente coinvolto in un’altra maxi inchiesta della Procura di Frosinone, relativa a una truffa milionaria che sarebbe stata messa a segno ai danni dell’Ambasciata di Libia a Roma, con tanto di riciclaggio internazionale.

Nel carteggio su Fanfarillo trasmesso dalla brigata di Cisterna ai colleghi della Tributaria di Frosinone, impegnati nelle indagini su Casinelli e gli altri, emerge così che la documentazione sequestrata nel 2016 all’imprenditore di Cisterna e sinora esaminata ha fatto ipotizzare alle Fiamme gialle la costituzione di un’associazione per delinquere finalizzata a una “serie indeterminata di reati principalmente di natura fiscale e fallimentare”.

Un’organizzazione criminale con al vertice Fanfarillo e che, sempre secondo la Guardia di finanza, vedrebbe coinvolti Cesare Zanetti, 46enne di Cisterna, con l’incarico di occuparsi dell’esecuzione di bonifici via internet e di tenere i contatti con le banche per aprire conti intestati a prestanome e società, Francesco Bovolenta, 38enne di Sermoneta, impegnato anche lui nell’apertura di alcuni conti e impiegato per rivestire cariche in diverse aziende di Fanfarillo, il factotum Gianni Trichei, 70enne di Cisterna, detto “Straccaletto”, già imputato insieme all’imprenditore di Cisterna nel processo per il tentato omicidio del vice comandante Reina, la compagna di Fanfarillo, Eva Trlikova, considerata una sua prestanome e attiva in prelievi bancari di notevole entità, il figlio Silvio, ricoprendo cariche in alcune società che di fatto sarebbero amministrate dal padre, e la moglie di quest’ultimo, Natascia Noschese, sempre rivestendo cariche in aziende di fatto gestite dal suocero.

Moltissime aziende dell’“arcipelago Fanfarillo”, secondo la Guardia di finanza, sarebbero inoltre di fatto inesistenti, amministrate formalmente da prestanome, responsabili di evasione fiscale, non avrebbero fornitori reali, utilizzerebbero fatture false per operazioni inesistenti e verrebbero impiegate per creare crediti Iva inesistenti. Attività che Fanfarillo avrebbe portato avanti avvalendosi anche di una serie di commercialisti di fiducia: due di Cisterna, due di Roma, uno di Latina e uno di Terracina. E secondo le Fiamme gialle con la complicità di impiegati bancari.

Attività oggetto tra l’altro di oltre duecento segnalazioni per operazioni sospette fatte anche da Bankitalia.

Un carteggio in cui i finanzieri hanno raccolto inoltre diverse testimonianze di presunti prestanome. Un 54enne pugliese ha dichiarato agli investigatori: “Ho accettato di fare da prestanome per Fanfarillo Angelo nel 2006”. Un altro: “Mi propose uno stipendio di mille euro al mese per fare un po’ di tutto. Ho lavorato dodici ore al giorno sette giorni su sette, ma Fanfarillo mi diede solo i primi due stipendi di 800 euro, che poi scese a 700, 600 e infine 400 senza mai ricevere una busta paga”.

Una ricostruzione che porta gli inquirenti a inserire un altro tassello negli accertamenti sugli affari dell’imprenditore partito da Cisterna e allargatosi, tra società e contatti, in mezza Italia.

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