La viabilità horror, i (soliti) libri dei sogni e… i Beatles

La viabilità horror, i (soliti) libri dei sogni e… i Beatles

Gli iconici Beatles dell’album Abbey Road, quelli immortalati in una delle copertine che hanno fatto la storia della musica pop, che vedeva i celebri “Fab Four” intenti ad attraversare in fila indiana un passaggio pedonale, si sarebbero molto probabilmente scapicollati di brutto. E non solo loro: strisce pedonali “da attentato” un po’ per tutti, quelle presenti a Formia, quartiere San Pietro. Un piccolo percorso ad ostacoli. E non ci sono rattoppi che tengano, soprattutto se fatti alla bell’e meglio. Con le immaginabili insidie del caso per ogni malcapitato cittadino di turno. Anziani e centauri in primis. Un paradosso: un passaggio pensato per proteggere, ma che, da percorso obbligato per un lato all’altro della strada qual è, rappresenta invece un pericolo concreto.

Fosse solo quello, poi. Le particolari strisce bianche di San Pietro sono soltanto un esempio su tanti, per quanto indicativo. La viabilità cittadina regala rischi dietro l’angolo in lungo e in largo. Dall’asfalto colabrodo con buche che ricordano crateri lunari – un must ad ogni latitudine -, alla segnaletica carente, passando per i marciapiedi dissestati, come quello che qualche settimana fa è costato il setto nasale ad un anziano. Senza dimenticare l’illuminazione pubblica che (quando c’è) sovente tra guasti e scarsa manutenzione dimentica una funzione essenziale, quella di far luce.

Storia nota. A Formia come altrove, ce n’è per tutti i gusti. Ed a volte viene da sorridere. Si fa presto, in periodo di urne come quello odierno, a parlare. A sbandierare urbi et orbi progetti di grandi opere, a sfogliare sotto il naso dei potenziali elettori libri dei sogni da mille e una notte. Mentre la politica prospetta e magari irretisce, gli stessi potenziali elettori di cui sopra continuano a mettere a repentaglio la propria incolumità anche soltanto per una semplice passeggiata. Amministratore dopo amministratore, governante dopo governante. Ma tant’è.

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