Il caffè delle “Lazzarelle” dal carcere di Pozzuoli a Formia

Il caffè delle “Lazzarelle” dal carcere di Pozzuoli a Formia

E’ un’idea che nasce dalla volontà di creare un prodotto di qualità, non industriale, ma artigianale, dando risalto e forza alle aziende che operano nel sociale. Non solo un obiettivo, ma una missione per l’agrigelateria “Gretel Factory” di Formia – premiato con i tre coni Gambero Rosso – che tra le varie realtà produttrici ha scelto la cooperativa “Lazzarelle”, un progetto di recupero rivolto alle detenute che  producono caffè di qualità senza conservanti e aggiunte chimiche pubblicizzato dalla gelateria formiana che lo utilizza avendo per primi proposto il gusto “caffè lazzarelle” puro e anche il “caffè del professore” con nocciola gentile romana.

La collaborazione instaurata dalla gelateria di Formia con le “Lazzarelle” di Pozzuoli ha una valenza particolare sia in termini di qualità del prodotto realizzato, sia sociale.

“Lazzarelle” è, infatti, una piccola torrefazione artigianale che produce caffè all’interno del più grande carcere femminile di Italia, quello di Pozzuoli appunto. Una cooperativa sociale nata ormai sette anni fa con la convinzione che il carcere non debba essere un luogo oscuro e dimenticato, ma un passaggio nel quale le donne con determinazione e capacità possono ricostruire mettendo a frutto le proprie qualità perché la detenzione sia un mezzo per il reinserimento sociale. E le “Lazarelle” di Pozzuoli lo fanno dal 2010 con successo. Grazie al supporto delle responsabili della cooperativa che non sono detenute, ma hanno scelto di impegnarsi in un’impresa femminile che valorizzi i saperi e i sapori artigianali e soprattutto stimoli l’inclusione sociale. Un progetto che nasce dalla consapevolezza che il lavoro non solo contribuisce a restituire un’identità, ma soprattutto fornisce la possibilità di un riscatto sociale.

Cinquanta detenute, in questi sette anni di attività, si sono avvicendate nella piccola realtà aziendale. Ognuna ha portato il proprio bagaglio di esperienze. Ciascuna le sue peculiarità. Nella maggior parte dei casi si sono trovate di fronte a un impegno mai assunto fino a quel momento, ma si sono cimentate con caparbietà e hanno imparato, tanto da fornire al progetto un contributo personale. Hanno partecipato a fiere ed eventi fuori dal regime carcerario, potendo così contare su un’esperienza detentiva che non è stato un percorso buio privo di vantaggi. Al termine del periodo restrittivo sono andate via arricchite di una nuova professione e professionalità.
A PAGINA 2 – “COME NASCE IL PROGETTO” – “IL VIDEO” – “LE FOTO”

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